✕

La cura dell’altro riguarda anche la politica

Ascolta l'audio

Quell’accorato “da soli non ce la facciamo più” dei genitori di Pietralata ci commuove ma non smuove il Palazzo
4 minuti di lettura

Come scrive Pessoa nel Libro dell’inquietudine, noi siamo due abissi: un pozzo che guarda il cielo. A Ravenna per un dibattito alla Festa dell’Unità, ho avuto una grande fortuna. Ho alloggiato in un minuscolo hotel, l’Albergo del cuore: solo dieci stanze, semplici ma deliziose, la sala ristorante arredata e curata come il salotto di casa, un giardinetto interno pieno di piante e di fiori.

Ma il bello non è questo: è che questa preziosa “oasi protetta” nella città, più che un posto per dormire, è un luogo di riscatto morale. Un progetto per le persone fragili, quattordici ragazzi con disabilità che dal 2024, accompagnati da tre tutor, hanno iniziato a dare una mano, a collaborare e a inserirsi gradualmente nella struttura. C’è Elia, che vuole stare in reception e spera un giorno di avere una casa tutta sua da condividere con la fidanzata Giulia. C’è Paula, che ha fatto la cuoca, si trova bene al bar e adesso sente che questo lavoro le dà forza ed energia. E ci sono tutti gli altri, ogn…

Come scrive Pessoa nel Libro dell’inquietudine, noi siamo due abissi: un pozzo che guarda il cielo. A Ravenna per un dibattito alla Festa dell’Unità, ho avuto una grande fortuna. Ho alloggiato in un minuscolo hotel, l’Albergo del cuore: solo dieci stanze, semplici ma deliziose, la sala ristorante arredata e curata come il salotto di casa, un giardinetto interno pieno di piante e di fiori.

Ma il bello non è questo: è che questa preziosa “oasi protetta” nella città, più che un posto per dormire, è un luogo di riscatto morale. Un progetto per le persone fragili, quattordici ragazzi con disabilità che dal 2024, accompagnati da tre tutor, hanno iniziato a dare una mano, a collaborare e a inserirsi gradualmente nella struttura. C’è Elia, che vuole stare in reception e spera un giorno di avere una casa tutta sua da condividere con la fidanzata Giulia. C’è Paula, che ha fatto la cuoca, si trova bene al bar e adesso sente che questo lavoro le dà forza ed energia. E ci sono tutti gli altri, ognuno con un suo sogno da inseguire e un suo futuro da costruire. A stare in quel posto, sia pure per poche ore, mi è sembrato di abitare un altro mondo. Davvero un “mondo al contrario”.

Un mondo al contrario rispetto ai deliri di un generale, che mentre Elia e Paula provano a sfondare il tetto di cristallo dell’esclusione e del pregiudizio propone per loro il ritorno alle “classi differenziali”, cioè quei ghetti infami faticosamente aboliti dalle scuole con due leggi del 1977 e del 1992. Rispetto alle follie razziste ed eugenetiche della destra neo-nazista tedesca, che vuole segregare disabili e migranti in appositi “istituti speciali” e che domani potrebbe vincere le elezioni in Sassonia-Anhalt.

Rispetto alle miserie ordinarie della politica, che mentre tutto questo e molto altro succede si auto-celebra ballando una taranta e si auto-distrugge inseguendo una poltrona. E anche rispetto alle tragedie quotidiane della cronaca, che ci sbatte in faccia ogni giorno storie di famiglie devastate dalla sofferenza e dalla solitudine.

Calvari di cui nessuno si occupa, se non quando c’è da riconoscere i corpi, da fare esami autoptici, da ascoltare le rituali testimonianze dei vicini, “erano brave persone sempre gentili e sempre sorridenti”, poi da organizzare i funerali e infine da piangere le solite lacrime di coccodrillo. Abissi, appunto. Sui quali nessuna “autorità competente” e nessuna istituzione pubblica hanno ormai più il coraggio di affacciarsi, perché si specchierebbero nella loro ignavia e nella loro indifferenza.

Quel “da soli non ce la facciamo”, come ha raccontato qui Alessia Candito, non è più solo la preghiera disperata di Luca Abbasciano e Valentina Pambianco, che a Pietralata preferiscono uccidersi insieme alla figlioletta Bianca malata incurabile, piuttosto che continuare a spremere qualche stilla d’amore da una vita che è ormai soltanto un grumo di puro dolore. È un grido di rabbia che diventa hashtag virale, che rompe il tempo e lo spazio e che bussa alle nostre coscienze inorridite e intorpidite.

Sono le urla del silenzio che adesso sembrano risuonare tutte insieme. A Ostia, dove un figlio si butta dal balcone dopo aver soffocato con un cuscino la madre ottantatreenne ammalata. A Centocelle, dove un adolescente di sedici anni con problemi mentali ammazza di botte la madre. A Potenza, dove un altro giovane trentunenne uccide a pugni in faccia la sua, dopo un breve periodo di terapie dei servizi sociali. A Finale Ligure, dove un altro padre che ha appena perso i genitori per l’Alzheimer spara a sua moglie e al suo unico figlio quattordicenne, poi scrive qualche biglietto d’addio, si punta la pistola alla tempia e preme il grilletto.

Nelle piazze e nei talk-show gli impresari della paura e dell’odio come leve del consenso continuano a spargere parole al vento, mentre qui ancora una volta irrompe la brutale materialità della vita (e in questi casi della morte). Di nuovo: non una sola tragedia in cui non si senta qualcuno ripetere “non abbiamo mai sospettato nulla” o “erano una famiglia unitissima”.

Disabilità congenite, malattie degenerative, disturbi psichici. C’è anche qui un popolo di invisibili che nessuno conosce, che sfiorisce nel disagio e che patisce a ogni ora del giorno e della notte. In Italia le persone disabili sono quasi 13 milioni. Di queste, 3 milioni sono in condizioni gravi, oltre 1,5 milioni hanno più di 75 anni, quasi 359mila sono bambini che frequentano le scuole, mentre più del doppio non possono fare neanche questo. Un terzo di questi esseri umani vive solo. Agli altri, con sacrifici indicibili, provvedono i familiari.

E qui c’è un altro popolo di invisibili, di cui ha scritto Claudia de Lillo: i caregiver, che per affetto o dovere, pietà o necessità, sono pronti a fare la sola cosa che conta in un’intera esistenza, come insegnavaLuigi Pintorin Servabo, inchinarsi su chi è appena caduto, e lasciare che cingendoti il collo si possa rialzare. Sono 12 milioni e assistono chi ha bisogno da soli, perché mancano le strutture pubbliche e le reti sociali. Per tutta questa umanità - che resiste e combatte, chiede dignità e ascolto - lo Stato spende 28 miliardi l’anno: ma sono quasi tutte pensioni, per i servizi restano poco o niente. Mia cugina, col suo Lillo, uno splendido ragazzone autistico, ha fondato anni fa l’associazione Siamo delfini: organizzano iniziative bellissime, frutto solo della loro passione e della loro abnegazione.

La cura dell’altro ci riguarda tutti. Ma la politica ha un dovere in più. Fissare le priorità, indirizzare le risorse. Tre giorni fa – mentre fervevano i preparativi per la surreale “festa della longevità” meloniana e impazzavano i diversivi sulla legge elettorale e sulle primarie – la Fondazione Gimbe ha annunciato che la spesa sanitaria è crollata al 6,2% del Pil, contro l’11 della Germania. Siamo quasi ultimi nella Ue (ci ha superato pure la Slovacchia) e ultimi nel G7.

Dal 2011 il Servizio sanitario nazionale ha subito 36 miliardi di tagli. Nino Cartabellotta ha spiegato che “il prezzo più alto lo pagano i cittadini, tra liste d’attesa fuori controllo, pronto-soccorso al collasso, carenza di medici di famiglia, disuguaglianze territoriali e crescente ricorso alla spesa privata”. Questo fa ancora più male: la cura è una missione da eroi, per chi non ha soldi né santi in paradiso. Ma è un affare da ricchi, per chi si può permettere polizze assicurative, cliniche, terapie a domicilio.

Mercoledì scorso, quando sono usciti questi numeri drammatici, i tg di Raiuno e Raidue non hanno dato la notizia: per non disturbare i manovratori, impegnati a stilare la lista dei successi di Giorgia e la ricetta dei panzerotti per la kermesse pugliese. Così anche questo allarme è solo un’altra voce dal deserto. Come quell’accorato “da soli non ce la facciamo più”, che commuove noi ma non smuove il Palazzo. Mentre finisco di scrivere, all’Albergo del cuore hanno preparato un piccolo rinfresco. Chiedo il motivo. “Festeggiamo una coppia che si è appena sposata”, mi rispondono sorridendo. C’è un’aria di sobrietà, di serenità e di solidarietà, in questo “mondo al contrario”. Dei rumori e dei rancori di “fuori”, neanche un’eco lontana.

Leggi i commenti