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La politica estera non si decide al gazebo

Il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte (ansa)

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Giuseppe Conte pone in discussione il sistema di alleanze, la Nato e l’Unione europea
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Arturo Parisi, che fu ministro della Difesa nel governo di Romano Prodi e soprattutto fu l’architetto della stagione ulivista, ha scovato un’altra delle battute illuminanti per le quali è famoso: «Peccato che nel 1947 non ci fossero le primarie. Altrimenti De Gasperi, invece di rompere l’alleanza ciellenista di unità nazionale, sull’alternativa Usa-Urss avrebbe proposto a Togliatti: andiamo alle primarie e che vinca il migliore».

Dove il sarcasmo non è solo nel paragone, volutamente grottesco, De Gasperi-Schlein e Togliatti-Conte. Questa è la parte più ovvia. La vera ironia riguarda lo scenario delle primarie. Come se in passato si fosse votato per decidere se allearsi con gli Stati Uniti o con l’Unione Sovietica. Lo si è fatto, ma nelle elezioni politiche del 1948.

Nessuno fino a oggi si è sognato di affidare le scelte decisive di politica estera al gioco dei gazebo. Adesso potrebbe capitare. E Giuseppe Conte è come sempre astuto e spregiudicato anche nel fare la prima mossa. L’inte…

Arturo Parisi, che fu ministro della Difesa nel governo di Romano Prodi e soprattutto fu l’architetto della stagione ulivista, ha scovato un’altra delle battute illuminanti per le quali è famoso: «Peccato che nel 1947 non ci fossero le primarie. Altrimenti De Gasperi, invece di rompere l’alleanza ciellenista di unità nazionale, sull’alternativa Usa-Urss avrebbe proposto a Togliatti: andiamo alle primarie e che vinca il migliore».

Dove il sarcasmo non è solo nel paragone, volutamente grottesco, De Gasperi-Schlein e Togliatti-Conte. Questa è la parte più ovvia. La vera ironia riguarda lo scenario delle primarie. Come se in passato si fosse votato per decidere se allearsi con gli Stati Uniti o con l’Unione Sovietica. Lo si è fatto, ma nelle elezioni politiche del 1948.

Nessuno fino a oggi si è sognato di affidare le scelte decisive di politica estera al gioco dei gazebo. Adesso potrebbe capitare. E Giuseppe Conte è come sempre astuto e spregiudicato anche nel fare la prima mossa. L’intervista alla Stampa in cui ha abbracciato al 90 per cento la linea russa sull’Ucraina è certo clamorosa, ma non solo perché mira a tenere nell’angolo Elly Schlein.

Conte fa di più, pone in discussione l’intero assetto della politica estera italiana: il suo sistema di alleanze, la Nato e l’Unione europea. Non lo dice in modo chiaro, è ovvio, e non sarebbe nemmeno nel suo interesse, eppure l’esito della sua posizione è scontato. Anche il lessico è esplicito: i guerrafondai sono i governi occidentali, invece pacifiste sono le masse che rifiutano di fornire armi all’Ucraina, con il pieno sostegno dei Cinque Stelle.

Su queste basi le primarie non avrebbero senso, come suggerisce il paradosso di Parisi. Ma in concreto cosa può accadere nei prossimi mesi, visto che Conte riesce con notevole frequenza a occupare il centro del palcoscenico a scapito di Elly Schlein?

La risposta del Pd è come sempre corretta nella forma e un po’ debole nella sostanza. Si avverte la consueta volontà di non alzare il livello della polemica, il che tuttavia rischia di lasciare Conte padrone del campo. Secondo il Pd, occorre mettersi intorno a un tavolo e definire il programma con gli alleati, in modo che tutti si sentano obbligati a rispettarne i contenuti: nelle primarie e oltre, quando il vincitore dovrà rappresentare l’intera coalizione.

Tutto giusto, ma a quanto pare Conte non è propenso a farsi stringere dentro regole astratte. Per meglio dire, la sua tattica consiste nel colpire l’alleato-avversario fin quando non trova resistenza, a quel punto rallenta e cerca un altro punto per riprendere l’offensiva.

Quindi un programma generico, firmato tra mille riserve mentali, non sembra sia il più solido baluardo per impedire al capo dei 5S di proseguire la propria strategia. Sarebbe più logico il consiglio di Renzi: facciamo le primarie e battiamoci per vincerle. Di fatto si tratta di creare un blocco che escluda Conte, ma sia pronto ad accoglierlo come candidato sconfitto per avere il suo apporto nella campagna elettorale anti-Meloni.

Il problema è che se l’ex premier riuscisse a imporre il tema “guerra o pace”, ovvero “vale la pena morire per Kiev?”, avrebbe già vinto. Avrebbe già demolito il “campo largo” per ricostruirlo su basi a lui più idonee. Magari con il retro pensiero di rimettere in piedi dopo le elezioni una coalizione giallo-verde aperta a Salvini proprio sulla politica estera. Un ritorno al passato.

Nel frattempo Conte si prepara a fronteggiare la plausibile nascita di un partito di Di Battista, fondato su un populismo pro-Putin ancora più esplicito. Sarebbe un rivale pericoloso per i 5S. Ma la risposta di Conte sembra essere quella di accentuare il pacifismo filo-Cremlino. Come dire: per battere l’avversario, ci si appropria dei suoi argomenti.

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