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Trump, il presidente nel suo labirinto

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L’uomo più potente del pianeta non riesce a districarsi dal disordine mondiale che ha creato con le sue stesse mani scambiando alleati e avversari, dirottando l’intesa storica con l’Europa, logorando il concetto stesso di Occidente, abiurando la concezione della regola democratica come principio ordinatore del mondo
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Come se fosse precipitato dentro un romanzo sudamericano, Donald Trump è oggi prigioniero del suo labirinto. L’uomo più potente del pianeta, che ha trasformato la dottrina americana in forza, la politica in comando, le alleanze in dominio, non riesce a districarsi dal disordine mondiale che ha creato con le sue stesse mani scambiando alleati e avversari, dirottando l’intesa storica con l’Europa, logorando il concetto stesso di Occidente, abiurando la concezione della regola democratica come principio ordinatore del mondo.

Anche la rappresentazione di sé che nasce da questo procedere erratico è contraddittoria e ambivalente, fino all’ambiguità: il grande mediatore mediorientale, il pacificatore del conflitto scatenato dalla Russia in Ucraina, il pretendente al Nobel per la pace si alterna al grande giustiziere, all’uomo che cambia il destino del mondo (e il nome di terre, laghi e mari) con un tratto di penna sulla carta geografica, annettendosi lo stretto di Hormuz, minacciando perenn…

Come se fosse precipitato dentro un romanzo sudamericano, Donald Trump è oggi prigioniero del suo labirinto. L’uomo più potente del pianeta, che ha trasformato la dottrina americana in forza, la politica in comando, le alleanze in dominio, non riesce a districarsi dal disordine mondiale che ha creato con le sue stesse mani scambiando alleati e avversari, dirottando l’intesa storica con l’Europa, logorando il concetto stesso di Occidente, abiurando la concezione della regola democratica come principio ordinatore del mondo.

Anche la rappresentazione di sé che nasce da questo procedere erratico è contraddittoria e ambivalente, fino all’ambiguità: il grande mediatore mediorientale, il pacificatore del conflitto scatenato dalla Russia in Ucraina, il pretendente al Nobel per la pace si alterna al grande giustiziere, all’uomo che cambia il destino del mondo (e il nome di terre, laghi e mari) con un tratto di penna sulla carta geografica, annettendosi lo stretto di Hormuz, minacciando perennemente di prendersi la Groenlandia, avvertendo l’Oman che può «farlo saltare per aria» se non si allinea al volere della Casa Bianca.

Si smarrisce il ruolo del presidente americano in questo passaggio della storia, la parte che intende sostenere sulla scena mondiale: e infatti non si capisce più se nell’ultima telefonata con Putin sul rischio di un attacco della Russia a Paesi Nato, Trump parlava a Mosca come garante dell’Occidente, o pensava di rassicurare l’Occidente come garante del Cremlino.

Il risultato di questa confusione politica è la perdita di autorità interna e internazionale della leadership del presidente, vale a dire l’indebolimento dell’America. Qualunque Stato canaglia oggi può pensare di tener testa agli Stati Uniti in un conflitto da remoto, se è in grado di reggere il peso di morti e devastazioni, perché come dice la lezione del 2026 le bombe da sole non risolvono le crisi, se manca la politica.

Houston, 28 agosto: il presidente degli Stati Uniti alla Nasa con gli astronauti di Artemis II 

E infatti proprio qui sta il cuore del problema. In questo passaggio progressivo dall’ordine al disordine c’è una continua rinuncia alla politica, intesa come costruzione di un sistema di convivenza civile: sostituita dalla libertà della forza. Il pensiero di Trump, ma più ancora dell’intero movimento Maga, è riassunto nel documento sulla National Security Strategy del novembre 2025, che traccia la nuova dottrina della Casa Bianca, ponendo le basi dell’America First con la critica alle élite americane del dopoguerra che concepivano gli Stati Uniti come garanti generali dell’ordine liberale nel mondo.

Oggi l’America si ritira, perché non c’è più un ordine internazionale da difendere, ma ci sono soltanto interessi nazionali da perseguire: «I giorni in cui gli Stati Uniti sostenevano sulle proprie spalle l’intero ordine mondiale come Atlante sono finiti». Nello stesso tempo l’America trumpiana si ritira anche dalla «scommessa sbagliata» sulla globalizzazione e il libero commercio, indicati come causa dell’indebolimento della classe media e della base industriale degli Stati Uniti.

Gli interessi sostituiscono i principi e legano insieme la sicurezza del Paese, il commercio, l’industria e l’identità nazionale come un bene unico da tutelare, perché sotto minaccia. Di conseguenza non ci sono più alleanze da privilegiare, obblighi di sicurezza internazionale da garantire, valori da difendere. Ognuno pensi per sé, visto che l’America non vuole più pensare il mondo così com’è stato disegnato nel dopoguerra, e anzi ha cancellato la lavagna del Novecento, ripiegando su sé stessa.

Anchorage (Alaska), 15 agosto 2025: l'incontro tra Vladimir Putin e Donald Trump (afp)

C’è in questo disimpegno un’evidente sfiducia nella Nato, ma c’è soprattutto una nuova esplicita diffidenza nei confronti dell’Europa, vista ideologicamente da Washington come una terra che ha perso la fiducia a in sé stessa, fino ad essere minacciata da una «civilizational erasure», una cancellazione di civiltà, a causa dell’immigrazione, del crollo della natalità, dell’indebolimento delle identità nazionali a cui si oppongono soltanto «i partiti patriottici europei», unico motivo di ottimismo per la Casa Bianca.

Trump cerca dunque nella destra estrema europea un punto di resistenza alla traiettoria della Ue, boicottata come soggetto politico, perché la nuova America guarda all’Europa come un insieme di nazioni sovrane allineate strategicamente con gli Stati Uniti, nulla più. Perde valore l’intesa atlantica, il riconoscimento di una comunità di destino basata su ideali di libertà e sul valore universale della democrazia nel riconoscimento del diritto e dei diritti: sostituita dall’idea di «civiltà», selettiva, nazionale, identitaria, definita soltanto da una comunanza di interessi da difendere, dentro un quadro di equilibrio internazionale da ricostruire tra gli imperi, cominciando da una nuova «stabilità strategica» con la Russia.

La «stabilità» sostituisce l’«ordine», che era costruito su regole, istituzioni, diritto internazionale, alleanze, convenzioni, organismi sovranazionali di prevenzione dei conflitti: la stabilità invece può reggersi sul puro equilibrio dei rapporti di forza. È un salto rilevante. L’America era una superpotenza anche perché aveva saputo capitalizzare la vittoria nella seconda guerra mondiale nel concetto di Occidente, capace di proiettare i suoi valori in un vero e proprio ordine internazionale fino alla caduta del muro di Berlino nell’89 e oltre, nel nuovo secolo.

Oggi la nuova America pensa di poter garantire il proprio ruolo imperiale fuori da quell’ordine e senza quei valori. Si spezza una linea che da Roosevelt arriva fino a Biden, e non riguarda solo la politica internazionale, ma anche la concezione che l’America ha di sé stessa.

Roosevelt si siede al tavolo di Jalta nel febbraio ’45 portando con sé la carta coperta della bomba atomica — quindi il segreto della potenza finale e assoluta — ma capisce che la sicurezza è indivisibile e l’interesse americano può essere tutelato solo da un ordine mondiale condiviso, anche se questo limita la sovranità della superpotenza. Il potere dei Tre Grandi si sottopone a un concordato, auto-limitandosi, perché la costruzione di un ordine riconosciuto e accettato aumenta la sua forza. Fino al rovesciamento di Trump, che vede nell’ordine internazionale un ostacolo al libero dispiegarsi della potestà di comando, e ribalta la storia.

È qui che il presidente americano si sta smarrendo. A differenza dei suoi predecessori ha cancellato la regola in nome di un esercizio sovrano del comando, ha rifiutato ogni coscienza del limite, ha respinto il canone democratico come principio-guida delle sue scelte, ha trasformato gli alleati storici in sudditi, ha applaudito i dittatori, è uscito dal sentiero dell’Occidente, insofferente ai suoi principi, e infine ha infranto l’ordine internazionale in cui custodivamo la nostra fragile convivenza. L’unica mappa che gli è rimasta è sé stesso: che è anche il cuore del problema. Ecco perché non riesce a uscire dal suo labirinto.

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