✕

Un pallone gonfiato

(ansa)

Ascolta l'audio

La volontà di potenza si applica puntualmente all’attività sportiva. Anche per Trump
3 minuti di lettura

Le fantasie di onnipotenza proprie di una personalità paranoica, com’è quella di un despota, poggiano di frequente su una base ludica. Si pensi alla potente allegoria evocata dalla lunga sequenza del film Il grande dittatore (1940), dove Charlie Chaplin, impersonando Adolf Hitler, gioca con la sfera leggera ed elastica di un enorme mappamondo. Il Grande Dittatore realizza, con quel pallone improvvisato, un repertorio di movimenti e immagini: lo accarezza, lo calcia, sembra blandirlo e impossessarsene, goderne e assecondarne il ritmo e le movenze, danzando con esso e intorno a esso, fino a che — prono su una scrivania — lo colpisce con le natiche lanciandolo in aria. È la ricchezza del gioco infantile e l’espressione di una gioia elementare e primaria. Nella regressione puerile la voglia di possesso si manifesta — almeno nell’immaginazione — senza limiti. Cruciale è, in quella rappresentazione, la tonalità ludico-agonistica.

La volontà di potenza si applica puntualmente all’attività sp…

Le fantasie di onnipotenza proprie di una personalità paranoica, com’è quella di un despota, poggiano di frequente su una base ludica. Si pensi alla potente allegoria evocata dalla lunga sequenza del film Il grande dittatore (1940), dove Charlie Chaplin, impersonando Adolf Hitler, gioca con la sfera leggera ed elastica di un enorme mappamondo. Il Grande Dittatore realizza, con quel pallone improvvisato, un repertorio di movimenti e immagini: lo accarezza, lo calcia, sembra blandirlo e impossessarsene, goderne e assecondarne il ritmo e le movenze, danzando con esso e intorno a esso, fino a che — prono su una scrivania — lo colpisce con le natiche lanciandolo in aria. È la ricchezza del gioco infantile e l’espressione di una gioia elementare e primaria. Nella regressione puerile la voglia di possesso si manifesta — almeno nell’immaginazione — senza limiti. Cruciale è, in quella rappresentazione, la tonalità ludico-agonistica.

La volontà di potenza si applica puntualmente all’attività sportiva. La fantasia del dittatore, di ogni dittatore, persegue certamente l’affermazione, o meglio l’apoteosi, nella vittoria in battaglia e nel conflitto geopolitico, ma c’è qualcosa di meglio del potere di decidere nel campo delle prove di forza come sono le discipline atletiche, e le competizioni agonistiche? C’è qualcosa di più gratificante? Lo sport è dominato dal merito e allo stesso tempo dal destino e, di conseguenza, imporre la volontà dell’autocrate — per mero capriccio o per pura hybris — sembra manifestare la potenza assoluta. È quanto comunica la decisione, assunta dalla Federazione Internazionale di Football (Fifa) che ha differito di dodici mesi l’applicazione di una sanzione nei confronti del calciatore statunitense Folarin Balogun, consentendogli di partecipare alla prossima partita contro il Belgio, nel corso dei Mondiali. Decisione che si spiega solo ed esclusivamente con lo strettissimo legame tra Trump e Gianni Infantino, presidente della Fifa: più che un rapporto di amicizia, una condizione di grottesca promiscuità. Donald Trump va capito: da Adolf Hitler che tanto investì, emotivamente e politicamente, nei giochi olimpici di Berlino del 1936, quale despota (latinoamericano o asiatico) si è sottratto alla tentazione di determinare, con l’esercizio del proprio potere, un trionfo sportivo per il proprio paese? È un elemento che va tenuto presente nell’analisi del quadro sintomatico dei comportamenti trumpiani: e per comprendere anche quella che appare come una delle sue ossessioni.

Mondiali, Trump: "Ho telefonato io a Infantino, il fallo non c'era"

L’aggressività nei confronti di Giorgia Meloni tende a superare ogni limite di conflittualità prevista da un sistema di relazioni internazionali diventato parossistico. Emerge qualcosa di più, che può spiegarsi solo considerando il genere della presidente del Consiglio italiana (osservate il post in cui Trump chiede un “ordine restrittivo” nei suoi confronti). Tutta la biografia privata e politica di Donald Trump è connotata da una tendenza, sempre sull’orlo della precipitazione patologica, alla sessualizzazione dei rapporti interpersonali: a ciò non sembra sfuggire quello con Giorgia Meloni. Donna ancora giovane, dal profilo pubblico autoritario e decisionista, non estranea a modelli maschili di esercizio del potere e incline a un’immagine “forte” di cui il linguaggio virile (dal rifiuto della declinazione femminile fino agli accenti marziali della retorica) costituisce una risorsa essenziale, Meloni appare capace di attrarre la componente ossessivo-compulsiva di Donald Trump. D’altra parte è certo che nelle ultime settimane, quella che i media da tempo definiscono “la follia” del presidente risulta esaltata. Come negli “effetti speciali” dei film di avanguardia di sessant’anni fa, nella mente di Trump, i lineamenti del suo volto si sono mossi accostandosi, confondendosi e infine sovrapponendosi a quelli di Washington, Jefferson, Lincoln e Roosevelt, i presidenti statunitensi scolpiti sul monte Rushmore. Effetto di un delirio lisergico o, ancora una volta, di una fantasia infantile, che ha trovato espressione nella distribuzione, durante un volo aereo, di una confezione di biscotti raffiguranti, in un casereccio bassorilievo, il suo volto sul “monte dei presidenti”. In questo quadro anche l’evocazione del “comunismo” quale principale nemico degli Usa e dell’umanità può avere, sì, qualche capacità di suggestione presso settori dell’elettorato particolarmente stressati, ma tradisce comunque lo scenario proprio di una favolistica puerile e al tempo stesso paranoide. Qui, la paventata offensiva dei comunisti appare più come l’invasione degli Ultracorpi che come l’attacco a Pearl Harbor o l’installazione dei missili sovietici sul territorio cubano. Qui, i comunisti, più che nemici aggressivi e infidi, sono proiezioni fantasmatiche e incubi ansiogeni. Ma qui, Donald Trump è tuttora capace di operare efficacemente manipolando l’immaginario sociale e il senso comune e intervenendo nel fondo oscuro della mentalità collettiva, dove si agitano sentimenti indicibili e pensieri di morte. Donald Trump non è pazzo. O, in ogni caso, lo è meno di quanto si possa credere. La sua intelligenza politica — dobbiamo riconoscerlo — consiste nel saper governare quel tanto di pazzia che connota questo nostro mondo esausto.

Leggi i commenti