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La frontiera dimenticata del fine vita

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Il tragico vuoto legislativo lo stanno riempiendo, come possono, le altre istituzioni: dalla Consulta alle Regioni
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Lo so bene. Nel tempo in cui domina il diritto della forza, il braccio violento della legge, la crudeltà di Stato, parlare di umana pietas può apparire straniante. Ma non tutto è Vannacci, non tutto si può ridurre a questo venefico pifferaio di Hamelin, che suonando il suo strumento con gioiosa ferocia si porta dietro come topi accecati dalla paura e dall’odio tutti i patrioti al comando e parecchi elettori allo sbando.

La scena pubblica è dominata dalle crociate innocentiste per un gioielliere condannato per omicidio volontario e dalle campagne colpevoliste per un povero cristo morto nelle mani della polizia, e intossicata dai ferrei scudi immunitari per Delmastro e dai vacui castighi securitari contro i “maranza”.

Mentre le destre consumano questi orrori quotidiani — e ci chiamano a una doverosa risposta collettiva, all’insegna della riprovazione morale e della passione costituzionale — la vita vera ci sfugge e si porta via i problemi reali delle persone in carne ed ossa. Quelli che…

Lo so bene. Nel tempo in cui domina il diritto della forza, il braccio violento della legge, la crudeltà di Stato, parlare di umana pietas può apparire straniante. Ma non tutto è Vannacci, non tutto si può ridurre a questo venefico pifferaio di Hamelin, che suonando il suo strumento con gioiosa ferocia si porta dietro come topi accecati dalla paura e dall’odio tutti i patrioti al comando e parecchi elettori allo sbando.

La scena pubblica è dominata dalle crociate innocentiste per un gioielliere condannato per omicidio volontario e dalle campagne colpevoliste per un povero cristo morto nelle mani della polizia, e intossicata dai ferrei scudi immunitari per Delmastro e dai vacui castighi securitari contro i “maranza”.

Mentre le destre consumano questi orrori quotidiani — e ci chiamano a una doverosa risposta collettiva, all’insegna della riprovazione morale e della passione costituzionale — la vita vera ci sfugge e si porta via i problemi reali delle persone in carne ed ossa. Quelli che ormai conosciamo bene: la bolletta elettrica e la stangata sui carburanti, i salari e la sanità. Ma anche quelli che stiamo dimenticando, che ci sembrano secondari ma che non sono meno rilevanti per misurare la qualità della nostra democrazia. Mi riferisco qui al “fine vita”, una frontiera dolorosa ma doverosa, dalla quale la politica italiana ha deciso ancora una volta di ritirarsi. Dando l’ennesima, vergognosa prova di vigliaccheria.

“Su una questione così intima e grave, che riguarda la vita, la sofferenza e la dignità, avevo preso nel 2022 l’impegno di aprire questo cammino insieme ai francesi… Con gravità, umiltà e rispetto per la nostra democrazia, questo impegno è stato mantenuto”. Lo criticano in tanti, Emmanuel Macron. Ma le parole con le quali pochi giorni fa ha salutato il via libera definitivo dell’Assemblea nazionale alla legge sul fine vita fanno onore a lui e alla Francia.

Sono le stesse che vorremmo sentire da Giorgia Meloni, o da qualunque altro presidente del Consiglio che avesse il coraggio e la coerenza per far compiere anche all’Italia questo passo fondamentale sulla via della civiltà, della dignità, della libertà. La Francia c’è riuscita dopo due anni di dibattito, fissando cinque condizioni giuridiche fondamentali per poter accedere “all’aiuto a morire”. L’Italia si sottrae da questo dovere etico e politico ormai da sette anni, cioè da quando nel 2019 la Corte costituzionale definì in modo chiarissimo la cornice normativa entro la quale si deve inquadrare il diritto al fine vita e inchiodò il Parlamento alle sue responsabilità.

Da allora, assistiamo a una fuga sistematica del potere esecutivo e del potere legislativo. L’ultima un mese fa, nel silenzio generale, quando il disegno di legge firmato dal pd Alfredo Bazoli è stato affossato definitivamente da Palazzo Madama con una “sospensiva” presentata da Fratelli d’Italia. Le destre, estremiste e moderate, hanno spiegato: “Non accetteremo mai un inno alla morte, alla libertà di morire, all’eutanasia”.

Poco importa, a lorsignori, che la legge sul “fine vita” non sancisce la “libertà di morire” e non c’entra nulla con l’eutanasia: qui conta solo confondere le idee. Per un macabro scherzo del destino, la pietra tombale sulla legge è caduta nello stesso giorno in cui un’altra donna, Lucia, triestina di 80 anni, affetta da una malattia degenerativa che la straziava dal 2021, ha deciso di andare a Zurigo per ottenere lì quel diritto a una fine dignitosa che le negano qui. Marco Cappato e Filomena Gallo hanno raccontato che Lucia, prima di andarsene, ha voluto ascoltare una delle canzoni più note di Eros Ramazzotti: Terra promessa. Proprio quella che il suo Paese le ha crudelmente negato.

Così, anche stavolta, un’altra legislatura finisce senza che le Camere abbiano non voglio dire approvato, me neanche esaminato un testo, condannando chi non ce la fa più a reggere la sofferenza e si può permettere il viaggio a trovare la pace che cerca in qualche clinica Svizzera, e chi invece non ha risorse economiche a finire i suoi giorni nel dolore, alleviato solo dall’amore delle famiglie. Ma ora c’è di più, e c’è di peggio.

Nella colpevole latitanza dello Stato, questo tragico vuoto legislativo lo stanno riempiendo come possono le altre istituzioni. Da una parte, c’è di nuovo la Consulta, che il 23 giugno ha tenuto un’udienza senza precedenti: sono stati ascoltati undici pazienti terminali, ognuno col suo fardello di patologie irreversibili e di sofferenze indicibili, che hanno detto la loro attraverso gli studi legali e i sintetizzatori vocali, chi per invocare il diritto ad andarsene secondo la sua insindacabile volontà, chi per rivendicare il desiderio di resistere fino all’ultimo minuto, senza cercare soluzioni legali e iniezioni letali. Tutti, in ogni caso, per reclamare l’altra grande esigenza sottolineata dalla Corte e disattesa dal legislatore, cioè la creazione di strutture per le cure palliative, una risposta diversa dal suicidio medicalmente assistito, ma altrettanto importante per chi reclama il sacrosanto diritto di scegliere.

E per capire di cosa stiamo parlando, basta rivedere su Rai 3 il commovente “Quel che resta dei giorni”, nel quale Domenico Iannaccone ha raccontato dall’hospice Madre Teresa di Calcutta, a Larino, la cura infinita e l’immensa pietà con la quale un medico straordinario come Mariano Fiocco accompagna i suoi ricoverati nell’ultimo viaggio.

Dall’altra parte ci sono le singole regioni, che agiscono in autonomia, producendo un “federalismo sanitario” di fatto sul vivere e sul morire, inaccettabile per uno Stato di diritto degno di questa definizione. Dopo la Toscana e la Sardegna, l’altro ieri è stata l’Emilia-Romagna ad approvare una sua legge che disciplina la procedura per ottenere la morte con aiuto medico attraverso personale e strutture del Servizio sanitario nazionale.

Come le altre, anche questa legge voluta dal governatore De Pascale — che pure ha voluto ascoltare rispettosamente tutte le posizioni in campo — rispetta rigorosamente i quattro parametri già fissati sette anni fa dalla Corte costituzionale: l’esistenza di una patologia irreversibile, la presenza di sofferenze fisiche e psicologiche intollerabili, la necessità di un sostegno vitale tecnologico o farmacologico, la capacità del malato di assumere decisioni libere e consapevoli. Dunque, nessun “inno alla morte”, nessuna “eutanasia facile”. L’opposto: la scelta cosciente e senziente di chi, dopo aver vissuto una vita libera, vuole decidere come e quando dire basta all’impotenza, alla sofferenza, alla disperanza.

L’aveva detto Laura, un’altra splendida donna di 50 che se n’è andata a morire in una clinica al di là delle Alpi, lasciando una testimonianza che spacca il cuore: “Fate lo sforzo di capire… pretendete una buona legge che rispetti i malati e i loro bisogni… fate pressione e organizzatevi, non restate a guardare, perché un giorno tutto questo potrebbe riguardare voi e i vostri cari…”. Era la fine di luglio del 2025. Ma nel Palazzo, perso dietro alle follie di un generale, nessuno l’ha ascoltata.

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