✕

Trump, attacco al cuore del sistema

Ascolta l'audio

Questa volta c’è una strategia politica precisa che porta la crisi nel tabernacolo più sacro, il rapporto di fiducia tra eletti ed elettori. Perché se le elezioni sono fasulle, la democrazia stessa si rivela un grande inganno. E tutto diventa possibile
3 minuti di lettura

Nella cornice solenne e liturgica del discorso alla nazione, Donald Trump ha lanciato l’attacco al cuore del sistema americano, denunciando una vera e propria crisi di sicurezza nel meccanismo elettorale degli Stati Uniti che rende i risultati del voto manipolati e manipolabili per l’interferenza attiva della Cina, della Russia, dell’Iran e della Corea del Nord, a cui si aggiungono il tradimento del deep state che conosce la frode e la nasconde e la complicità dei grandi media che non rivelano la verità, «perché fanno parte di una cospirazione».

Non è la solita rivendicazione postuma della «vittoria rubata» da Biden, trasformata da Trump in feticcio permanente della sua personale invulnerabilità, garanzia perenne del destino americano nell’epoca Maga: questa volta c’è una strategia politica precisa che porta la crisi nel tabernacolo più sacro del sistema, il rapporto di fiducia tra eletti ed elettori, la regolarità della scelta popolare, la legittimità della rappresentanza del congre…

Nella cornice solenne e liturgica del discorso alla nazione, Donald Trump ha lanciato l’attacco al cuore del sistema americano, denunciando una vera e propria crisi di sicurezza nel meccanismo elettorale degli Stati Uniti che rende i risultati del voto manipolati e manipolabili per l’interferenza attiva della Cina, della Russia, dell’Iran e della Corea del Nord, a cui si aggiungono il tradimento del deep state che conosce la frode e la nasconde e la complicità dei grandi media che non rivelano la verità, «perché fanno parte di una cospirazione».

Non è la solita rivendicazione postuma della «vittoria rubata» da Biden, trasformata da Trump in feticcio permanente della sua personale invulnerabilità, garanzia perenne del destino americano nell’epoca Maga: questa volta c’è una strategia politica precisa che porta la crisi nel tabernacolo più sacro del sistema, il rapporto di fiducia tra eletti ed elettori, la regolarità della scelta popolare, la legittimità della rappresentanza del congresso e della potestà del presidente. Perché se le elezioni sono fasulle, truccate e contraffatte, la democrazia stessa si rivela un grande inganno, crolla su se stessa, e tutto a quel punto diventa possibile.

A quattro mesi dal voto di midterm, questo è il terreno di scontro scelto da Trump per la battaglia con l’opposizione. Ed è una scelta che appicca il fuoco alla base del sistema, incendiandolo dalle fondamenta. Il supremo garante della democrazia americana denuncia che quella democrazia è corrotta, il cittadino dunque può diffidarne, uscire dal sistema e scegliere le proposte alternative più radicali.

Il patto costituzionale si infrange: come si possono invocare regole, norme e procedure quando la regola fondamentale della sovranità popolare è violata? Il Paese stesso è fuori dalla norma, appoggiato a basamenti sospetti e infragiliti, violati da infiltrazioni, manipolazioni, interferenze. Potenze straniere agiscono sul processo solenne di manifestazione della volontà dei cittadini, dirottano le decisioni degli elettori, scelgono il governo a loro più conveniente.

L’America è esposta, più che durante la sfida della guerra fredda. Solo il presidente, che denuncia l’emergenza, può risanare il sistema corrotto. Dunque il popolo deve seguirlo, facendo pressione sui suoi rappresentanti nel Congresso perché mettano mano al meccanismo elettorale, approvando per prima cosa, senza indugio, il Save America Act, che intanto abolisce il voto per posta.

Per una denuncia di questa portata, Trump aveva bisogno di un quadro drammatico. Lo ha evocato fin dalle prime parole, annunciando di aver declassificato documenti di intelligence che rivelano come l’infrastruttura elettorale americana «sia pericolosamente esposta a hacking, sfruttamento e interferenze straniere». Sotto accusa è la Cina, che secondo queste rivelazioni a partire dal ciclo elettorale del 2020 si sarebbe impadronita illegalmente di 220 milioni di registri elettorali statunitensi.

È una denuncia clamorosa, che non spiega che uso Pechino ha potuto fare di quei dati, peraltro già pubblici in alcuni Stati americani. Ma Trump intanto individua il nemico e lo addita al popolo: «In Cina volevano che io perdessi le elezioni perché capivo il loro gioco, imponevo i dazi, costruivo l’esercito più forte al mondo».

Ma lo straniero non è l’unico bersaglio, perché Trump denuncia membri del deep state che in questi anni hanno lavorato per «cancellare, minimizzare, nascondere» queste notizie agli americani, «ingannandoli spudoratamente sulla sicurezza della nostra infrastruttura elettorale, inclusi i seggi elettronici e i sistemi di conteggio delle schede, che in realtà sono vulnerabili, facilmente compromessi e quasi tutti disonesti». I documenti declassificati sono certificati da strutture dipendenti dalla presidenza, non da autorità terze e indipendenti. Si capirà nei prossimi giorni la portata e il fondamento di queste rivelazioni.

Ma intanto è questo il segnale di gong che dà il via alla contesa elettorale. Certo, Trump mette le mani avanti denunciando fin d’ora un dispositivo elettorale bacato per giustificare preventivamente la probabile sconfitta nel midterm: il leader della destra reazionaria può essere ingannato da una frode, ma non può essere mai sconfitto, perché il suo carisma è inviolabile e perfetto.

Quindi assistiamo allo sfruttamento di un tema capitale e delicatissimo come la regolarità delle elezioni a fini di speculazione politica, indebolendo il sistema pur di trarne un vantaggio. Ma c’è qualcosa di più, perché il cuore del discorso del presidente è la pubblica dichiarazione di una crisi di fiducia nello Stato e nella sua forma democratica, che secondo la denuncia di Trump non protegge i cittadini e non garantisce la legittimità delle scelte nell’urna americana.

Questa svalutazione della democrazia fin dalla sua radice elettorale si collega direttamente all’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 per contestare la vittoria di Biden, un atto tecnicamente eversivo, che la speaker della Camera ha definito «un attacco terroristico» e la commissione speciale d’indagine del Congresso ha denunciato come «un’insurrezione, in risposta alla chiamata all’azione del presidente Trump»: «Se non combattete come dannati — queste le parole del capo della Casa Bianca quel giorno — non avrete più un Paese: andate al Campidoglio per dare ai repubblicani, compreso il vicepresidente, l’orgoglio e il coraggio di cui hanno bisogno perché possiamo riprenderci il nostro Paese».

Oggi riemerge la medesima sfiducia nel sistema democratico, denunciato come inaffidabile dal suo stesso garante, che invita l’America a un altro passo nel buio.

Leggi i commenti