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Due coalizioni deboli in cerca di un’identità

Roma, 14 luglio: i leader del centrosinistra Nicola Fratoianni, Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Riccardo Magi (ansa)

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Si ripropone il tema politico centrale. Ossia chi è il leader, chi ha la capacità per esercitare una guida sicura e riconosciuta
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Due coalizioni sfilacciate al loro interno. Una logorata da quasi quattro anni di governo privi di risultati significativi. L’altra in perenne ricerca di una coerenza e di una visione. La fine della legislatura non è drammatica, ma è sconfortante. Con i dati dell’economia mediocri e il potere d’acquisto degli italiani impoverito, l’ottimismo è fuori luogo: sia che la destra riesca a riconquistare palazzo Chigi, sia che la sinistra si riprenda il potere pur non sapendo esattamente cosa farne.

Su un punto le due coalizioni potevano trovare un’intesa di massima: la politica estera nel solco della tradizione, la fedeltà alla Nato nonostante Trump, una convinta difesa dell’Ucraina dall’imperialismo putiniano. Ma tutto questo è mancato e i dubbi sul prossimo futuro sono legittimi, specie se le crisi internazionali dovessero prolungarsi.

Le ultime ore hanno riproposto il tema politico centrale. Ossia chi è il leader di ciascuna coalizione; chi ha la capacità per esercitare una guida sicura…

Due coalizioni sfilacciate al loro interno. Una logorata da quasi quattro anni di governo privi di risultati significativi. L’altra in perenne ricerca di una coerenza e di una visione. La fine della legislatura non è drammatica, ma è sconfortante. Con i dati dell’economia mediocri e il potere d’acquisto degli italiani impoverito, l’ottimismo è fuori luogo: sia che la destra riesca a riconquistare palazzo Chigi, sia che la sinistra si riprenda il potere pur non sapendo esattamente cosa farne.

Su un punto le due coalizioni potevano trovare un’intesa di massima: la politica estera nel solco della tradizione, la fedeltà alla Nato nonostante Trump, una convinta difesa dell’Ucraina dall’imperialismo putiniano. Ma tutto questo è mancato e i dubbi sul prossimo futuro sono legittimi, specie se le crisi internazionali dovessero prolungarsi.

Le ultime ore hanno riproposto il tema politico centrale. Ossia chi è il leader di ciascuna coalizione; chi ha la capacità per esercitare una guida sicura e riconosciuta. Il che non va confuso con una leadership formale, scritta sulla carta. È qualcosa di più serio e profondo.

A destra la legislatura ha avuto Giorgia Meloni come leader indiscussa. Nelle ultime settimane abbiamo assistito a vari tentativi di mettere in discussione il suo ruolo. Non una sconfessione formale, dato che nessuno ha la forza di avanzare un’alternativa, ma un tentativo di minarne l’influenza. Tale è stata la trappola sulle preferenze nella legge elettorale e soprattutto la crescente arroganza di Vannacci. Il capo di Futuro Nazionale ha preso a esprimersi come il vero decisore, la spina dorsale del centrodestra in vista delle elezioni e dopo. Un errore troppo vistoso, di cui l’ex militare potrebbe pagare il prezzo.

Roberto Vannacci 

A sinistra l’estenuante rivalità tra Elly Schlein e Giuseppe Conte assomiglia sempre di più al vecchio ballo sul mattone. Ci si agita, ma sempre sul posto, senza allontanarsi di un metro dal tassello iniziale. Non si conosce il programma del centrosinistra, ma sarebbe meglio dire che non si conosce la sua idea del paese. E nessuno sa con quali modalità sarà definito il perimetro delle alleanze, nonché chi e come ne assumerà la guida.

Luigi Zanda, autorevole esponente del Pd che parla da uomo libero non essendo in Parlamento, dice che il centrosinistra può anche vincere le elezioni, ma non offre al momento la garanzia di saper governare. Difficile smentirlo. Anzi, a suo avviso «Conte si sta mangiando un pezzo alla volta larghe parti del Pd. Senza suscitare reazioni».

Poi ci sono indiscrezioni di un parlottio dietro le quinte, negoziati nell’ombra che riguardano sia la poltrona di palazzo Chigi sia la successione di Mattarella al Quirinale. Ma l’impressione è che si discuta con i piedi nelle sabbie mobili, poiché nessuno sa cosa accadrà tra sei mesi. Il centrosinistra ha bisogno di un leader, o una leader, in grado di esprimere un carisma e di stabilire un rapporto anche emotivo con l’opinione pubblica. Lo ebbe ai tempi di Romano Prodi e oggi si avverte l’urgenza di colmare il vuoto.

A destra Giorgia Meloni ha capito di dover fare affidamento solo su sé stessa. Quindi la legge elettorale, pur con i suoi limiti, non può essere smembrata dai franchi tiratori. E Vannacci, personaggio che rappresenta interessi non tutti trasparenti, non può diventare l’uomo forte della destra. Quindi va lasciato fuori dalle intese e sconfitto sul terreno politico. La sfida è complicata ma la premier non ha modo di sottrarsi. E nemmeno può fidarsi dei suoi partner, ognuno indebolito dall’esercizio non brillante dell’azione di governo. Nel 2022 FdI colse uno storico successo, non è detto che oggi il copione si ripeta. Ma è meglio una sconfitta dopo una battaglia a viso aperto che un lento sprofondare nel pantano.

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