C’è un libro delizioso pubblicato in Italia da BeccoGiallo. Si intitola Rosa, blu e tu! Domande per bambinə sugli stereotipi di genere, è scritto e illustrato dalla canadese Elise Gravel insieme a Mykaell Blais e tradotto da Antonia Mattiello. Parla di come essere maschi e femmine, bambini o bambine non sia un fatto neutro, ma corrisponda a precise aspettative sociali e culturali. «Guarda queste immagini», chiede l’albo. «Vedi cose solo da femmine o solo da maschi? Ce ne sono alcune che vanno bene per entrambi?». Poi un dinosauro dichiara: «Quando mi estinguerò, voglio diventare un giocattolo per maschi!». E un improbabile «re dei colori» proclama che «il rosa è per le femmine e l’azzurro per i maschi». «Chi ha inventato queste regole?», chiede il libro. «Dobbiamo per forza seguirle?».
Niente di nuovo. Lo notava già Elena Gianini Belotti, che dal 1960 al 1980 diresse il Centro Nascita Montessori di Roma. In Dalla parte delle bambine, pubblicato nel 1973, mostrava come il genere si cos…
C’è un libro delizioso pubblicato in Italia da BeccoGiallo. Si intitola Rosa, blu e tu! Domande per bambinə sugli stereotipi di genere, è scritto e illustrato dalla canadese Elise Gravel insieme a Mykaell Blais e tradotto da Antonia Mattiello. Parla di come essere maschi e femmine, bambini o bambine non sia un fatto neutro, ma corrisponda a precise aspettative sociali e culturali. «Guarda queste immagini», chiede l’albo. «Vedi cose solo da femmine o solo da maschi? Ce ne sono alcune che vanno bene per entrambi?». Poi un dinosauro dichiara: «Quando mi estinguerò, voglio diventare un giocattolo per maschi!». E un improbabile «re dei colori» proclama che «il rosa è per le femmine e l’azzurro per i maschi». «Chi ha inventato queste regole?», chiede il libro. «Dobbiamo per forza seguirle?».
Niente di nuovo. Lo notava già Elena Gianini Belotti, che dal 1960 al 1980 diresse il Centro Nascita Montessori di Roma. In Dalla parte delle bambine, pubblicato nel 1973, mostrava come il genere si costruisca fin dalla gestazione: se la madre sta bene sarà maschio, se sta male sarà femmina. Alle bambine cucine, ferri da stiro, carrozzine e bambole; ai maschi mezzi di trasporto, navi spaziali, pistole, fucili, spade e cannoni. Non si trattava, scriveva, di «formare le bambine a immagine e somiglianza dei maschi», o viceversa, ma di «restituire a ogni individuo che nasce la possibilità di svilupparsi nel modo che gli è più congeniale, indipendentemente dal sesso cui appartiene».
Cinquant’anni dopo, Rosa, blu e tu! parte dalla stessa domanda: quanto c’è di naturale e quanto di appreso in ciò che consideriamo maschile e femminile? Evidentemente è una domanda da censurare, se il ministro Giuseppe Valditara ha estrapolato due pagine di questo albo, senza citarlo, e le ha pubblicate sui social con la scritta: «Con la legge Valditara questo non sarà più possibile». Cosa non sarà più possibile? Leggere albi illustrati a scuola? La legge n. 104 del 2026 stabilisce che nell’infanzia e nella primaria siano escluse le attività aventi per oggetto temi attinenti alla sessualità; nelle secondarie sono possibili con il consenso informato preventivo e previa visione dei materiali. Ma chi dice che quel consenso non ci sarà?
C’è poi un problema. Nell’Analisi dell’impatto della regolamentazione che accompagnava il disegno di legge è lo stesso Ministero a dichiarare di «non disporre di dati relativi alle iniziative progettuali afferenti alla tematica della sessualità», perché rientravano nell’autonomia delle scuole, sulle quali «il Ministero non esercita forme di monitoraggio o controllo». Non sappiamo dunque, sulla base dei dati ministeriali, quante fossero, dove si svolgessero, quanti studenti coinvolgessero. Il libro c’è, e meno male, mi viene da aggiungere. Ciò che manca sono i dati per capire quale realtà scolastica quelle pagine dovrebbero rappresentare. Le due pagine scelte sono quella in cui si domanda se dobbiamo per forza essere «femmine o maschi», oppure possiamo essere «entrambi» o «nessuno dei due», e quella sui pronomi: tre bambini dicono di preferire «lui», «lei» e «lai».
Rimane «lai». È una parola italiana? Diventerà un pronome? Vera Gheno ricorda spesso una cosa scritta molti anni fa da Tullio De Mauro in Guida all’uso delle parole: «La scuola tradizionale ha insegnato come si deve dire una cosa. La scuola democratica insegnerà come si può dire una cosa». Quel «si può» apre un campo vastissimo: si può comunicare disegnando, cantando, mimando, usando lingue e dialetti, parole antiche e nuove. Fino alla conclusione: «Possiamo dirla tacendo, purché abbiamo veramente voglia di dirla e purché ce la lascino dire». Ce la lascino dire.
Non occorre decidere se lai entrerà nell’italiano. Nella pagina la bambina non dice: «Il pronome corretto è lai». Dice: «La parola che mi piace di più è Lai». Il libro non impone una nuova grammatica: racconta che esistono persone che non si riconoscono necessariamente nelle categorie di maschio e femmina e che esistono tentativi linguistici di dare un nome a questa esperienza. Si può discutere se lo faccia bene o male, se lai, scelto nella traduzione italiana per rendere l’inglese they, sia efficace o no, a quale età proporlo e con quali strumenti pedagogici. È ciò che normalmente si fa con i libri: si leggono, si discutono, si criticano. A un certo punto dell’albo ci sono due pagine che rappresentano tante forme possibili di famiglia: non so che avrei dato per averlo io da bambina quando ero l’unica con i genitori separati a scuola e disegnavo la famiglia modello Happy days perché quella era l’unica prevista da tutto quello che leggevo. Per fortuna oggi non è più così, anche grazie ad albi come questo.