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La tela Usa per le due Libie

Abdul Hamid Mohammed Dbeibeh 

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Il piano di Donald Trump cambia le regole del gioco
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In Libia il piano di Trump cambia le regole del gioco. Mentre l’ovest del Paese è attraversato da una nuova ondata di proteste, innescate dai blackout elettrici ma rapidamente trasformatesi in una campagna di disobbedienza civile contro il governo di unità nazionale, la diplomazia americana accelera. Gli emissari della Casa Bianca continuano a spostarsi tra Tripoli e Bengasi.

Più passano le settimane, più prende forma una strategia che va oltre la semplice mediazione tra le parti: l’amministrazione Trump sembra voler riscrivere il metodo con cui gli Stati Uniti affrontano il dossier libico, mettendo in secondo piano il lungo e inconcludente percorso negoziale degli ultimi anni per puntare su un accordo politico pragmatico tra i due principali centri di potere del Paese.

Secondo diverse ricostruzioni, Washington sta lavorando a un’intesa che vedrebbe il mantenimento di Abdul Hamid Dbeibeh alla guida del governo di Tripoli, mentre la famiglia Haftar — che controlla la Cirenaica — assum…

In Libia il piano di Trump cambia le regole del gioco. Mentre l’ovest del Paese è attraversato da una nuova ondata di proteste, innescate dai blackout elettrici ma rapidamente trasformatesi in una campagna di disobbedienza civile contro il governo di unità nazionale, la diplomazia americana accelera. Gli emissari della Casa Bianca continuano a spostarsi tra Tripoli e Bengasi.

Più passano le settimane, più prende forma una strategia che va oltre la semplice mediazione tra le parti: l’amministrazione Trump sembra voler riscrivere il metodo con cui gli Stati Uniti affrontano il dossier libico, mettendo in secondo piano il lungo e inconcludente percorso negoziale degli ultimi anni per puntare su un accordo politico pragmatico tra i due principali centri di potere del Paese.

Secondo diverse ricostruzioni, Washington sta lavorando a un’intesa che vedrebbe il mantenimento di Abdul Hamid Dbeibeh alla guida del governo di Tripoli, mentre la famiglia Haftar — che controlla la Cirenaica — assumerebbe il controllo del Consiglio presidenziale, l’organo collegiale che rappresenta la massima autorità dello Stato. Un compromesso costruito attorno ai due poli rappresentativi (non unici) della Libia occidentale e orientale, nella convinzione che solo un’intesa tra chi esercita realmente il potere possa sbloccare una paralisi politica che dura da quindici anni.

Le proteste mostrano tuttavia come uno dei due pilastri di questo schema stia attraversando una fase di vulnerabilità politica. Pur mantenendo il controllo delle principali istituzioni di Tripoli, Dbeibeh deve fare i conti con un malcontento che va oltre la crisi energetica e mette in discussione la capacità del governo di garantire servizi essenziali e stabilità.

A guidare l’iniziativa statunitense è Massad Boulos, consigliere del presidente Donald Trump per gli affari africani e mediorientali. Parallelamente, il segretario di Stato Marco Rubio ha ricevuto a Washington Saddam Haftar, vicecomandante dell’Esercito nazionale libico, figlio del leader cirenaico Khalifa Haftar e indicato da molti osservatori come naturale successore del padre.

Al centro dei colloqui c’è la riunificazione delle forze armate e degli apparati di sicurezza. È questo il punto più significativo del cosiddetto Piano Boulos. Per oltre un decennio la comunità internazionale ha puntato su una transizione guidata dalle Nazioni Unite culminata nelle elezioni del 2021, mai celebrate. Il campo del governo di unità nazionale, Dbeibeh, scelto per accompagnare quel passaggio, è rimasto invece al potere ben oltre il mandato originario.

Gli sviluppi delle ultime ore mettono pressione sul Piano Boulos. La finestra politica di Dbeibeh, il cui consenso è sempre stato relativo, sembra restringersi proprio mentre Washington ha deciso di investire sulla sua permanenza alla guida del governo di Tripoli. Più si indebolisce la sua capacità di governare la capitale e di mantenere il consenso nell’ovest del Paese, più diminuisce il valore politico dell’intesa che gli Usa stanno cercando di costruire con la leadership della Cirenaica.

In questo senso, la crisi in corso può però confermare la logica dell’approccio americano: prima consolidare un’autorità statale capace di garantire sicurezza e servizi, poi riportare il Paese alle urne. È un approccio coerente con la politica estera trumpiana: meno processi multilaterali, più accordi pragmatici tra gli attori che esercitano il potere, nella convinzione che una stabilità imperfetta sia preferibile a una transizione infinita.

Naturalmente le critiche non mancano. I detrattori temono che un’intesa costruita attorno alle due principali élite finisca per consolidare il sistema di potere esistente, marginalizzando il percorso promosso dall’Onu, rinviando le elezioni e alimentando la reazione delle fazioni escluse. Le proteste danno valore a chi si oppone al Piano Boulos.

Per l’Italia il dossier conserva un’importanza fondamentale. La Libia resta centrale per la sicurezza del Mediterraneo, per il controllo dei flussi migratori, per gli interessi energetici nazionali e per la tutela delle infrastrutture che collegano i giacimenti libici alla Sicilia attraverso il GreenStream.

Più che l’ennesimo tentativo di chiudere la lunga transizione libica, quello americano appare come il primo laboratorio della politica estera di Trump nel Mediterraneo: costruire uno Stato funzionante prima ancora di uno democratico.

Il successo dell’operazione non dipenderà soltanto dalla capacità di trovare un’intesa tra Dbeibeh e Haftar, ma anche dalla rapidità con cui l’accordo riuscirà a produrre benefici concreti in termini di sicurezza, servizi e stabilità. Se la finestra politica di Tripoli dovesse restringersi, anche il margine di manovra della diplomazia americana rischierebbe di ridursi.

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