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Cittadini di oggi nella scuola multiculturale

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I bambini e i ragazzi non sono concittadini di domani, ma concittadini di oggi
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Nel suo editoriale Parlare (davvero) di scuola, uscito il 28 luglio sul Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia lancia l’ennesimo allarme sulla scuola multiculturale. Chiede ai lettori di raffigurarsi aule composte per il 70-80 per cento da ragazzi e ragazze di «radice islamica», ai quali gli insegnanti parlerebbero di contenuti estranei al loro universo culturale e familiare, suscitando «spesso» rabbia e tensioni con studenti e famiglie incapaci di adattarsi ai «nostri» valori e costumi.

Un inferno, se le cose andassero davvero così. Ma «spesso», «assai spesso» e «quasi sempre», senza un numero, non sono dati: sono avverbi e lasciano il tempo che trovano. Prima di chiamare in aiuto l’immaginazione sarebbe dunque utile guardarli, i dati. Il Ministero registra cittadinanza e Paese di nascita, non la religione. Nel 2022-2023 gli alunni con cittadinanza non italiana erano 914.860, l’11,2 per cento del totale; il 65,4 per cento era nato in Italia.

La loro presenza è concentrata so…

Nel suo editoriale Parlare (davvero) di scuola, uscito il 28 luglio sul Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia lancia l’ennesimo allarme sulla scuola multiculturale. Chiede ai lettori di raffigurarsi aule composte per il 70-80 per cento da ragazzi e ragazze di «radice islamica», ai quali gli insegnanti parlerebbero di contenuti estranei al loro universo culturale e familiare, suscitando «spesso» rabbia e tensioni con studenti e famiglie incapaci di adattarsi ai «nostri» valori e costumi.

Un inferno, se le cose andassero davvero così. Ma «spesso», «assai spesso» e «quasi sempre», senza un numero, non sono dati: sono avverbi e lasciano il tempo che trovano. Prima di chiamare in aiuto l’immaginazione sarebbe dunque utile guardarli, i dati. Il Ministero registra cittadinanza e Paese di nascita, non la religione. Nel 2022-2023 gli alunni con cittadinanza non italiana erano 914.860, l’11,2 per cento del totale; il 65,4 per cento era nato in Italia.

La loro presenza è concentrata soprattutto nel Nord, ma le scuole con almeno il 40 per cento di alunni senza cittadinanza italiana erano il 3,7 per cento. La concentrazione esiste e richiede politiche adeguate; trasformarla in uno scontro di civiltà è un’altra cosa. «Spesso le ragazze di fede islamica vengono ritirate dalla scuola». Quante? Il Ministero non rileva la religione e non può dircelo. Mostra però che, tra gli studenti con cittadinanza non italiana, le ragazze hanno tassi di abbandono inferiori a quelli dei maschi.

I singoli casi di tensione sulle pratiche religiose possono esserci e vanno affrontati. Ma non risulta pubblicato un monitoraggio nazionale sui conflitti prodotti dal Ramadan, dalle regole alimentari, dal velo o dalla compresenza di maschi e femmine. Nessun indicatore nazionale stabilisce poi che gli insegnanti siano «totalmente impreparati». Semmai, sono soli e isolati, mentre le riforme più recenti, concentrate sul voto in condotta, non vanno nella direzione della convivenza civile auspicata da Galli della Loggia. Esistono invece formazione, reti territoriali e pratiche costruite dalle scuole.

Tutto questo può essere insufficiente, diseguale. Ma ignorarlo significa cancellare quasi vent’anni di lavoro di migliaia di insegnanti che ogni giorno entrano in classe e, con lo stipendio che hanno, rendono questo Paese più civile e democratico, praticamente e non teoricamente: altri due avverbi sui quali riflettere. D’accordissimo sul fatto che serva «una forte, un’alta discussione politica, tutta politica», ma non solo in Parlamento: soprattutto fuori da esso, perché le grandi riforme nascono da problemi pratici evidenziati in classe. Così è stato per le scuole dell’infanzia, il tempo pieno, i programmi del 1979 e del 1985 e l’abolizione delle classi differenziali. Riforme che possono non piacere a Galli della Loggia, ma che hanno permesso agli immigrati di ieri di studiare ed emanciparsi dalle loro famiglie.

In questo senso l’articolo mi ha fatto venire in mente quanto si scriveva agli inizi del Novecento nella stampa statunitense sulle classi a prevalenza italiana. Allora erano i figli dei nostri immigrati a essere descritti come incapaci di diventare americani, se prima non si fosse addomesticata la loro cultura d’origine. Alcuni educatori proposero una strada diversa dall’assimilazione del melting pot: una forma ante litteram di educazione interculturale. La cittadinanza non nasceva dalla rinuncia alle proprie origini, ma dalla partecipazione alla vita comune: non si diventava americani contro ciò che si era stati, ma a partire da ciò che si era.

Ha funzionato? Direi di sì, finché sulla scuola si sono investite risorse ed energie intellettuali e l’educazione ha riguardato la città tutta, con le sue istituzioni e politiche sociali, abitative e culturali. Lo stesso vale per le scuole del Nord Italia di fronte agli immigrati meridionali negli anni Cinquanta e Sessanta. Che cosa ha reso quei bambini e quelle bambine, destinati per nascita alla marginalità, cittadini sovrani? Un quotidiano tirocinio della democrazia, che non si fa imparando a memoria la Costituzione.

Per questo trovo sbagliato il modo in cui Galli della Loggia parla dei «giovani immigrati che saranno i nostri concittadini di domani». Come ci ha insegnato Mario Lodi, che prese sul serio la Costituzione fin dal 1948, quando entrò in vigore e lui fu nominato maestro di ruolo, i bambini e i ragazzi non sono concittadini di domani, ma concittadini di oggi. Averlo chiaro è fondamentale per parlare «davvero» di scuola, in pratica e non in teoria.

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