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La sfida elettorale all’ombra del Colle

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Il punto di Folli del 2 luglio 2026
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Per ora sappiamo che sarà un finale di legislatura aspro, confuso, giocato più sulle estreme che al centro. In cui il rischio sarà una nuova rincorsa a delegittimare l’avversario, come indicano i primi segnali. Si è detto, non a torto, che l’aver tirato nella contesa il futuro Quirinale è un tentativo di mobilitare l’elettorato di centrodestra, offrendogli una prospettiva più lunga e stimolante di quanto sia la prossima campagna elettorale. Si cerca di accendere l’interesse di un’opinione pubblica in genere poco entusiasta, come è noto, mentre il tema di chi sarà il prossimo presidente è di quelli che riempiono i giornali e i “talk show” televisivi.

E si prestano a infinite variazioni. Ovviamente non è vero che i capi di Stato siano stati tutti “di sinistra”. La frase meloniana è più che altro uno slogan elettorale. Come dire: dateci la forza per riequilibrare la situazione, noi che siamo figli di un dio minore della destra, coloro che andarono a Salò. Nemmeno questa è tutta la verità…

Per ora sappiamo che sarà un finale di legislatura aspro, confuso, giocato più sulle estreme che al centro. In cui il rischio sarà una nuova rincorsa a delegittimare l’avversario, come indicano i primi segnali. Si è detto, non a torto, che l’aver tirato nella contesa il futuro Quirinale è un tentativo di mobilitare l’elettorato di centrodestra, offrendogli una prospettiva più lunga e stimolante di quanto sia la prossima campagna elettorale. Si cerca di accendere l’interesse di un’opinione pubblica in genere poco entusiasta, come è noto, mentre il tema di chi sarà il prossimo presidente è di quelli che riempiono i giornali e i “talk show” televisivi.

E si prestano a infinite variazioni. Ovviamente non è vero che i capi di Stato siano stati tutti “di sinistra”. La frase meloniana è più che altro uno slogan elettorale. Come dire: dateci la forza per riequilibrare la situazione, noi che siamo figli di un dio minore della destra, coloro che andarono a Salò. Nemmeno questa è tutta la verità: c’è anche la volontà di non subire veti, soprattutto veti preventivi quando tutte le ipotesi sono aperte. In realtà, anche se ci si limita alla stagione del bipolarismo, dai primi anni Novanta in poi, ha poco senso mescolare insieme Scalfaro, Ciampi, Napolitano e Mattarella: espressione di culture politiche diverse e talvolta persino opposte. A meno di non volerli tutti appiattire sul medesimo fondale: sono di sinistra per la semplice ragione che non sono di destra — di una certa destra — , e comunque appartenenti ad altri filoni della storia italiana. Cattolici, azionisti, comunisti, tutti accumunati fra loro in modo approssimativo.

La risposta dell’opposizione allo slogan della premier è prevedibile. Nella sostanza: uniamoci per evitare che la destra si prenda tutto, il Quirinale dopo Palazzo Chigi e le due Camere. L’Union Sacrée alla francese, qualcosa più del semplice “fronte popolare”. Sul piano politico è la replica di chi si prepara a combattere, colpo su colpo, una dura battaglia elettorale. In termini più generali è la premessa di uno scontro destinato a togliere legittimità ai due contendenti. Da sinistra si sottolinea che Giorgia Meloni e i suoi sono poco affidabili sul piano democratico e non rispettano le istituzioni. Un presidente della Repubblica espresso dall’attuale maggioranza di destra, sarebbe dunque un colpo di mano. E questo nonostante che il governo Meloni abbia agito per quasi quattro anni con la fiducia del Parlamento e per fortuna senza strappi clamorosi con la tradizione repubblicana.

Da destra si ribatte, come abbiamo visto, rappresentando i vari presidenti, senza distinzioni, come figure di parte, cioè militanti di una sinistra che tende a prevalere, se necessario, sui doveri di neutralità istituzionale. Se queste sono le premesse della campagna elettorale, bisogna attendersi di tutto nei prossimi mesi. Del resto, le invettive verbali solcano già il cielo di Roma come bengala che illuminano la notte.

Significativa l’iniziativa di Giuseppe Conte, che pure deve destreggiarsi su vari fronti dopo la campagna di stampa della destra che lo ha messo sotto accusa per l’uso disinvolto dei fondi Covid. L’ex premier insegue senza requie la “leadership” del centrosinistra e ha proposto di abbandonare la definizione di “campo largo”, in favore di una meno ambigua “Alleanza per la Costituzione”. A suo avviso sarebbe il modo migliore per collegarsi alla vittoria dei No nel referendum di marzo. Ovviamente non tutti sono d’accordo. Evocare un’intesa solo per difendere la Carta suggerisce un’idea difensiva, per non dire conservatrice, quando invece si vorrebbe uno o più messaggi con delle proposte per il futuro. E poi, anche in questo caso, il sottinteso è che la parte avversa lavora per demolire la democrazia. Un altro passo sulla via della delegittimazione.

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