E così Marine Le Pen, leader del Rassemblement National (estrema destra), si candida alle elezioni presidenziali e, se dobbiamo credere agli ultimi sondaggi che la danno al 36 per cento dei voti al primo turno, avrebbe delle buone possibilità di essere eletta.
Sarebbe la prima volta che una persona condannata dalla giustizia per appropriazione indebita di fondi pubblici osa presentarsi alle elezioni presidenziali. Bisogna dire che la sentenza emessa il 7 luglio dalla Corte d’Appello di Parigi è singolare: da una parte, conferma la colpevolezza di Marine Le Pen, dall’altra, le lascia la possibilità di presentarsi come candidata all’Eliseo. Il suo ricorso in Cassazione la colloca giuridicamente in una condizione di “presunta innocente” e quindi le consente di candidarsi come se nulla fosse accaduto in ambito giudiziario.
E così Marine Le Pen, leader del Rassemblement National (estrema destra), si candida alle elezioni presidenziali e, se dobbiamo credere agli ultimi sondaggi che la danno al 36 per cento dei voti al primo turno, avrebbe delle buone possibilità di essere eletta.
Sarebbe la prima volta che una persona condannata dalla giustizia per appropriazione indebita di fondi pubblici osa presentarsi alle elezioni presidenziali. Bisogna dire che la sentenza emessa il 7 luglio dalla Corte d’Appello di Parigi è singolare: da una parte, conferma la colpevolezza di Marine Le Pen, dall’altra, le lascia la possibilità di presentarsi come candidata all’Eliseo. Il suo ricorso in Cassazione la colloca giuridicamente in una condizione di “presunta innocente” e quindi le consente di candidarsi come se nulla fosse accaduto in ambito giudiziario.
Aveva detto e ripetuto che non si sarebbe presentata se fosse stata condannata a portare un braccialetto elettronico. Condannata a tre anni di carcere — di cui due con sospensione condizionale della pena — dovrà scontare un anno di arresti domiciliari indossando un braccialetto elettronico e questo ridurrebbe enormemente i suoi spostamenti, rendendo impossibile il libero svolgimento della sua campagna.
Ritenuta colpevole di aver distratto 2,8 milioni di euro di fondi pubblici nell’arco di undici anni — ovvero nel corso di tre mandati al Parlamento europeo — lei continua a proclamarsi innocente. Nel processo di primo grado era stata condannata all’interdizione dai pubblici uffici per 45 mesi ma, avendo scontato la pena detentiva effettiva di 15 mesi, è di fatto libera da tale interdizione.
Il 73 per cento dei francesi intervistati esprime un giudizio positivo su di lei. La sua campagna è iniziata al fianco di Jordan Bardella, che ha promesso di nominare Primo ministro. Né la destra tradizionale, né la sinistra sono in grado di impedirle di vincere nell’aprile del 2027. Divisi come sono, i partiti non riescono nemmeno a designare un proprio candidato per sfidare Le Pen. La situazione è caotica e l’opinione pubblica è sempre più delusa dai politici, tanto che, con ogni probabilità, la maggioranza degli elettori non andrà a votare nell’aprile del 2027.
C’è poi il caso di Jean-Luc Mélenchon. Le sue prese di posizione a difesa della causa palestinese (si è rifiutato di definire Hamas un’organizzazione terroristica e ha definito la guerra condotta da Netanyahu come un genocidio) hanno portato molti francesi a considerarlo antisemita. Una cosa è certa: non riceverà nemmeno un voto dalla comunità ebraica. I media lo hanno ribadito più volte. Mélenchon viene accusato di antisemitismo perché è antisionista; egli respinge l’accusa e va avanti per la sua strada verso l’Eliseo. Mélenchon punta sui voti dei musulmani delle periferie che, stando ai sondaggi, lo sostengono. Il problema è che questa comunità, nel suo complesso, non ha l’abitudine di recarsi alle urne: le persone si astengono e si sentono distanti dalla politica. Lui conta sulla “sinistra profonda” — quella componente che non vediamo mai ma che esiste e che non si riconosce più nei partiti socialista o comunista. Ciò detto, se Mélenchon dovesse riuscire ad accedere al ballottaggio contro Marine Le Pen, sarebbe lei a vincere le elezioni presidenziali. La comunità ebraica nel suo insieme — la più importante e numerosa d’Europa — si mobiliterebbe per impedirgli di andare al potere, anche a costo di votare per l’estrema destra.
Sicura di sé e determinata, Marine Le Pen dichiara: “Saranno i francesi a decidere!”. Attualmente ha il vento in poppa e crede fermamente nel proprio destino; per la prima volta una candidata condurrà la campagna presidenziale al fianco del suo “futuro primo ministro”. Jordan Bardella, che ha trascorso mesi a prepararsi per una possibile candidatura, si differenzia da Marine sul piano ideologico sotto diversi aspetti. Sarebbe più liberale e più realistico.
Il problema è che questo partito — il cui fondatore, Jean-Marie Le Pen, non ha mai nascosto le proprie opinioni su ebrei e arabi — si presenta come puro e integro. Eppure alcuni dei suoi membri esprimono apertamente il loro razzismo e si rifanno all’eredità del padre di Marine. Con il Rassemblement National al potere, il razzismo — dichiarato o no — ha un roseo futuro davanti a sé.
traduzione di Luis E. Moriones