La minaccia del putinismo
di Andrea RomanoMatteo Salvini la definisce “eccessiva ansia anti-russa”, il Movimento Cinque Stelle “isteria anti-russa”. Escludiamo certamente che il leader della Lega o Giuseppe Conte si ispirino alla campagna del Cremlino contro la cosiddetta “russofobia”, ma è evidente la confusione che circola in quella parte della politica italiana che si oppone all’idea che l’Europa rafforzi le proprie difese contro la minaccia che viene da Mosca.
È la confusione di chi non vede, o preferisce non vedere, che quella minaccia nasce dal putinismo come regime dell’anti-Europa e non certo da un popolo, una storia e una cultura contro cui alcuni coltiverebbero un pregiudizio intollerabile. Certo, oggi Putin rappresenta la Russia e la Russia è rappresentata dal su…
Matteo Salvini la definisce “eccessiva ansia anti-russa”, il Movimento Cinque Stelle “isteria anti-russa”. Escludiamo certamente che il leader della Lega o Giuseppe Conte si ispirino alla campagna del Cremlino contro la cosiddetta “russofobia”, ma è evidente la confusione che circola in quella parte della politica italiana che si oppone all’idea che l’Europa rafforzi le proprie difese contro la minaccia che viene da Mosca.
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È la confusione di chi non vede, o preferisce non vedere, che quella minaccia nasce dal putinismo come regime dell’anti-Europa e non certo da un popolo, una storia e una cultura contro cui alcuni coltiverebbero un pregiudizio intollerabile. Certo, oggi Putin rappresenta la Russia e la Russia è rappresentata dal suo regime. Ma questo è quanto accade nella stagione storica che stiamo vivendo, dopo che il putinismo si è imposto alla Russia con violenza e seduzione sconfiggendo politicamente altre e ben diverse rappresentazioni dell’interesse nazionale russo.
In realtà la Russia non è sempre stata anti-europea, neanche nella sua storia recente. Un esempio tra i tanti viene da Michail Gorbaciov, che proprio quarant’anni fa lanciò il cosiddetto “Nuovo Pensiero” (novoe myšlenie), quando nel 1986 tentò di accelerare il corso della perestrojka. Il tentativo aveva le sue ragioni interne e si concluse in fallimento, fondamentalmente perché il sistema sovietico si rivelò non riformabile, ma quel “Nuovo Pensiero” conteneva un’idea dell’interesse nazionale opposta a quella che oggi è incarnata dal Cremlino: priorità agli “interessi comuni dell’umanità” rispetto alla più tradizionale logica “lotta di classe”, prospettiva di una “casa comune europea”, interdipendenza globale, laicizzazione non ideologica delle relazioni internazionali, “ragionevole sufficienza” in campo militare.
Il putinismo, al contrario, dopo la crisi interna del 2012 si è trasformato in un regime dittatoriale sempre più oppressivo anche grazie ad un’ideologia apertamente ostile all’Europa, percepita come una minaccia in quanto spazio di libertà civili, etniche, economiche e di opinione. Quelle libertà e quei diritti che il nuovo regime stava velocemente erodendo e che oggi sono state del tutto sradicate dalla Russia della guerra permanente. Nella neo-lingua dei teorici putiniani l’Unione europea sarebbe dominata ora dal “satanismo delle élite globaliste” ora dal cosiddetto “eurofascismo”, oltre che dalla sempre presente ossessione “russofoba”. Un delirio ideologico, naturalmente. Ma i regimi dittatoriali si reggono anche sui deliri ideologici e ne fanno discendere decisioni concrete, come gli ucraini sanno meglio di chiunque altro.
Per di più, dopo il fallimento del tentativo di sottomettere Kyiv in poche settimane il putinismo è ormai prigioniero di un’escalation retorica oltre che militare. Per sopravvivere a sé stesso e al rischio di un crollo che sarebbe catastrofico innanzitutto per i gerarchi del Cremlino, il regime di Mosca ha bisogno di raccontare ai russi un’Europa sempre più ostile, sempre più cieca, sempre più preda di circoli guerrafondai. Come ogni escalation, il rischio che si passi dalla predicazione alla pratica dello scontro è sempre concreto. Ma proprio per questo è fondamentale il modo in cui discutiamo delle risposte possibili al putinismo. Confondere una politica di vigilanza e deterrenza verso il regime putiniano con la critica pregiudiziale alla Russia - alla sua cultura, alla sua storia, al suo popolo - significa impedirci di capire cos’abbiamo di fronte: una dittatura costruita esattamente contro l’Europa delle libertà e dei diritti, dunque una minaccia esistenziale alle nostre democrazie. Se poi questa confusione viene da chi svolge un ruolo politico - come nel caso di Salvini, Conte e di altri esponenti della coalizione trasversale che critica le politiche di sicurezza europee - il danno è doppio, perché si suggerisce agli italiani che l’allarme per la minaccia sempre più reale che viene da Mosca sia in realtà un allarmismo infondato perché fazioso.
D’altra parte noi italiani dovremmo conoscere bene la differenza che passa tra un regime e la nazione che quel regime pretende di incarnare. Cosa fu il fascismo se non il tentativo di imporre all’Italia e al mondo, con violenza e seduzione, un’unica e specifica rappresentazione della nostra identità nazionale? Erano forse posseduti da “isteria anti-italiana” coloro che denunciavano il pericolo che il regime fascista rappresentava per la pace e la libertà degli altri popoli, coloro che si batterono affinché l’Italia non fosse per sempre mussoliniana? Secondo il fascismo sì, erano esattamente “elementi anti-italiani” e come tali furono trattati. Ma noi sappiamo che proprio grazie alla testimonianza di un’altra Italia, diversa e opposta a quella mussoliniana, il nostro paese conservò la forza e la dignità da cui nacquero la Costituzione e la repubblica. In fondo basterebbe applicare al putinismo la lezione della nostra storia, l’ammonimento che gli antifascisti ci hanno lasciato a distinguere sempre tra regime e nazione, per comprendere che non c’è davvero nessuna isteria “anti-russa” nella volontà di proteggere le nostre libertà da una minaccia reale.