L’anno elettorale distorce fatalmente la realtà, perché costringe i leader a tenere lo sguardo fisso sulle urne e li spinge a parlare con il linguaggio della propaganda. Ma nello stesso tempo rivela le tendenze più profonde di ogni partito, in quanto tutte le forze politiche alla resa dei conti mettono in gioco la loro anima, cioè la loro natura profonda, per conquistare gli elettori. Le primarie radicalizzano queste due dinamiche introducendo un elemento di sfida e di competizione dentro la stessa coalizione che poi, trovato il leader, dovrà battersi compattamente contro i suoi veri avversari politici. Una lotta interna, dunque, per scegliere il candidato più capace di guidare la battaglia esterna, decisiva. Questa contraddizione inevitabile, però ha bisogno non soltanto di regole precise, come ripetono ormai tutti, ma di uno spirito unitario fondato su ideali comuni e in grado di far prevalere sempre il valore strategico dell’alleanza sulla contingenza del confronto intestino. È que…
L’anno elettorale distorce fatalmente la realtà, perché costringe i leader a tenere lo sguardo fisso sulle urne e li spinge a parlare con il linguaggio della propaganda. Ma nello stesso tempo rivela le tendenze più profonde di ogni partito, in quanto tutte le forze politiche alla resa dei conti mettono in gioco la loro anima, cioè la loro natura profonda, per conquistare gli elettori. Le primarie radicalizzano queste due dinamiche introducendo un elemento di sfida e di competizione dentro la stessa coalizione che poi, trovato il leader, dovrà battersi compattamente contro i suoi veri avversari politici. Una lotta interna, dunque, per scegliere il candidato più capace di guidare la battaglia esterna, decisiva. Questa contraddizione inevitabile, però ha bisogno non soltanto di regole precise, come ripetono ormai tutti, ma di uno spirito unitario fondato su ideali comuni e in grado di far prevalere sempre il valore strategico dell’alleanza sulla contingenza del confronto intestino. È quello che sta accadendo nella metà campo del centro-sinistra? A me pare di no: proviamo a capire.
Poiché la guerra e la distruzione del vecchio ordine mondiale sono l’elemento dominante della fase, entrambe le coalizioni hanno bisogno di trovare una linea unitaria sulla politica estera, che in un momento così delicato richiederebbe addirittura una condivisione tra destra e sinistra su alcuni passaggi fondamentali: come la collocazione occidentale dell’Italia, secondo la storia e la tradizione del lungo dopoguerra, e la difesa da parte del nostro Paese dei principi di democrazia, a tutela del diritto e dei diritti. Tutto ciò fino a qualche anno fa sembrava fuori discussione, come una cultura politica liberamente acquisita, quasi una seconda natura introiettata dal sistema politico nel suo insieme. Oggi non è così. Anzi, la politica estera divide le coalizioni, ci sono faglie evidenti e inaspettate, fughe in avanti, incertezze e obiezioni che si spiegano con uno scarto decisivo operato negli ultimi anni, fino a mettere in discussione quello che sembrava un elemento di fondo del nostro agire politico collettivo: la concezione della democrazia liberale e costituzionale come valore universale e principio ordinatore del sistema.
Questa diffidenza verso la democrazia come canone occidentale ha accompagnato in tutto il mondo la crescita della nuova destra estrema, è diventata il cuore della politica Maga negli Stati Uniti trumpiani, e anche in Italia affiora nella destra di governo incapace di sciogliere definitivamente il nodo storico che la lega ancora all’eredità mai rifiutata del fascismo: mentre è addirittura la cifra identitaria della sfida futurista di Vannacci. Ma bisogna prendere atto che il dubbio democratico si è insediato anche a sinistra, o meglio in quel mondo che non per caso preferisce definirsi “progressista”, distinguendosi, e mescola populismo e antipolitica sotto la bandiera dei Cinque Stelle. La continua rappresentazione della democrazia come il luogo degli inganni, della grande menzogna, della truffa permanente dei poteri forti e dell’élite ha portato a una svalutazione delle parole d’ordine, dei principi e degli ideali della cultura democratica: che in larghissima parte coincidono con i valori, i diritti e i doveri fissati dalla Costituzione.
Solo così si spiega il venir meno, nei Cinque Stelle e non solo, dell’ancoraggio ad alcuni comandamenti che in tutto l’Occidente guidano il cammino della sinistra, almeno da quando — con colpevole ritardo — si è liberata dei suoi demoni storici e ideologici: il rifiuto degli imperialismi, il rispetto dell’autodeterminazione dei popoli, la salvaguardia della sovranità nazionale, il richiamo al diritto internazionale, il dovere di distinguere tra l’aggressore e l’aggredito, la scelta di stare dalla parte del più debole. È come se il populismo ex-grillino si sentisse portatore di un ordine nuovo, che fissa un diverso canone, post-democratico. E rende possibile ai Cinque Stelle smarcarsi dall’Europa con la scelta di non sostenere più l’Ucraina con l’invio di armi (come se la ripulsa dell’aggressione russa fosse a tempo, e la sua condanna avesse la data di scadenza), di pronunciarsi contro il riarmo europeo (come se non ci fosse un problema di autonomia nella difesa, nel momento in cui Trump minaccia di chiudere l’ombrello americano sul nostro continente), di ammonire Kiev per essersi “attrezzata” negli armamenti, fin troppo, come se l’Ucraina fosse colpevole di aver imparato a difendersi, resistendo all’invasore. Tutto questo, se Conte vincerà le primarie e guiderà il governo, verrà sostituito da una “svolta negoziale”, con la promessa del leader Cinque Stelle di mettere subito al tavolo del confronto Putin insieme con Zelensky, una promessa che ricorda Trump quando in campagna elettorale garantiva di poter concludere la guerra in pochi giorni, una volta tornato alla Casa Bianca.
Ma non è la tecnicalità precaria di questo progetto il cuore del problema. Guardiamo al disegno complessivo: in tre mosse Conte si colloca in una zona grigia tra Kiev e Mosca, come l’unico soggetto politico che grazie a questa scelta di neutralità può puntare ad avviare una trattativa tra i due contendenti. Ma la neutralità tra due soggetti clamorosamente diseguali come l’aggressore e l’aggredito è in realtà una scelta di campo che indebolisce l’Ucraina e rafforza la Russia. Questa contraddizione difficilmente sostenibile nel mondo del centrosinistra può essere coperta solo ricorrendo a un valore assoluto, come la pace. Conte infatti si presenta come l’unico possibile artefice della pace, giocando il tutto per tutto sulla prospettiva di un negoziato che consenta di far finire la guerra. In sostanza il leader dei Cinque Stelle sta lanciando un’opa sulla pace. Il calcolo non è sbagliato: nella corsa delle primarie per concorrere alla premiership il Pd ha un’area di consenso superiore a quella degli ex grillini. Ma la superficie genericamente pacifista, che raccoglie gli italiani stanchi di guerra, impauriti dal rischio che il conflitto si allarghi, favorevoli ad arrivare comunque alla fine delle operazioni belliche è ancora più ampia, e supera addirittura la divisione tra destra e sinistra. Se Conte riesce a diventare l’unico interprete politico di quell’universo frastagliato ma affollato, può ricevere una spinta importante nella sfida delle primarie.
È difficile che l’opa vada in porto: i suoi punti di debolezza sono due. Il primo nasce dal fatto che la pace non appartiene a Conte. Tutti i leader (e non solo nel centrosinistra) vogliono la fine della guerra, dunque la ricerca della pace non è un’esclusiva. Ma questo auspicio comune si traduce poi in scelte politiche e morali molto differenti tra loro, perché sono diversi gli strumenti per costruire la pace. E qui si rivela la seconda debolezza: nel momento in cui si spezza la cornice di riferimento della democrazia, ecco che si fa strada la scorciatoia immorale di una pace che assuma la forma del sopruso da cui tutto è incominciato, diventi l’immagine di un mondo nuovo dove la forza sostituisce il diritto, obblighi la diplomazia a concedere ciò che l’aggressione non è riuscita a conquistare. È la falsa pace, perché consente alle ragioni della guerra di realizzarsi. Quella vera non porta soltanto alla fine dei combattimenti, ma realizza un nuovo ordine: che reinsedia la democrazia, unica garanzia di coesistenza pacifica nella libertà e nella giustizia.