Il termometro della paura di Giorgia Meloni sta tutto in due cifre della sua riforma elettorale. 45 per cento era la soglia per conquistare il premio di maggioranza nella prima ipotesi del centrodestra, pochi mesi fa, quando si sentivano destinati a vittoria sicura. Ora la percentuale minima per accedere al ballottaggio fra le coalizioni — l’ultimo escamotage tirato fuori al Senato — è precipitata al 40, se non addirittura al 38. Che non sono numeri scelti a caso, ma quelli che i sondaggi assegnano in questo momento all’alleanza di governo.
Il che vuol dire almeno due cose, una più inquietante dell’altra. La prima: che la legge elettorale, così delicata per il funzionamento di una democrazia, viene ritagliata neanche solo sulla convenienza di una parte, ma addirittura sulla convenienza di una parte in questo specifico istante, oggi, adesso, sulla base di dati volatili come quelli dei sondaggi. Per cui domani, chissà, la soglia potrebbe cambiare ancora, in un inseguimento che umilia il…
Il termometro della paura di Giorgia Meloni sta tutto in due cifre della sua riforma elettorale. 45 per cento era la soglia per conquistare il premio di maggioranza nella prima ipotesi del centrodestra, pochi mesi fa, quando si sentivano destinati a vittoria sicura. Ora la percentuale minima per accedere al ballottaggio fra le coalizioni — l’ultimo escamotage tirato fuori al Senato — è precipitata al 40, se non addirittura al 38. Che non sono numeri scelti a caso, ma quelli che i sondaggi assegnano in questo momento all’alleanza di governo.
Il che vuol dire almeno due cose, una più inquietante dell’altra. La prima: che la legge elettorale, così delicata per il funzionamento di una democrazia, viene ritagliata neanche solo sulla convenienza di una parte, ma addirittura sulla convenienza di una parte in questo specifico istante, oggi, adesso, sulla base di dati volatili come quelli dei sondaggi. Per cui domani, chissà, la soglia potrebbe cambiare ancora, in un inseguimento che umilia il sistema istituzionale.
La seconda considerazione è sul prezzo che Meloni è disposta a pagare pur di garantirsi una conferma a palazzo Chigi che evidentemente non sta meritando sul campo. Innanzi tutto, in termini di dignità e di coerenza. La leader che s’è sempre fatta forte del suo affidarsi al popolo (mentre gli altri, a sentir lei, facevano solo giochi di Palazzo), ora si mette nelle mani degli azzeccagarbugli istituzionali. Vale come ammissione di un fallimento, la definitiva perdita di una integrità che perfino gli avversari le riconoscevano.
E poi, dov’è la coerenza? Per tutta la legislatura, il centrodestra ha cercato di abolire il ballottaggio nell’unico sistema elettorale che lo prevede, quello per l’elezione dei sindaci. Non c’è riuscito, per fortuna perché è un sistema che funziona bene da più di trent’anni. Ora vorrebbe imporlo a livello nazionale, sconfessando gli argomenti sostenuti finora e suscitando infatti sconcerto anche al proprio interno.
Il problema non è il ballottaggio in sé, che era previsto nella proposta di riforma originaria ed era stato ipotizzato in passato anche dal centrosinistra, bensì il suo inserimento improvvisato e strumentale. Il fatto che non ci sia alcuna logica di sistema nel tentativo che si sta facendo al Senato, ma solo la corsa a mettere una toppa aritmetica alla voragine politica che s’è aperta sotto il centrodestra.
Si rischia di far pagare al Paese una situazione che è figlia dell’ambiguità del percorso di Giorgia Meloni. Cioè di una leader che prima è cresciuta soffiando sul fuoco dello scontento, delle difficoltà materiali delle persone e del loro bisogno di identificarsi in figure energiche. Poi, arrivata al governo su quest’onda torbida, ha spento ogni passione per una linea di immobilismo forse rassicurante rispetto alle premesse, ma che non ha dato risposte a chi s’era fidato e affidato. Sicché ora assistiamo al riflusso di quello stesso scontento originario, che cerca un altro capopopolo e pensa di averlo trovato in un personaggio senza scrupoli né qualità come Roberto Vannacci.
Per sperare di tornare a vincere, Meloni ha bisogno di recuperare i voti di quegli italiani arrabbiati. Ma non vuole, né può, subire le condizioni che l’ex militare porrebbe per entrare nel centrodestra. Nasce da qui, solo da qui, l’idea del ballottaggio: dal bisogno di riprendersi i consensi che ora sono di Vannacci, senza prendere anche lui.
È un’idea che non funzionerà e farà danni, al di là di ogni altra considerazione. Non funzionerà perché il ballottaggio induce l’elettore a pensare che il voto del primo turno sui partiti sia totalmente libero, in vista di un secondo turno dove vincolarsi a una scelta di campo. Gli effetti di questa “libertà” riconosciuta agli elettori potrebbero essere significativi per tutti i partiti, ma addirittura devastanti per quelli del centrodestra. Nessuno potrebbe più trattenere il popolo (ex) meloniano dalla tentazione di “dare un segnale”, gonfiando ulteriormente il consenso per Vannacci: riducendo ai minimi termini la Lega, erodendo FdI e mettendo perfino a rischio quel 40 per cento della soglia di coalizione.
È un quadro che a sinistra potrebbero anche trovare invitante. Ma poi ci sono i danni di sistema. E quelli colpirebbero tutti. Infatti, quali sarebbero i toni di un ballottaggio nel quale Meloni sarebbe chiamata a fare il pieno dei voti scappati alla sua destra? Quali parole dovrebbe usare, una leader che alzando la voce s’è costruita una carriera?
Quali impegni dovrebbe prendere, per accontentare i vannacciani pur senza apparentamento? E quale sarebbe la risposta dei suoi avversari, che fin da adesso si sentono inevitabilmente chiamati alla santa alleanza antifascista, passando sopra e schiacciando ogni differenza di punti di vista, con una prevedibile estremizzazione dell’allarme, del linguaggio, della delegittimazione reciproca?
Nella situazione in cui siamo, di tutto avremmo bisogno meno che di un’ordalia elettorale così esasperata. Chiunque vincesse, gli effetti si ripercuoterebbero sul dopo, su una ventesima legislatura dove la ricerca di soluzioni positive per i problemi del Paese sarebbe perfino più difficile di adesso.
La riforma elettorale era già precaria prima, tra dubbi di incostituzionalità e il rischio del voto segreto alla Camera. Ora appare ancora più fragile. C’è da sperare che, per una via o per un’altra, questa storia finisca.