L’autoinganno di Meloni
di Stefano MenichiniL’intenzione è chiara, coerente col personaggio. O almeno col personaggio che Giorgia Meloni è convinta di incarnare, per l’elevata autostima e perché tutti le hanno sempre attribuito determinazione, lucidità d’analisi, rapidità di reazione. In altre parole: una che non molla.
Ora, nel momento della difficoltà, Meloni non vuole deludere. E soprattutto non vuole mollare. Quindi avrà la sua legge elettorale. Userà la vicenda delle preferenze per resuscitare la caricatura della sinistra nemica del popolo sovrano. Si arroccherà a palazzo Chigi facendo sapere che ne uscirà solo l’ultimo giorno utile. E selezionerà un pacchetto di misure a presa rapida con un solo requisito: che siano più di destra possibile.
L’amarezza per la sconfitta parlamentare, martedì 14 luglio, è stata aggravata dall’inevitabile disinteresse per l’ennesimo decreto sicurezza varato in quelle ore dal governo — il settimo in quattro anni — che tra le altre cose autorizza perfino i vigili urbani a fermare per dodici or…
L’intenzione è chiara, coerente col personaggio. O almeno col personaggio che Giorgia Meloni è convinta di incarnare, per l’elevata autostima e perché tutti le hanno sempre attribuito determinazione, lucidità d’analisi, rapidità di reazione. In altre parole: una che non molla.
Ora, nel momento della difficoltà, Meloni non vuole deludere. E soprattutto non vuole mollare. Quindi avrà la sua legge elettorale. Userà la vicenda delle preferenze per resuscitare la caricatura della sinistra nemica del popolo sovrano. Si arroccherà a palazzo Chigi facendo sapere che ne uscirà solo l’ultimo giorno utile. E selezionerà un pacchetto di misure a presa rapida con un solo requisito: che siano più di destra possibile.
L’amarezza per la sconfitta parlamentare, martedì 14 luglio, è stata aggravata dall’inevitabile disinteresse per l’ennesimo decreto sicurezza varato in quelle ore dal governo — il settimo in quattro anni — che tra le altre cose autorizza perfino i vigili urbani a fermare per dodici ore i minorenni giudicati pericolosi, prima ancora che commettano eventuali reati. Una cosa di destra, che più di destra è difficile.
Ecco, il piano è tutto sommato semplice: un ultimo anno di legislatura da vivere sulle barricate di “legge e ordine”, dove la premier si sente a proprio agio molto più che nei vertici internazionali, con l’obiettivo di recuperare consensi ora dispersi tra delusione, astensione o l’infatuazione per il vero nuovo uomo forte che ha fatto irruzione sulla scena.
Fin qui, ciò che Meloni ha in testa di fare. Poi però c’è quello che davvero potrà fare, per dodici lunghi mesi. Ed è tutto un altro discorso. Con un mondo intorno — fuori da palazzo Chigi, fuori da Roma, fuori dall’Italia — dove accadono cose e si muovono attori politici che Meloni sembra capire sempre meno.
Proprio lei, che ama sentirsi elogiare per la lucidità nelle situazioni difficili, è inciampata ormai molte volte per il motivo esattamente opposto: per non aver visto arrivare i colpi, per aver sottovalutato un avversario o aver sopravvalutato un amico. Insomma, per essere caduta vittima della sindrome più tipica del Palazzo: quando ti convinci che sia vero tutto quello che pensi e che dici, e respingi ogni evidenza che contraddica le tue certezze.
La storia della legge elettorale è un sintomo tipico. Perfino gli avversari di Meloni, oltre che i suoi sempre più perplessi alleati, sono colpiti dal paradosso che la premier si stia giocando la dote in nome di un sistema di voto che tra tanti difetti annovera anche quello non trascurabile di essere potenzialmente devastante per le sorti del centrodestra.
Un sistema che premia l’allineamento di più sigle possibili, unite dalla caccia a un comune premio maggioritario, funziona per una coalizione in fase espansiva, nella quale tutti desiderino essere inseriti. Invece dall’attuale centrodestra stanno uscendo sia ceto politico che consensi.
E il prezzo dell’eventuale recupero di Vannacci — che molti danno per scontato — sarebbe in realtà altissimo sia per i suoi effetti sull’area centrista, sia perché scioglierebbe ogni elettore di destra dal vincolo di “voto utile” per FdI o per la Lega.
Meloni, in privato, si dice convinta che Fn sia un fenomeno gonfiato. Perché lei conosce bene l’estrema destra e pensa che non potrà mai salire sopra, massimo, il 4 per cento (guarda caso, quanto prendeva FdI quando lei l’ha fondato). Un’altra certezza che la premier diffonde riguarda gli avversari, che lei vede vittime di una inarrestabile deriva a sinistra fino al punto di pronosticare la rottura tra il “campo largo” da una parte, e dall’altra tutte le sigle e i leader dell’area cosiddetta riformista.
Ecco, appunto: Vannacci solo un residuo di neofascismo e il centrosinistra sparpagliato alle elezioni. Due convinzioni radicate che certo alimentano le speranze di Meloni, ma rischiano di rivelarsi una distorsione ottica. Perché l’ex generale in realtà cresce anche fuori dall’area propriamente cameratesca, in un elettorato liquido, scontento, disposto alle avventure e poco schizzinoso.
E perché il centrosinistra ha molti difetti, ma anche un innato istinto per il potere e in nome di questo ha già dimostrato in passato di saper superare le divisioni interne. Che poi questa attitudine gli consenta di governare bene è altro discorso, ma Meloni sbaglierebbe se sottovalutasse la capacità di attrazione di una coalizione che oltre tutto i sondaggi danno adesso in vantaggio.
Poi c’è tutto il resto. A cominciare dal dettaglio che di soldi in cassa per operazioni finanziarie da anno pre-elettorale proprio non ce ne sono e comunque, come s’è visto con altri governi, la generosità di spesa pubblica raramente porta tutti i voti sperati. Per continuare con il quadro internazionale, l’ambito nel quale Meloni ha deluso di più proprio in termini di abilità di posizionamento.
Nell’ultimo anno di legislatura l’Italia navigherà in un mondo in tempesta avendo al timone una premier che s’è fatta insultare dalla Casa Bianca e ha un posto marginale nei vertici europei che contano. Non è molto rassicurante. “Quando c’era lui” ci saremmo fatti forti di sano orgoglio autarchico. Oggi non sarebbe una grande idea, ma da una leader che deve tanto “dire cose di destra” chissà cosa possiamo aspettarci.