La gabbia woke e il destino della sinistra
di Ezio MauroL’irruzione del sociale ha spezzato le barriere identitarie del mondo woke, liberando il destino prigioniero della sinistra. Non era un’ideologia, dunque, eterna e immobile nella sua fissità, ma una cultura che filtrava la sensibilità dell’epoca, traducendola in politica: e come tale, poteva perdere intensità, influenza ed egemonia col mutare di quella sensibilità. È quello che sta accadendo. La forza della crisi che stiamo vivendo, le disuguaglianze che crescono fino a diventare esclusioni, il costo materiale della vita hanno riscritto la gerarchia dei bisogni e dei diritti del ceto medio spodestato, riformulando la categoria fondamentale degli anni woke: l’inclusione. Oggi nella coscienza dei cittadini perde posizioni l’inclusività identitaria, risale la scala delle priorità l’inclusione sociale attraverso una parola che fotografa la fase: l’ “affordability”, cioè la capacità di procurarsi ciò di cui si ha bisogno e che spesso non ci si può permettere, perché non è abbordabile per l…
L’irruzione del sociale ha spezzato le barriere identitarie del mondo woke, liberando il destino prigioniero della sinistra. Non era un’ideologia, dunque, eterna e immobile nella sua fissità, ma una cultura che filtrava la sensibilità dell’epoca, traducendola in politica: e come tale, poteva perdere intensità, influenza ed egemonia col mutare di quella sensibilità. È quello che sta accadendo. La forza della crisi che stiamo vivendo, le disuguaglianze che crescono fino a diventare esclusioni, il costo materiale della vita hanno riscritto la gerarchia dei bisogni e dei diritti del ceto medio spodestato, riformulando la categoria fondamentale degli anni woke: l’inclusione. Oggi nella coscienza dei cittadini perde posizioni l’inclusività identitaria, risale la scala delle priorità l’inclusione sociale attraverso una parola che fotografa la fase: l’ “affordability”, cioè la capacità di procurarsi ciò di cui si ha bisogno e che spesso non ci si può permettere, perché non è abbordabile per le nostre condizioni di vita, e quindi diventa inaccessibile. È come se un fischio di allarme ci richiamasse indietro dai sentieri riservati e separati dove si erano ritirati i piccoli gruppi, le categorie, le identità culturali, per costringerci a fare i conti con una pratica quotidiana di esclusione che sembra un’espulsione, e taglia fuori pezzi interi di società. Di fronte a uno scarto di queste dimensioni, che sta ridisegnando la “piramide dei bisogni” di Maslow, occorreva un vero e proprio salto culturale, per riformulare le categorie interpretative del mondo che cambia sotto i nostri occhi.
Dobbiamo prendere atto che per proteggere la convivenza civile abbiamo limitato la libertà, a partire dalla nostra. Costretti a fare i conti con i tempi feroci in cui viviamo, ci siamo convinti che la spontanea condanna sociale di fronte al turpiloquio politico, alle violenze verbali, agli insulti non basti più, e abbiamo ingabbiato il nostro linguaggio di relazione con gli altri dentro i vincoli del “politicamente corretto”: che ha sicuramente ripulito il discorso pubblico ma lo ha anche appesantito limitandolo attraverso un filtro di convenzione, che costringe il pensiero a pensare sé stesso prima di manifestarsi in forma di parole. Un freno, dunque, che non nasce dalla libera scelta dell’individuo nel modulare secondo le circostanze il suo meccanismo di relazione nella vita sociale, ma dalla sovrapposizione di un canone artificiale che ha il compito di depurare il tono della nostra conversazione, pensando che questo sia un bene. E invece non ci accorgiamo che in questo modo diplomatizziamo gli scambi sociali quotidiani uniformandoli a una sorta di neo-galateo conformista, mentre traduciamo in un codice standard le nostre parole, che perdono autenticità sperando di guadagnare rispettabilità.
Naturalmente c’è una parte della società che è completamente estranea a questo problema perché ha scelto di usare un linguaggio contundente in ogni manifestazione pubblica, l’anonima violenza al riparo dei social, e di trasformare la scorrettezza verbale e scritta addirittura in una cifra politica, uno strumento identitario. Il “politicamente corretto” è nato a sinistra, nelle università americane, con le migliori intenzioni ma ha finito per irrigidire qualsiasi discorso e per colonizzare lo spazio pubblico degenerando in censure e interdizioni: come succede sempre quando si pretende di pesare le parole non per il loro libero significato, ma per il carico di bene e male che veicolano secondo il sentire del momento, tradotto in una sorta di manuale per l’uso. Dunque è la sinistra che oggi deve fare i conti con la gabbia della correttezza che ha creato.
Già sei anni fa 150 intellettuali in gran parte liberal, come Salman Rushdie, Michael Walzer, Noam Chomsky, Kamel Daoud, Margaret Atwood, Ian Buruma, Martin Amis hanno pubblicato in America un appello per denunciare come lo spazio per un libero scambio di opinioni e informazioni, sostanza di una società liberale, si restringa sempre più, mentre cresce “il clima d’intolleranza” per le differenze di pensiero, rendendo più difficile un vero dibattito. Ma la parte più nuova e interessante di questo manifesto è la frase finale: “come scrittori, abbiamo bisogno di una cultura che lasci spazio a esperienze, rischi e persino errori”. La rivendicazione della libertà d’esperienza, la riproposizione del valore del rischio e la rivalutazione della pedagogia dell’errore, è appunto l’atto di uscita dalla gabbia del “politicamente corretto”. Era tempo.
Oggi con la denuncia dei limiti del woke — quella cultura che compone insieme in una riscrittura della storia negata minoranze, soggettività marginalizzate, diritti sepolti, eredità distorte, discriminazioni talmente marcate che oggi vogliono essere raccontate solo da chi le ha vissute — quel percorso si completa e si compie, arrivando al cuore del problema che imprigionava il mondo progressista. Perché la critica del “politicamente corretto” riguarda un codice di espressione fatto di parole, mentre la denuncia dei limiti del woke riguarda l’essenza dei movimenti di sinistra oggi, il loro modo di vivere nella società, la loro stessa natura. Sostanza, non solo parole. Ed è come se cadesse un velo: non si può vivere politicamente chiudendosi in una collezione di minoranze, in una somma di identità da ristabilire sicuramente in credito con la storia, ma senza la possibilità di uscire dai loro stessi confini, proiettando un disegno complessivo di società capace di coinvolgere anche chi sta fuori dal recinto rivendicativo. Il rischio è quello di proporre una sinistra disincarnata, che vive sui margini dello scambio politico sostanziale (sicurezza-diritti, lavoro-emancipazione, uguaglianza-libertà, cittadinanza-esclusione) occupandosi dei bisogni accessori, come se quelli fondamentali fossero risolti: o forse irrisolvibili.
Negli anni ‘70 i sociologi definivano questi diritti minori come “post-materialistici”, per dire che vengono dopo il pane, quando i problemi primari, materiali, sono già stati risolti. Oggi tutto è pre-materialistico, perché se n’è andato addirittura il lavoro, polverizzato senza più tempo e luogo dalla globalizzazione. Bisogna inseguirlo nelle sue nuove forme, ricominciare a tradurlo in politica, guardare alle condizioni sociali che crea, se non ci sono più le classi. Fuori dal woke, c’è il mondo, che non può parlare solo il “politicamente scorretto” della destra. Non è un caso se appena ha provato a uscire dal recinto del woke la sinistra è stata battezzata con il termine “socialista”. E ci avevano detto che il secolo socialdemocratico era tramontato per sempre: mentre la vecchia talpa continuava a scavare, per arrivare fin qui.