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Sicurezza, il nuovo contratto sociale

Roma, 23 luglio: in piazza per chiedere giustizia per Abderrahim Fakir (agf)

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Di fronte alla carenza di governo, la sinistra dovrebbe uscire dall’imbarazzo impugnando una diversa idea di sicurezza, basata sull’autorità dello Stato di diritto e sulla sua credibilità. Rifiutando soprattutto il peccato mortale di consegnare lo scettro alla paura
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Che cosa resterà di questa drammatizzazione della nostra vita sociale che sollecita le emozioni, le paure e le vendette lasciando che sia la cronaca nera a dettare l’agenda alla politica, col risultato di inaugurare l’anno elettorale sullo scenario di un Paese irriconoscibile, avvilito e feroce nello stesso tempo, perché spaventato da se stesso?

Per capirlo bisogna che si depositi la febbre della propaganda che ha trasformato in un feticcio ideologico la tragedia di un gioielliere diventato giustiziere uccidendo a colpi di pistola nella schiena due ladri in fuga dopo la rapina, mentre derubrica a incidente la morte di un uomo nelle mani della polizia che lo aveva bloccato mentre dava in escandescenze, e lo teneva a terra ammanettato col viso schiacciato sull’asfalto.

Restano i corpi, naturalmente, araldi di quel che verrà, come diceva Camus annunciando la peste. Ma contano poco, annullati dall’ingigantimento delle due figure simboliche opposte, lo straniero e il vendicatore, alfa e …

Che cosa resterà di questa drammatizzazione della nostra vita sociale che sollecita le emozioni, le paure e le vendette lasciando che sia la cronaca nera a dettare l’agenda alla politica, col risultato di inaugurare l’anno elettorale sullo scenario di un Paese irriconoscibile, avvilito e feroce nello stesso tempo, perché spaventato da se stesso?

Per capirlo bisogna che si depositi la febbre della propaganda che ha trasformato in un feticcio ideologico la tragedia di un gioielliere diventato giustiziere uccidendo a colpi di pistola nella schiena due ladri in fuga dopo la rapina, mentre derubrica a incidente la morte di un uomo nelle mani della polizia che lo aveva bloccato mentre dava in escandescenze, e lo teneva a terra ammanettato col viso schiacciato sull’asfalto.

Restano i corpi, naturalmente, araldi di quel che verrà, come diceva Camus annunciando la peste. Ma contano poco, annullati dall’ingigantimento delle due figure simboliche opposte, lo straniero e il vendicatore, alfa e omega del violento disordine quotidiano in cui siamo precipitati a occhi aperti: e non possiamo dire che non lo sapevamo.

Sembra impossibile che mentre stiamo vivendo una crisi internazionale senza precedenti — allargata al Golfo, al Medio Oriente, all’America Centrale, all’Europa dell’Est, coinvolgendo Mosca e Washington — l’angoscia per il rischio di un nuovo e definitivo conflitto mondiale lasci spazio alle paure indigene, nazionali, domestiche, create dal deterioramento del nostro sistema di convivenza civile.

Non c’è proporzione tra le due crisi, che però si combinano e si sostengono, nella comune paura del futuro. Il venir meno di un ordine mondiale capace di garantire stabilità e salvaguardia, sostituito dalla precarietà di una totale confusione tra amici, nemici, avversari e alleati è infatti la prima causa del disorientamento della pubblica opinione, spaesata e disancorata dai suoi punti di riferimento tradizionali.

Il mondo diventa ostile e di fronte a questa minaccia esterna il cittadino si sente scoperto, non tutelato, anzi esposto. Avverte il rischio, addirittura fisico, mortale, atomico: e mentre arretra nella dimensione privata cercando conforto e fiducia nella porzione di mondo in cui è nato e cresciuto, si accorge che non gli appartiene come vorrebbe, perché deve condividerlo con altri soggetti, e non è pronto. Scopre in sé stesso un’inedita gelosia del lavoro, un nuovo egoismo del welfare, un antagonismo sconosciuto per lo spazio e per il ruolo, un’inattesa avarizia dei diritti.

Si sente sminuito, globalizzato a casa sua, misconosciuto. Capisce che la politica nazionale è fuori scala rispetto alla dimensione universale dei problemi che lo tormentano e non va più a votare, o sceglie la protesta, rovesciando il tavolo per seguire l’antipolitica o l’estremismo anti-sistema. Un passo dopo l’altro, da cittadino retrocede a individuo: vulnerabile. E questa vulnerabilità finisce sul mercato politico, in attesa della migliore offerta: non più di trasformazione, ma di protezione, la vera parola che incrocia il sentimento dell’epoca.

Da sempre la destra risponde a questi bisogni promettendo ordine, la sinistra proponendo emancipazione. Una democrazia matura, spiegava Bobbio, dovrebbe saper garantire nello stesso tempo ordine, libertà e uguaglianza. Perché uno Stato democratico non riduce la libertà per insediare l’ordine, ma costruisce un ordine che renda effettiva la libertà. Dopo la guerra le nuove democrazie avevano portato questi principi nello spirito delle costituzioni, nella convinzione che il vero ordine sociale è garantito dal rispetto del diritto e dall’espansione dei diritti, non dalla forza.

Oggi questo equilibrio si è spezzato, mettendo in crisi la coppia libertà-sicurezza che da sempre amministra il pendolo delle nostre paure e delle nostre aspirazioni. Come se il mondo si fosse rimpicciolito e la speranza diventasse inutile, la promessa di cambiamento non mobilita più, sostituita dall’istinto di difesa, dalla richiesta di tutela, appunto dalla domanda di protezione.

È una riduzione dell’orizzonte, dal futuro all’oggi, e un cambiamento di ruolo per l’individuo, da cittadino protagonista della politica con le sue scelte a soggetto passivo, puro destinatario di una politica ridotta a sicurezza, unidimensionale, come la protezione garantita da un contratto assicurativo pagato con la cessione di quote di libertà.

Non ci accorgiamo che intanto stiamo operando una metamorfosi della paura, perché la stiamo trasformando da percezione generale di inquietudine in sensazione individuale di minaccia, come se l’insicurezza diffusa si fosse condensata in pericolo per la nostra personale incolumità, bussando alla porta di casa. È il contagio della paura, fino a introiettarla.

Ed è qui che la paura si fa merce politica, capitale simbolico, e si arriva all’ultimo atto, conseguente, che può dispiegarsi su un terreno ampiamente preparato: la sicurezza diventa il nuovo contratto sociale, cercando quella che Montesquieu chiamava «la tranquillità di spirito» ormai soltanto nel presidio dell’ordine a qualsiasi costo, e rinunciando al resto.

Mentre nel Novecento alla politica veniva affidato il compito di disciplinare il lavoro, di garantire la redistribuzione, di promuovere l’istruzione — tutti strumenti utili a “rimuovere gli ostacoli” alla libertà e all’emancipazione delle persone — oggi tutto si risolve nel presente, con l’individuo che non chiede l’espansione dei diritti di cui si sente titolare, ma si accontenta di invocare protezione, da un ruolo distante e subordinato rispetto alla politica: tollerando persino che si deformi il codice penale davanti a ogni emergenza, invece di prevenirla, governando. Perché non bisogna dimenticare che chi alimenta la paura è quello stesso governo da cui dipende la sicurezza, la vigilanza, il controllo, l’equilibrio tra la sicurezza e i diritti: il cosiddetto ordine.

Di fronte a questa carenza di governo, la sinistra dovrebbe uscire dall’imbarazzo impugnando una diversa idea di sicurezza, basata sull’autorità dello Stato di diritto e sulla sua credibilità, quindi sulla legalità, sulla giustizia, sugli spazi di libertà aperti dai diritti, sul controllo del territorio, sul rispetto dei doveri di ognuno. Perché la sicurezza non è un’ideologia, ma è il primo diritto dei cittadini, cominciando dai più deboli, e va restituita a questa dimensione. Rifiutando soprattutto il peccato mortale di consegnare lo scettro alla paura, insediandola come nuovo, supremo ordinatore sociale.

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