Tra giusto una settimana assisteremo alla grande auto celebrazione. La premier Giorgia Meloni toccherà il traguardo a cui tiene più di ogni altro: il primato di longevità del governo. Il 4 settembre l’obiettivo sarà raggiunto e superato. Nessun esecutivo in età repubblicana, da De Gasperi a Berlusconi, da Moro a Craxi, è restato in carica per un periodo così significativo senza nemmeno ricorrere a un rimpasto. Perché in quel caso sarebbe stato necessario un nuovo voto di fiducia per il Meloni-2 e il cronometro si sarebbe interrotto. In realtà nessuno dei partner della coalizione ha avuto la forza di rimescolare le carte e ottenere una maggiore quota di potere negli equilibri di governo.
Di recente ci aveva provato Salvini, ansioso di tornare al Vimin…
Tra giusto una settimana assisteremo alla grande auto celebrazione. La premier Giorgia Meloni toccherà il traguardo a cui tiene più di ogni altro: il primato di longevità del governo. Il 4 settembre l’obiettivo sarà raggiunto e superato. Nessun esecutivo in età repubblicana, da De Gasperi a Berlusconi, da Moro a Craxi, è restato in carica per un periodo così significativo senza nemmeno ricorrere a un rimpasto. Perché in quel caso sarebbe stato necessario un nuovo voto di fiducia per il Meloni-2 e il cronometro si sarebbe interrotto. In realtà nessuno dei partner della coalizione ha avuto la forza di rimescolare le carte e ottenere una maggiore quota di potere negli equilibri di governo.
Di recente ci aveva provato Salvini, ansioso di tornare al Viminale e lì, grazie agli strumenti del ministero dell’Interno, darsi da fare per lucidare la propria immagine appannata. Ma era un’operazione di mediocre respiro e scarso senso delle istituzioni: in concreto, racconta di un segretario di partito che pretende di usare il dicastero in chiave politica a pochi mesi dalle elezioni, oltretutto sostituendo una figura incolpevole come Piantedosi. Il piano è ovviamente naufragato, con ciò contribuendo alla conquista del record.
Rimangono tuttavia molte domande. La principale riguarda l’opportunità di una simile celebrazione, destinata ad assumere un profilo propagandistico e a esaltare il bilancio quasi quadriennale dell’esecutivo Meloni. In sostanza, rischia di prevalere il lato un po’ provinciale della festa, quasi si trattasse di un console romano che rientra in patria dopo una vittoria oltremare. L’esperienza insegna che questo genere di kermesse raramente porta fortuna. Berlusconi era un maestro nell’arte di enumerare i successi dei suoi governi, eppure è lecito dubitare che fosse questa la base del suo consenso. Era semmai la capacità di mantenere negli anni un flusso, una specie di corrente misteriosa tra sé e l’Italia profonda che prescindeva dall’elenco pedante dei risultati ottenuti (spesso non verificabili).
Perché allora Giorgia Meloni, che è donna prudente, ha scelto di farsi protagonista di una celebrazione che non ha uguali in Europa? Un’Europa dove i governi passano con maggiore o minore successo, ma nessuno pensa di aver scritto la grande storia. O se qualcuno lo pensa, tace e lascia che il giudizio sia dato dagli osservatori neutrali. Probabilmente la presidente del Consiglio si rende conto che quattro anni a Palazzo Chigi sono tanti e un certo logorìo è ormai inevitabile. Per cui si sforza di ricreare il clima della cosiddetta “luna di miele”, in realtà terminata da un pezzo. Il governo si è trovato ad attraversare momenti drammatici e averli affrontati con relativa fermezza resta uno dei punti positivi dell’esecutivo più lungo. In primo luogo la guerra in Ucraina, dove la maggioranza è sempre stata segnata da una frattura con la Lega filo-Putin, peraltro mai desiderosa di provocare una crisi.
Oggi i problemi della premier riguardano il futuro, anziché i trionfi del passato, che poi trionfi non sono stati. La sconfitta nel referendum sulla magistratura è l’emblema di un progetto riformatore — comunque lo si voglia giudicare — che è rimasto in prevalenza sulla carta. Sul piano politico generale, si capisce che i festeggiamenti nascono anche e soprattutto dal desiderio di contenere il movimento di Vannacci, dimostrando che non c’è bisogno del populismo dell’ex militare per dare agli italiani più sicurezza e meno migranti irregolari. Forse è qui la vera ragione di una destra che sa di dover prendere qualche iniziativa se vuole rivolgersi con linguaggio nuovo agli elettori.