La domanda che tutti si pongono è se gli attacchi ripetuti da parte di Trump saranno un vantaggio oppure un danno per la presidente del Consiglio. Giorgia Meloni, è noto, ha tentato molto più di altri in Europa di non incrinare il rapporto con la Casa Bianca: si è attirata per questo critiche e ironie, ma le ha digerite immaginando che la tradizione euro-atlantica fosse un patrimonio da salvaguardare, insieme ai trattati che segnano i pilastri della nostra politica estera. Ma ora tutto sembra crollare. Trump ha deciso di colpire l’Italia per indebolire l’intera Europa e rendere evidente la crisi della Nato. Non a caso il vertice in Turchia arriva a poche ore dalla nuova, lunga telefonata con l’amico Putin, il quale ha riproposto la propria versione della trattativa con l’Ucraina: in concreto, la solita richiesta di resa. Avanzata da un personaggio che sembra da tempo con l’acqua alla gola, il che non gli impedisce di minacciare la mobilitazione generale contro gli occidentali guerrafo…
La domanda che tutti si pongono è se gli attacchi ripetuti da parte di Trump saranno un vantaggio oppure un danno per la presidente del Consiglio. Giorgia Meloni, è noto, ha tentato molto più di altri in Europa di non incrinare il rapporto con la Casa Bianca: si è attirata per questo critiche e ironie, ma le ha digerite immaginando che la tradizione euro-atlantica fosse un patrimonio da salvaguardare, insieme ai trattati che segnano i pilastri della nostra politica estera. Ma ora tutto sembra crollare. Trump ha deciso di colpire l’Italia per indebolire l’intera Europa e rendere evidente la crisi della Nato. Non a caso il vertice in Turchia arriva a poche ore dalla nuova, lunga telefonata con l’amico Putin, il quale ha riproposto la propria versione della trattativa con l’Ucraina: in concreto, la solita richiesta di resa. Avanzata da un personaggio che sembra da tempo con l’acqua alla gola, il che non gli impedisce di minacciare la mobilitazione generale contro gli occidentali guerrafondai.
Fin qui la fotografia della situazione sul campo. Da un lato, l’America trumpiana che non nasconde la sua voglia di ritirarsi dall’Europa; dall’altro, il vecchio continente che vorrebbe emanciparsi ma non dispone delle armi e delle risorse economiche per farlo, forse nemmeno di una visione strategica condivisa. In ogni caso, il momento è probabilmente il più difficile nella storia dell’alleanza. In chiave di politica interna, Giorgia Meloni ricava un vantaggio, ma anche uno svantaggio dalla polemica americana. Lo svantaggio riguarda il punto di fondo: non conviene mai a un governante italiano essere messo nel mirino dall’amministrazione americana. Vero è che Trump è un personaggio particolare e imprevedibile, non sempre in sintonia con tutti i suoi collaboratori (vedi Rubio, ad esempio). Tuttavia è comunque pericolosa una frattura prolungata con la Casa Bianca.
Il vantaggio per la Meloni, se vogliamo chiamarlo così, è invece d’essersi scrollata di dosso l’eccesso — vero o presunto — di sudditanza verso la grande potenza. Per meglio dire, nonostante le relazioni lacerate, al momento non si vede in Italia chi potrebbe aggiustarle. O su quali soggetti gli Stati Uniti potrebbero puntare, se decidessero che la premier Meloni non gode più, per l’oggi e per il domani, della loro fiducia. Nel perimetro dell’attuale maggioranza solo il ministro della Difesa, Crosetto, avrebbe i requisiti tecnici per sedere a Palazzo Chigi. Ma, come è logico, sul piano politico non sarebbe in grado di sostituire Giorgia Meloni. Occorre immaginare allora un presidente del Consiglio “tecnico” per il quale non ci sono le condizioni.
Quanto all’opposizione, è lungi da rappresentare per gli Usa una sponda migliore del centrodestra. Anzi, non si pone nemmeno il problema. La linea del “campo largo” ricalca quella dello spagnolo Sánchez, nonostante i guai giudiziari di quest’ultimo. È una posizione che guarda oltre Trump, quindi oltre il ‘28, ma avrebbe bisogno di una Casa Bianca del tutto riverniciata. Non solo un successore del presidente Maga nella chiave di un conservatorismo tradizionale, bensì una figura in grado di rovesciare i parametri. Un Sanders giovane, se ci fosse: forse la Ocasio Cortez, giudicata però senza esperienza internazionale. In ogni caso il centrosinistra, che s’immagina vittorioso nelle elezioni del prossimo anno, avrebbe bisogno di un interlocutore d’oltreoceano che sia su di una lunghezza d’onda compatibile. È un’ipotesi, quest’ultima, ancora remota, forse non prevedibile a breve. Il che offre al centrodestra, aldilà di Trump, qualche buona carta per reggere la scena.