La posizione di Conte sull’Ucraina, se non ha un valore soltanto retorico, contiene due scommesse. La prima, esplicita, è relativa alla politica interna e consiste in una sfida al Pd, da risolvere in un confronto alle elezioni primarie. Alla base, evidentemente, c’è la convinzione che la posizione di non-intervento sia maggioritaria fra gli elettori di centro-sinistra, e sia poi efficacemente utilizzabile in campagna elettorale. È certamente difficile pensare che sia opportuno affidare la politica estera a un duello fra leader, e che sia semplice formare su queste basi una coalizione alternativa alla destra. Nondimeno, si può interpretare questa scommessa come la derivata di un’altra scommessa, implicita, di carattere più generale, sulla politica internazionale.
Questa sarà a breve caratterizzata da eventi elettorali importanti. In Russia, le votazioni per il rinnovo della Duma, nel settembre di quest’anno; negli Usa, le elezioni di midterm agli inizi di novembre; in Francia, le pres…
La posizione di Conte sull’Ucraina, se non ha un valore soltanto retorico, contiene due scommesse. La prima, esplicita, è relativa alla politica interna e consiste in una sfida al Pd, da risolvere in un confronto alle elezioni primarie. Alla base, evidentemente, c’è la convinzione che la posizione di non-intervento sia maggioritaria fra gli elettori di centro-sinistra, e sia poi efficacemente utilizzabile in campagna elettorale. È certamente difficile pensare che sia opportuno affidare la politica estera a un duello fra leader, e che sia semplice formare su queste basi una coalizione alternativa alla destra. Nondimeno, si può interpretare questa scommessa come la derivata di un’altra scommessa, implicita, di carattere più generale, sulla politica internazionale.
Questa sarà a breve caratterizzata da eventi elettorali importanti. In Russia, le votazioni per il rinnovo della Duma, nel settembre di quest’anno; negli Usa, le elezioni di midterm agli inizi di novembre; in Francia, le presidenziali nell’aprile del 2027. A ciò si aggiungano le politiche in Francia e in Germania nei primi mesi del 2029. Sono elezioni che possono determinare significative modifiche della politica occidentale verso la Russia: questa al momento consiste, ufficialmente, nella prosecuzione degli aiuti militari ed economici all’Ucraina fino a una «pace vittoriosa», ovvero fino a un grave indebolimento russo.
Un Trump ammaccato dall’esito di novembre potrebbe infatti volere chiudere in fretta la partita russo-ucraina, come in parallelo un Putin fresco di consensi elettorali potrebbe essere propenso a misure militari più incisive, come una mobilitazione generale — la cui sola minaccia sarebbe micidiale, dato che l’Ucraina è in deficit demografico e di arruolamenti — . Una non improbabile, anche se non certa, vittoria della destra in Francia porterebbe poi all’Eliseo — dove si decide la politica estera d’oltralpe — posizioni lontane da quelle filo-ucraine di Macron.
Infine, le elezioni in Germania sono già fonte di preoccupazione per l’avanzata della Afd, per il collasso della Spd e per la stanca performance della Cdu, i due partiti portanti della democrazia tedesca. La Afd è un soggetto politico non tecnicamente neo-nazista — in tal caso sarebbe stato sciolto sulla base di leggi che in Germania sono prese sul serio — ma reazionario, aggressivamente populista e grettamente nazionalista, la cui forte crescita in parecchi Länder testimonia del malessere sociale ed economico nella società tedesca. Ostile alla immigrazione, alla Ue e all’impegno in Ucraina, la Afd influenzerà direttamente o indirettamente la politica tedesca.
Il motore franco-tedesco delle politiche della Ue, che già viaggia a basso regime, potrebbe quindi battere in testa, e potrebbero affermarsi scelte politiche dettate dagli interessi dei singoli Stati: a Washington, a Parigi e anche a Berlino la questione ucraina potrebbe insomma essere vista in una luce diversa dalla attuale. E la linea della fermezza, divenuta minoritaria, potrebbe essere lasciata ai baltici, ai polacchi e al loro storico protettore e alleato, l’Inghilterra.
La scommessa di Conte, in ultima analisi, consisterebbe nell’immaginare che un indebolimento dell’appoggio italiano alla politica della guerra a oltranza non isolerebbe il Paese dai centri decisionali occidentali. E che forse potrebbe fare dell’Italia, da lui guidata, uno dei mediatori con la Russia per una pace di compromesso, in vista di una fruttuosa ricostruzione, e della ripresa della collaborazione economica.
Scommessa azzardata ma non del tutto implausibile, nel segno dell’intreccio — di cui anche il governo di destra sta dando efficace esempio sulla vicenda di Ceuta — fra politica internazionale e politica interna. Cioè nel segno di una crescente osmosi fra spazio politico interno ed esterno, la cui tradizionale separazione, pur relativa, è ormai il ricordo di un passato più lineare e prevedibile ma difficilmente recuperabile.