✕

Il rischio che affondi il commercio

Un'immagine satellitare del porto di Chabahar appena fuori lo Stretto di Hormuz 

Ascolta l'audio

3 minuti di lettura

Si spara — si spara di nuovo — a Hormuz, e gli effetti di quei colpi incrociati si avvertono in tutto il mondo. L’indietro tutta della trattativa diplomatica tra Stati Uniti e Iran blocca ancora una volta il traffico navale nello Stretto, ma soprattutto fa ripiombare tutti noi nella realtà di una globalizzazione instabile e interrotta, di cui eravamo beneficiari — almeno fino a qualche mese fa — inconsapevoli.

È presto per dire se i nuovi scontri nelle acque di Hormuz si trasformeranno in una fase di guerra a tutti gli effetti. I primi segnali — due giorni di fuoco ininterrotto degli Usa su infrastrutture iraniane, compresa una centrale nucleare, attacchi di Teheran che confermano l’allargarsi del conflitto anche a Paesi vicini come Qatar, Kuwait e Bahrain — non sono certo incoraggianti. Così come non lascia ben sperare, per quanto faccia parte del consueto arsenale non convenzionale, la retorica bellica rispolverata rapidamente sia da Donald Trump sia dal regime degli ayatollah.

Que…

Si spara — si spara di nuovo — a Hormuz, e gli effetti di quei colpi incrociati si avvertono in tutto il mondo. L’indietro tutta della trattativa diplomatica tra Stati Uniti e Iran blocca ancora una volta il traffico navale nello Stretto, ma soprattutto fa ripiombare tutti noi nella realtà di una globalizzazione instabile e interrotta, di cui eravamo beneficiari — almeno fino a qualche mese fa — inconsapevoli.

È presto per dire se i nuovi scontri nelle acque di Hormuz si trasformeranno in una fase di guerra a tutti gli effetti. I primi segnali — due giorni di fuoco ininterrotto degli Usa su infrastrutture iraniane, compresa una centrale nucleare, attacchi di Teheran che confermano l’allargarsi del conflitto anche a Paesi vicini come Qatar, Kuwait e Bahrain — non sono certo incoraggianti. Così come non lascia ben sperare, per quanto faccia parte del consueto arsenale non convenzionale, la retorica bellica rispolverata rapidamente sia da Donald Trump sia dal regime degli ayatollah.

Quel che è certo è che non solo se il fuoco incrociato continuerà, ma anche se la tensione resterà comunque così alta da bloccare di fatto il traffico di cargo e petroliere in quel passaggio strategico, gli effetti di trasmissione del blocco ai prezzi energetici, e dai prezzi energetici a quelli degli altri beni, non tarderanno ad arrivare. Un’inflazione esportata dal Golfo e importata da tutto il resto del mondo, che è la bestia nera di ogni banca centrale. Se infatti, di norma, un rialzo dei tassi di interesse serve a fermare un’economia che corre troppo e surriscalda i prezzi — insomma, ad arginare l’inflazione — quando l’aumento dei prezzi arriva dal petrolio importato, il rialzo dei tassi frena un’economia che — come nel caso dell’Europa e dell’Italia — non solo non corre, ma è già pericolosamente lenta. Finora, va detto, i rischi di una forte inflazione importata attraverso i prezzi petroliferi sono stati minori di quanto molti pronosticassero all’inizio del conflitto tra Usa e Iran. Perché? I motivi appaiono molteplici: una inaspettata capacità del greggio di trovare canali alternativi di distribuzione, a esempio attraverso un maggior utilizzo di oleodotti nel Golfo che sbucano fuori dallo Stretto di Hormuz, ma anche un calo della domanda nelle economie più povere — specie quelle del Sud Est asiatico — che ha calmierato in qualche modo le quotazioni; nell’America del Nord la scoperta di un’autosufficienza energetica che a questi prezzi conviene.

Ma questo era il primo tempo. Se a Hormuz andrà in scena un nuovo blocco totale e prolungato c’è un fattore tempo che adesso farà sentire il suo peso: l’utilizzo delle riserve ha finora contribuito a evitare rialzi eccessivi dei prezzi del petrolio, ma quelle riserve sono per definizione esauribili. Anzi, secondo l’Iea, l’Agenzia internazionale dell’energia, nei soli mesi di marzo e aprile le scorte globali sono scese di 246 milioni di barili: 129 milioni a marzo e altri 117 milioni ad aprile. Se si guarda al calcolo fatto dall’Iea assieme al Fondo monetario internazionale sull’intero periodo marzo-maggio, il ricorso agli stock appare ancora più ampio: oltre 300 milioni di barili in tre mesi. Ma adesso quelle riserve sono, nelle parole del Fondo, vicine ai minimi pluriennali. E con l’arrivo della stagione fredda in Occidente, e la necessità di ricostituire gli stock, la fiammata dei prezzi potrebbe essere più forte di quella vista finora. Il Fondo monetario internazionale, nel suo ultimo aggiornamento, pubblicato due giorni fa ma preparato prima dell’ennesimo blocco di Hormuz e quindi al momento ottimista per definizione, vede l’inflazione nel mondo al 4,7% quest’anno e al 3,9% nel 2027.

C’è poi un secondo cerchio, meno visibile ma non meno importante. Attraverso Hormuz passano anche merci essenziali alla catena alimentare mondiale: urea, ammoniaca, fosfati. Se l’energia rincara, rincarano i trasporti e la produzione industriale; se i fertilizzanti scarseggiano o aumentano di prezzo, il problema si sposta nei campi, nei raccolti, nei prezzi alimentari. È il solito groviglio dell’economia globale: bastano un drone sul Golfo e una polizza marittima più cara a Londra perché un sacco di concime in Africa o in America Latina diventi all’improvviso più caro.

Per questo la domanda decisiva non è se la guerra tra Usa e Iran possa restare “limitata”. Nel mondo delle interdipendenze energetiche, limitato è un aggettivo molto ottimistico. Si può limitare il teatro militare, non necessariamente quello economico. Si può colpire una nave senza affondare il commercio mondiale, ma ricordando a tutti che quel commercio poggia anche su fragilità materiali e, quando le regole saltano, sull’uso delle armi. La lezione per l’Europa e per l’Italia è tutt’altro che nuova, ma è una lezione che non sembriamo mai in grado di imparare: ogni crisi energetica produce solenni promesse di autonomia, diversificazione, investimenti su reti e fonti rinnovabili. Poi, quando i prezzi rientrano, torna la tentazione dell’accomodamento. Hormuz ci ricorda invece che la sicurezza energetica non è un lusso da tempi di guerra, ma un pezzo della politica industriale.

Leggi i commenti