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La minaccia Le Pen sull’Europa

Marine Le Pen (reuters)

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La conferma della condanna di Marine Le Pen è un duro colpo per l’estrema destra francese. Ma certo non è un colpo definitivo perché ora la leader del Rassemblement National può e vuole correre per le presidenziali francesi senza dover cedere il posto al suo vice e rivale, Jordan Bardella. Tuttavia l’immagine di un partito che ha truffato milioni di fondi del Parlamento europeo (e quindi dei contribuenti francesi) ne esce intaccata. Questo, però, probabilmente non basterà a evitare che il Rassemblement si affermi come prima forza politica alle elezioni presidenziali francesi e che possa anche uscire vittorioso al ballottaggio del secondo turno. Se Le Pen, o Bardella, arrivassero all’Eliseo le conseguenze sarebbero incalcolabili.

Un disastro non solo per Parigi ma per tutta l’Ue che sta faticosamente cercando una risposta unitaria agli attacchi concentrici di Donald Trump e di Vladimir Putin. Una Francia nazionalista, anti-europea, amica di Mosca e contraria ad ogni integrazione darebb…

La conferma della condanna di Marine Le Pen è un duro colpo per l’estrema destra francese. Ma certo non è un colpo definitivo perché ora la leader del Rassemblement National può e vuole correre per le presidenziali francesi senza dover cedere il posto al suo vice e rivale, Jordan Bardella. Tuttavia l’immagine di un partito che ha truffato milioni di fondi del Parlamento europeo (e quindi dei contribuenti francesi) ne esce intaccata. Questo, però, probabilmente non basterà a evitare che il Rassemblement si affermi come prima forza politica alle elezioni presidenziali francesi e che possa anche uscire vittorioso al ballottaggio del secondo turno. Se Le Pen, o Bardella, arrivassero all’Eliseo le conseguenze sarebbero incalcolabili.

Un disastro non solo per Parigi ma per tutta l’Ue che sta faticosamente cercando una risposta unitaria agli attacchi concentrici di Donald Trump e di Vladimir Putin. Una Francia nazionalista, anti-europea, amica di Mosca e contraria ad ogni integrazione darebbe il colpo di grazia all’Europa. E la tendenza non è solo francese.

Mentre ad Ankara i leader del Vecchio continente cercano di presentare un fronte unito da opporre alle prepotenze di Trump e di organizzare una “Nato europea”, la loro credibilità sul lungo periodo è minata alla base dalla debolezza politica di cui soffrono in casa propria. Macron non potrà ricandidarsi, e probabilmente non sarebbe comunque rieletto. Il britannico Starmer ha appena dovuto cedere Downing Street al compagno di partito Andy Burnham, ma i laburisti rischiano di perdere le prossime elezioni, fortunatamente ancora lontane, scalzati dall’estrema destra di Nigel Farage. In Germania la popolarità del cancelliere Merz è ai minimi storici, mentre i neonazisti di Afd continuano a guadagnare terreno.

Il fatto che Trump, che sognava una coalizione mondiale delle destre illiberali, sia diventato la figura più detestata in tutta Europa, non basta a fermare la crescita dei partiti nazional-populisti. L’impopolarità del presidente americano è costata la poltrone al suo amico ungherese Viktor Orbán, e ha sicuramente contribuito alla sconfitta di Giorgia Meloni nel referendum sulla giustizia. Ma sia in Francia, sia in Germania, l’estrema destra ha tempestivamente preso le distanze dal movimento Maga e dal suo leader sin dai tempi dei dazi imposti unilateralmente alla Ue. Il riferimento internazionale, sia per il RN francese sia per l’Afd tedesca come per la Lega italiana, non è tanto Trump quanto Putin, molto più credibile nella sua lotta contro la democrazia, contro l’Europa, contro i diritti delle minoranze, contro ogni forma di libertà e di liberalismo.

Giorgia Meloni è stata la prima esponente di estrema destra a vincere le elezioni in un grande Paese europeo. Ma è stata l’ultima, tra i leader nazional-populisti, a prendere le distanze dal presidente americano, al quale fino a poche settimane fa avrebbe voluto conferire il Nobel per la pace. Lo ha fatto, a malincuore, dopo la sconfitta referendaria e dopo la defenestrazione di Orbán. Ma la premier italiana non può, a differenza di francesi e tedeschi, rifugiarsi tra le braccia di Putin anche se ha ulteriormente diluito gli aiuti all’Ucraina. Ed è quindi costretta a ripiegare su una scelta europea che non sente e che non condivide, ricambiata nella sua diffidenza dai leader della Ue che sono espressione di partiti democratici.

Nonostante sia stretta nella morsa tra Trump e Putin e superata sul piano economico da Cina e Stati Uniti, l’Europa vede il proprio futuro sostanzialmente appeso ad un quesito di politica interna: la capacità di resistere all’onda di piena delle destre nazional-populiste il cui primo obiettivo è decretarne la morte. Paradossalmente, questa crescita è sostenuta dagli stessi fattori che hanno determinato il successo elettorale di Donald Trump: l’immigrazione illegale, la proletarizzazione del ceto medio, la crisi del modello industriale. Ultimo, ma certo non meno rilevante, l’incapacità delle forze democratiche di esprimere una leadership credibile e in grado di unificare il centro e la sinistra. Se Trump ha vinto anche grazie al disastroso tandem Joe Biden-Kamala Harris, la situazione in Francia e in Italia, a un anno dalle elezioni, vede le forze del centro, della sinistra e della destra moderata e liberale ancora divise, spesso addirittura su fronti opposti, e incapaci di trovare una leadership unificante.

In termini quantitativi, i sondaggi e i risultati elettorali confermano che l’estrema destra è ovunque ben lontana dalla maggioranza assoluta. Le sue percentuali variano tra il 25 e il 35 per cento. Ma, proprio come avvenne in America con Trump, la mancata percezione di quanto pericoloso e devastante possa essere un insediamento dei nazional-populisti nel cuore del potere europeo favorisce la mancanza di una mobilitazione unitaria e tempestiva. La democrazia americana ha pagato un prezzo altissimo per questa sua miopia. Nonostante la sentenza dei giudici francesi, quella europea rischia di seguirla, come un sonnambulo.

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