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Quel doppio standard sulla politica estera

Quel doppio standard sulla politica estera
(ansa)

L’alleanza deve chiarire la sua natura e la sua collocazione internazionale

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A parte il programma ancora misterioso, la “leadership” da individuare, le primarie da decidere come e quando; a parte tutto questo, il cosiddetto campo progressista Schlein-Conte-Fratoianni-Bonelli deve sciogliere un paio di nodi politici tutt’altro che secondari. Il primo riguarda proprio la natura di questa alleanza. Ed è una questione antica: dov’è il suo baricentro? L’obiettivo è costruire e proporre una forza di sinistra moderata e riformatrice oppure una convergenza di gruppi radicali, preoccupati di non avere concorrenti sul quel versante (“pas d’ennemis à gauche” dicevano i francesi, che di fronti popolari se ne intendono).

Si tratta di una polemica che occupa le pagine dei giornali da molto tempo. La novità è che le elezioni ormai si avvicinano, mentre la legislatura consuma la sua ultima stagione. Ma il centrosinistra dà l’impressione di essere sempre al punto di partenza. Anzi, se si guardano le cronache, sembra che prevalgano quasi sempre le posizioni radicali. Come a Bologna, ad esempio, con la protesta immediata e violenta contro la polizia, prima ancora di vedere accertate le responsabilità nella morte del povero Fakir. La spiegazione delle “due piazze”, una ragionevole e l’altra irriducibile, non convince del tutto. Primo, perché suggerisce la convivenza di due standard ostili uno all’altro e tuttavia in qualche misura entrambi accettati. Secondo, perché nel rapporto con l’opinione pubblica si regala un vantaggio alla destra, ovviamente sempre pronta a intestarsi le campagne “legge e ordine”.

In poche parole, l’immagine dello schieramento progressista — se non si vuole ricorrere alla poco fortunata definizione di “campo largo” — si fonda su un impianto radicale, come un accampamento ben difeso, nel quale sono tuttavia consentite delle zone franche, dei presidi “riformisti”. Con scarse possibilità, peraltro, di influire sulla rotta decisa da chi comanda. Per cui — e qui si parla del Pd — c’è chi accetta tale condizione e resta nel partito a combattere la sua battaglia; e chi, come ad esempio Pina Picierno, se ne va e cerca con fatica di camminare lungo un altro sentiero.

In ogni caso, il terreno dove la segretaria Elly Schlein è più attenta a non compiere passi falsi è la politica estera. Dipende dal timore di disarticolare il partito sul punto decisivo, quello a cui anche il presidente Mattarella è soprattutto sensibile. Quindi sulla guerra in Ucraina e nella condanna dell’aggressione russa l’analisi della Schlein ricalca quella espressa più volte dal capo dello Stato. Tanto che un’intervista al Foglio, in cui le parole più chiare erano quelle sul conflitto in Europa orientale, ha procurato alla segretaria del Pd un editoriale di rimbrotti da parte del giornale fiancheggiatore dei Cinque Stelle.

Ecco di nuovo una sorta di doppio standard. Nel “campo largo” convivono la linea filo-atlantica del Pd, pur fra qualche contraddizione, e la posizione anti-Zelensky e filo-russa di Giuseppe Conte. Il quale oggi non è solo il capo dei 5S, bensì il più autorevole candidato a vincere le primarie del centrosinistra, se e quando saranno convocate. Ed è tutto da dimostrare che due linee diverse sulla politica estera possano trovare una sintesi che non sia solo retorica.

Se il programma che non c’è, ed stato annunciato dopo l’estate, sarà composto solo da frasi di maniera, questo sarà un limite di fondo per la credibilità del centrosinistra. Che nei prossimi mesi avrà bisogno di spiegare agli elettori in maniera chiara quale sia la collocazione internazionale dell’Italia progressista.

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