La legge elettorale e il metodo Infantino
di Tito BoeriIl presidente della Fifa, Gianni Infantino, viene sonoramente fischiato non appena la sua immagine appare sugli schermi degli stadi del Mondiale. La ragione? La settimana scorsa, dopo aver ricevuto una telefonata personale da Trump, ha cambiato le regole Fifa permettendo al centravanti della squadra di calcio degli Stati Uniti, Folarin Balogun, di giocare una partita a eliminazione diretta ai mondiali, pur avendo ricevuto un cartellino rosso nel match precedente.
Non molto diverso ciò che avviene sistematicamente in Italia a pochi mesi dal voto. Quella votata ieri (giovedì 16 luglio) alla Camera è la quinta legge elettorale degli ultimi 30 anni. Ci si sorprende poi per la crescente disaffezione al voto. In realtà l’astensione ha molti punti in comune coi fischi sugli spalti degli stadi americani. Indignazione di fronte a chi cambia le regole all’ultimo minuto pur di mantenersi al potere.
In Italia si cambiano le leggi elettorali frequentemente perché si può farlo anche a pochi giorni…
Il presidente della Fifa, Gianni Infantino, viene sonoramente fischiato non appena la sua immagine appare sugli schermi degli stadi del Mondiale. La ragione? La settimana scorsa, dopo aver ricevuto una telefonata personale da Trump, ha cambiato le regole Fifa permettendo al centravanti della squadra di calcio degli Stati Uniti, Folarin Balogun, di giocare una partita a eliminazione diretta ai mondiali, pur avendo ricevuto un cartellino rosso nel match precedente.
Non molto diverso ciò che avviene sistematicamente in Italia a pochi mesi dal voto. Quella votata ieri (giovedì 16 luglio) alla Camera è la quinta legge elettorale degli ultimi 30 anni. Ci si sorprende poi per la crescente disaffezione al voto. In realtà l’astensione ha molti punti in comune coi fischi sugli spalti degli stadi americani. Indignazione di fronte a chi cambia le regole all’ultimo minuto pur di mantenersi al potere.
In Italia si cambiano le leggi elettorali frequentemente perché si può farlo anche a pochi giorni dal voto potendo prevedere con maggiore precisione a quanti seggi per il proprio partito corrispondono diversi sistemi elettorali. Per lo stesso partito sono vantaggiose regole diverse a seconda di quanto gli ultimissimi sondaggi dicono sulla sua forza relativa e sulle alleanze in corso.
Chi è dato vincente propenderà per un sistema maggioritario o con forte premio di maggioranza. I piccoli partiti saranno a favore del proporzionale, su base regionale o nazionale a seconda della loro diffusione. Lo stesso partito, lo stesso leader, saranno a favore di sistemi elettorali diversi a seconda di ciò che dicono i sondaggi.
Silvio Berlusconi, ad esempio, ha cambiato idea ben cinque volte. Nel marzo 2000 decretava il fallimento del maggioritario, per poi cambiare idea nel giugno dello stesso anno, esprimendosi a favore di un rafforzamento in senso maggioritario del Mattarellum, la complicatissima legge elettorale allora in vigore. Poi nel 2005 il suo partito, con la Lega e Alleanza Nazionale, votò per adottare un sistema elettorale di impronta proporzionale, il cosiddetto Porcellum (altro guazzabuglio di regole definite «una porcata» dal suo stesso promotore, il senatore leghista Calderoli). Nel 2015 per alcuni mesi Berlusconi appoggiò l’Italicum di Renzi, col suo forte premio di maggioranza. Poi cambiò idea e ne divenne un convinto detrattore.
La legge votata alla Camera introduce un sistema proporzionale corretto da un forte premio di maggioranza: 70 seggi in più alla Camera e 35 al Senato per la coalizione che ha superato il 42% dei consensi in entrambi i rami del Parlamento. Guarda caso gli ultimi sondaggi accreditano il centrodestra del 43% dei voti. Inoltre, il premio ha un tetto a 220 e 113 seggi complessivi nei due rami del Parlamento, tanti quanti bastano per eleggere il Capo dello Stato dal quarto scrutinio in poi.
Insomma, si tratta dell’ennesima legge varata all’ultimo momento al solo scopo di permettere chi ha oggi la maggioranza di mantenere e, in questo caso, estendere il proprio potere nominando senza il concorso dell’opposizione il Presidente della Repubblica.
Certo, ogni legge elettorale è perfettibile ed è molto difficile trovare un equilibrio fra l’esigenza di rappresentare la diversità delle opinioni nel paese e assicurare la governabilità, evitando una eccessiva polarizzazione in Parlamento.
Ma c’è un principio irrinunciabile per una democrazia: il sistema elettorale deve essere chiaro e semplice: quando metto una crocetta sulla scheda devo sapere per chi e cosa sto votando. Questo non è vero per il sistema oggi in vigore, e lo è ancor meno per il testo votato alla Camera: un premio di maggioranza che scatta solo con una doppia soglia su due Camere elette con metodi di voto diversi (circoscrizioni, collegi, listini) è un esercizio che pochissimi elettori sapranno ricostruire con precisione.
Perché le regole di voto siano chiare agli elettori è fondamentale anche che non cambino in continuazione. Proviamo allora a limitare i comportamenti alla Infantino. Il governo sostiene che la nuova legge rimedia alle storture delle regole attuali e non risponde a logiche di potere. Bene allora inserisca nel testo al voto del Senato una postilla secondo cui la legge entrerà in vigore non alle prossime elezioni ma fra 5 anni. Basterà poi un veloce passaggio alla Camera (si può fare in un giorno) per chiudere l’iter.
Quanto all’opposizione che oggi giustamente lamenta il fatto che chi è al governo si occupa di leggi elettorali invece che dei problemi degli italiani, dovrebbe riflettere sulle regole elettorali che essa stessa ha cambiato in passato all’ultimo momento.
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Per essere credibile nelle sue proteste dovrebbe perciò prendere l’impegno a inserire nella Costituzione la clausola che qualsiasi cambiamento alla legge elettorale entri in vigore almeno cinque anni dopo l’approvazione, oppure che non sia possibile cambiare le regole a meno di 24 o 36 mesi dal voto. Sarebbe in linea con le raccomandazioni della Commissione Europea per la Democrazia attraverso il Diritto (la Commissione di Venezia) del 2002. Servirebbe per scoraggiare chi salta fuori con una nuova proposta alla luce dell’ultimo sondaggio favorevole.
Infine c’è poco da gioire sul voto dei franchi tiratori in Aula contro le piccole incrinature alle liste bloccate proposte da una parte della maggioranza. Le difficoltà incontrate sia tra le fila della maggioranza che in quelle dell’opposizione a trovare un accordo sulle preferenze confermano quanto il principio di permettere ai cittadini di scegliere la persona e non solo il partito resti indigesto per chi scrive le regole e soprattutto per i segretari di partito che decidono le liste. Anche questo è un vulnus alla democrazia che alimenta l’indignazione dei potenziali elettori.