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La Nato senza Occidente

(reuters)

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Naturalmente si può far finta di niente, ringraziare Erdogan per la sontuosa cornice imperiale del vertice di Ankara, credere all’ottimismo gregario di Mark Rutte quando assicura che “la Nato oggi è molto più forte”, salutare l’Air Force One che ha portato via Trump accontentandosi dell’ultima concessione del presidente americano agli alleati europei, denunciati per due giorni come partner infedeli: “L’America non uscirà dalla Nato”. Ma la realtà è più forte della diplomazia, e la verità prima o poi cozza con gli autoinganni, dissolvendoli. Dopo la foto di gruppo dei leader, l’America e l’Europa sono andate via dal summit distanti e divise, con un’incomprensione di fondo e una diffidenza reciproca crescente, lasciando sul tavolo della Nato un dubbio supremo: può sopravvivere un’alleanza militare appoggiata sulle sabbie mobili? Lo spettacolo cui abbiamo assistito autorizza ad avere molti dubbi sull’effettiva unità di intenti dei partner, sulla concezione comune di chi oggi è amico e di…

Naturalmente si può far finta di niente, ringraziare Erdogan per la sontuosa cornice imperiale del vertice di Ankara, credere all’ottimismo gregario di Mark Rutte quando assicura che “la Nato oggi è molto più forte”, salutare l’Air Force One che ha portato via Trump accontentandosi dell’ultima concessione del presidente americano agli alleati europei, denunciati per due giorni come partner infedeli: “L’America non uscirà dalla Nato”. Ma la realtà è più forte della diplomazia, e la verità prima o poi cozza con gli autoinganni, dissolvendoli. Dopo la foto di gruppo dei leader, l’America e l’Europa sono andate via dal summit distanti e divise, con un’incomprensione di fondo e una diffidenza reciproca crescente, lasciando sul tavolo della Nato un dubbio supremo: può sopravvivere un’alleanza militare appoggiata sulle sabbie mobili? Lo spettacolo cui abbiamo assistito autorizza ad avere molti dubbi sull’effettiva unità di intenti dei partner, sulla concezione comune di chi oggi è amico e di chi è avversario, sulla natura stessa e sull’identità dell’alleanza, e infine inevitabilmente sulla reale consistenza del dispositivo di sicurezza atlantico, e sulla sua efficacia.

Trump si è presentato esibendo un’eterna nota di credito per il parassitismo europeo che ha scaricato interamente sugli Stati Uniti il peso (“mille miliardi in dieci anni”) delle garanzie di difesa del vecchio continente, e una nuova irritazione per il rifiuto dei Paesi dell’Unione di accompagnare e sostenere l’attacco americano e israeliano all’Iran. Ha quindi dettato il “mood” del vertice, determinandone il clima: l’America taglieggiata e offesa, l’Europa infingarda, avara e infedele. Si è confermata anche ad Ankara, dunque, l’asimmetria caratteriale tra i due continenti alleati, con l’arrabbiatura esibita da Trump come arma negoziale, perché diventa elemento di imbarazzo psicologico e strumento di ricatto politico capace di condizionare la discussione, l’autenticità del confronto, la postura dei leader, il linguaggio.

Questo meccanismo psico-politico consente al presidente americano di esercitare la piena libertà di capriccio, premiando e punendo i suoi partner secondo l’estro del momento come se lui fosse il titolare dell’alleanza, perdonando e insultando gli altri leader a piacere, cambiando opinione e contraddicendosi da un giorno all’altro, mentre alterna il codice diplomatico e i messaggi su Truth. La reazione è un equilibrismo politico da parte della Nato che la rende fragile, e prigioniera della grande contraddizione rappresentata da Trump. Il presidente degli Stati Uniti ha preparato il summit consultando Putin e ricavandone la convinzione che il leader del Cremlino sia pronto alla pace: e tuttavia ad Ankara ha elogiato Zelensky e gli ha promesso i missili “Patriot” che il leader ucraino chiedeva da tempo. Ha preso di mira l’Italia e la Spagna, criticando Sánchez e Meloni, ma prima di partire ha rivelato di aver avvertito molto “amore” nei suoi confronti da parte degli altri capi di governo. Ha confidato di aver partecipato all’appuntamento Nato solo per rispetto del suo amico Erdogan e non perché creda nel futuro dell’alleanza, ma ha acconsentito che il vertice si concludesse riconfermando l’impegno fondamentale del patto atlantico, quell’articolo 5 del trattato per cui “l’attacco a un Paese Nato è l’attacco a tutti”. Ma nello stesso tempo ha riconfermato la volontà di prendersi la Groenlandia, “che deve essere controllata dagli Stati Uniti”, in totale disprezzo della sovranità danese e del diritto di ogni Paese all’integrità territoriale.

Uno strumento di forza, com’è un patto militare tra Paesi diversi, si regge ormai sulla punta degli spilli, replicando formule e obblighi della sua storia che risuonano vuote nella nuova epoca. Perché Europa e America per il momento possono faticosamente trovare un’intesa sulla proiezione strategica dell’alleanza e sulla tecnicalità militare, ma questo non nasconde il deficit politico della Nato 2026. È come se l’alleanza mostrasse il suo corpo intatto, ma avesse perso l’anima. Che nonostante ricorrenti tentazioni imperialistiche resisteva da 77 anni nel preambolo del trattato firmato a Washington il 4 aprile 1949, con i Paesi partner che si impegnavano “a salvaguardare la libertà, il patrimonio comune e la civiltà dei loro popoli, fondati sui principi della democrazia, della libertà individuale e dello Stato di diritto”. È il perimetro ideale dell’Occidente, la vera sovrastruttura culturale e valoriale che orienta e guida l’Alleanza, ispirata allo spirito democratico del dopoguerra, con la vittoria sul nazifascismo che salva l’Europa. Lo stesso spirito di difesa della democrazia contro le dittature ha poi animato la Nato nel lungo confronto con l’Unione Sovietica durante la guerra fredda sospesa sul muro di Berlino, spartiacque tra i due mondi. Oggi, dunque, la domanda è radicale: può sopravvivere la Nato senza più l’idea-guida di Occidente?

Per un paradosso dell’epoca, infatti, noi oggi non sapremmo più contro chi invocare e applicare l’articolo 5, fondato sul principio della sicurezza indivisibile, con la difesa comune che rappresenta qualcosa di più della somma delle difese nazionali. L’attacco a quei principi del 1949 — che credevamo eterni, e volevamo universali — viene infatti dal cuore stesso del sistema atlantico, anzi dallo scrigno di quel potere, la Casa Bianca, il trumpismo, la cultura Maga. È la destra anarco-reazionaria dei governi sovranisti che mina l’alleanza, la svuota dei suoi principi ispiratori rendendoli vacui, e attacca direttamente la democrazia. Senza un fondamento democratico di riferimento, l’alleanza si svaluta a puro patto militare tra disuguali e lontani, liberi di negoziare sicurezza e minacce con chiunque sul mercato mondiale della paura, sostituendo le regole con le conveniente del momento. Svanito l’Occidente, la Nato è un simulacro e non più la proiezione difensiva di una comunità politica che si riconosce nei valori condivisi e addirittura in una civiltà della libertà, dei diritti, del diritto e della democrazia.

Tutto questo accade nel momento in cui l’imperialismo di Mosca torna a dispiegarsi oltre i confini della santa Russia, come se fosse l’unica prova possibile del ritorno dell’impero dopo la sconfitta sovietica della guerra fredda, e questa proposta di alternativa sovrana trova seguaci anche da noi, nella destra estrema e nella pseudo-sinistra, distanti in tutto ma unite nel dileggio della democrazia. È l’Est che riemerge come pretendente imperiale, rinnovando e impersonando la sfida perpetua di una maestà concorrente, proprio mentre viene meno il concetto di Ovest. Cecità della storia: e noi, infine, apriremo gli occhi?

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