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Le falsità di Putin e la guerra dei russi

(agf)

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L’ammissione che la Russia è costretta a importare benzina è la più clamorosa sconfessione della terapia comunicativa imposta per quattro anni da Vladimir Putin a ministri, alti funzionari, oligarchi e media: tenere la guerra in Ucraina, mistificata come “operazione militare speciale”, il più lontano possibile dalla vita quotidiana dei russi, e dunque dalle menti e dai cuori. Ed è, invece, l’avverarsi della profezia bellica di Volodymyr Zelensky, che a giugno, quando cominciò a intensificarsi la pioggia di droni sulle raffineria russe, aveva detto: “Se brucia l’Ucraina, brucerà anche Mosca”.

La crisi alle pompe di rifornimento è cominciata in Crimea, dove era già stato proclamato lo stato di emergenza perché l’Ucraina aveva bloccato i rifornimenti mettendo fuori uso i collegamenti con la Russia. Ma ora l’emergenza si estende per tutti gli undici fusi orari che attraversano il Paese-continente, inondando i social media di immagini di caos e anche di risse. Le code alle pompe possono du…

L’ammissione che la Russia è costretta a importare benzina è la più clamorosa sconfessione della terapia comunicativa imposta per quattro anni da Vladimir Putin a ministri, alti funzionari, oligarchi e media: tenere la guerra in Ucraina, mistificata come “operazione militare speciale”, il più lontano possibile dalla vita quotidiana dei russi, e dunque dalle menti e dai cuori. Ed è, invece, l’avverarsi della profezia bellica di Volodymyr Zelensky, che a giugno, quando cominciò a intensificarsi la pioggia di droni sulle raffineria russe, aveva detto: “Se brucia l’Ucraina, brucerà anche Mosca”.

La crisi alle pompe di rifornimento è cominciata in Crimea, dove era già stato proclamato lo stato di emergenza perché l’Ucraina aveva bloccato i rifornimenti mettendo fuori uso i collegamenti con la Russia. Ma ora l’emergenza si estende per tutti gli undici fusi orari che attraversano il Paese-continente, inondando i social media di immagini di caos e anche di risse. Le code alle pompe possono durare giorni e c’è chi ha trovato il modo di vendere il proprio posto nella fila in cambio di consistenti somme di rubli. L’ingegno russo per la sopravvivenza, affinato in secoli di privazioni soprattutto nelle campagne, ha portato qualcuno a travestirsi da poliziotto per avere la priorità: smascherato è stato picchiato da due motociclisti. Un governatore della Siberia ha dato pasti caldi agli automobilisti in fila, un altro ha imposto le targhe alterne per rifornirsi e un terzo ha addirittura mobilitato i mitici cosacchi per regolare l’afflusso ai distributori.

Secondo un’indagine del Financial Times, basata sul numero di veicoli immatricolati nelle varie regioni, la penuria di benzina tocca direttamente 50 milioni di russi, pari al 35 percento della popolazione, diventando così un fenomeno sociale difficile da nascondere, nonostante l’asservimento dei media, o da minimizzare, come ha cercato di fare Putin in un recente intervento pubblico. E i rimedi sono complicati. Tra il 20 e il 40 percento delle raffinerie russe (che, tra l’altro, sono in maggioranza nella parte occidentale della Russia, quindi più vicina all’Ucraina) è fuori uso per gli attacchi mirati dei droni di Kiev. Per tradizione la Russia produce tanto petrolio quanto ne consuma e la sua capacità di stoccaggio è limitata, dunque anche l’acquisto all’estero, ora ammesso ufficialmente, non risolve completamente il problema.

Putin può ordinare ai servitori di cui si è circondato o alle televisioni grancassa della sua propaganda di nascondere le uccisioni mirate di alti gradi militari da parte dei servizi segreti ucraini. Ma non può nascondere alla popolazione le colonne di fumo che si alzano dalle raffinerie in fiamme alle periferie delle grandi città (anche nella San Pietroburgo dove è nato). Né può impedire all’uomo della strada di notare le fiamme che bruciano i magazzini di Wildberries, la gigantesca azienda di vendite online, che ha avuto ben 7 impianti su 10 colpiti dai droni ucraini (Kiev l’accusa di vendere prodotti ad doppio uso, civile e militare). Un altro simbolo del mantra putiniano del “business as usual”, cioè che la guerra non cambia la vita, andato in frantumi: tanto che lo stesso Putin ha ordinato al governo di finanziare la ricostruzione dei magazzini della cosidetta “Amazon russa”. E, per finire con le bugie smascherate sull’“operazione militare speciale” (definizione che è la madre di tutte le menzogne, essendo entrata nel quinto anno di guerra) anche le tradizionali vacanze sulle spiagge del Mar Nero sono condizionate dai droni ucraini che mirano le vicine raffinerie: a Soci, un’altra località amata da Putin, le sirene d’allarme sono musica quotidiana e sulla spiaggia di Arkhipo-Osipovka un drone ha ucciso quattro bambini e tre adulti.

Chi denuncia questo sistematico mascheramento della realtà viene licenziato in tronco, come Andrej Klepach, ex vice ministro dell’economia diventato dirigente di una società statale. Aveva detto: “Non vinceremo questa guerra di attrito. Ci stiamo illudendo che l’altra parte collassi. Non è così e non sarà così. Il nostro costo sta aumentando”.

Ormai la guerra è di tutti i russi, non soltanto di quelli reclutati nelle regioni più remote o nei penitenziari e mandati al macello al fronte. Ma questa presa di coscienza collettiva non cambierà l’ossessione di Putin per l’Ucraina e forse neppure il suo livello di consenso. Come dice la giornalista e scrittrice norvegese Asne Seierstad nel suo libro appena tradotto in inglese (Never Say War, Non dire mai guerra) i russi sono da sempre abituati alle doppie verità. Non per confusione o ignoranza. Ma per sopravvivenza.

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