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La Lega e le alternative al declino di Salvini

Matteo Salvini 

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Il punto del 19 agosto 2026
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A parere di tanti, il lungo dominio di Matteo Salvini sulla Lega è a un passo dall’epilogo. Frenato dagli errori politici, chiamato a pagare il prezzo dell’apertura a Vannacci, logorato dai “nordisti”, è già sorprendente che il cosiddetto “capitano” sia riuscito a restare in sella per tanto tempo, avendo portato la Lega dal 34 al 6 per cento circa. Eppure il rebus non è di facile soluzione. Salvini ha di certo fatto il suo tempo, eppure sostituirlo è un’operazione complessa, forse poco plausibile a breve termine.

È tipico di chi ha esercitato un notevole potere molto a lungo: anche quando la spinta propulsiva del leader è azzerata, la rete delle connivenze interne e degli interessi in gioco richiede intelligenza e pazienza per essere districata. C’è, come è ovvio, l’alternativa drastica: la decapitazione metaforica, il colpo di mano. Via il dente, via il dolore. Ma talvolta è più facile a dirsi che a farsi. Soprattutto quando mancano pochi mesi alle elezioni e il rischio è di accelera…

A parere di tanti, il lungo dominio di Matteo Salvini sulla Lega è a un passo dall’epilogo. Frenato dagli errori politici, chiamato a pagare il prezzo dell’apertura a Vannacci, logorato dai “nordisti”, è già sorprendente che il cosiddetto “capitano” sia riuscito a restare in sella per tanto tempo, avendo portato la Lega dal 34 al 6 per cento circa. Eppure il rebus non è di facile soluzione. Salvini ha di certo fatto il suo tempo, eppure sostituirlo è un’operazione complessa, forse poco plausibile a breve termine.

È tipico di chi ha esercitato un notevole potere molto a lungo: anche quando la spinta propulsiva del leader è azzerata, la rete delle connivenze interne e degli interessi in gioco richiede intelligenza e pazienza per essere districata. C’è, come è ovvio, l’alternativa drastica: la decapitazione metaforica, il colpo di mano. Via il dente, via il dolore. Ma talvolta è più facile a dirsi che a farsi. Soprattutto quando mancano pochi mesi alle elezioni e il rischio è di accelerare, non di limitare, il declino del partito. Del resto, basta guardare alla storia recente del Carroccio per farsi un’idea di come stanno le cose. La deriva nazionalista in stile Le Pen era cominciata assai prima dell’arrivo sulla scena del generale Vannacci con le sue ambizioni. E i leghisti nostalgici di Bossi, compresi gli amministratori del Nord, abili nella gestione locale ma impacciati rispetto alla politica romana, avevano dimostrato ampiamente di non essere dei cuor di leone.

Ostili, senza dubbio, al “vannaccismo” e alla curvatura massimalista di Salvini, eppure lungi dal costituire un gruppo dirigente alternativo. A esempio, si è parlato per anni dell’allora presidente del Veneto (oggi ex) , Luca Zaia, come anti-Salvini. Ma l’interessato si è sempre limitato a civettare con l’ipotesi, evitando qualsiasi impegno concreto. Oggi lui e qualche altro “governatore” a settentrione del Po sono meno restii a farsi avanti, a cominciare dal presidente della Lombardia, ma l’architettura della nuova Lega è tutta da costruire. A prevalere al momento è un clima rissoso, premessa di ulteriori fratture che sarebbero letali. Per cui ha senso che il presidente della Camera, Lorenzo Fontana, si appelli alla serietà e, in un’intervista al Giornale, chieda “rispetto” per Salvini, l’uomo che nei suoi anni d’oro aveva rimesso in piedi una Lega morente. Fontana ha un personale debito di gratitudine verso il vecchio “capitano” e usa lo stesso linguaggio misurato che ne distingue il ruolo istituzionale.

Peraltro non è il metro del rispetto che alla lunga potrà decidere uno scontro di potere. E nemmeno gli appelli all’unità, pur inevitabili di fronte a una crisi grave. È più logico immaginare che i “nordisti” riescano a ridefinire un’identità leghista in cui trovano posto le antiche radici lombardo-venete accanto a un modo più moderno di declinare lo spirito autonomista. Senza farne un’arma contro lo Stato nazionale, come accadde nei passaggi meno raccomandabili del vecchio Carroccio guidato da Bossi. A questo fine conterà, domani come ieri, il ruolo pragmatico di Roberto Calderoli, il ministro delle “autonomie differenziate” che ha dimostrato negli anni una tendenza realista più interessante dell’antico populismo.

Fintanto che questo processo non sarà completato, il Carroccio neo-nordista non sarà in grado di sostituire Salvini con efficacia. E quindi di tornare a occupare uno spazio utile all’interno della coalizione guidata da Giorgia Meloni. Che pure ha un estremo bisogno di riavere un’alleanza stabile.

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