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Migranti e sicurezza, la lezione tedesca

Berlino, 7 settembre: in piazza contro l'Afd (afp)

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La sinistra deve guardarsi bene dal pensare che l’unica via di scampo consista nell’imitare la destra. Quello che viene dalla Sassonia-Anhalt è una sorta di ultimo appello. Siamo arrivati a una svolta cruciale e il tempo sta per scadere
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Dopo l’infausta “lezione tedesca”, la sinistra e chiunque si voglia progressista devono guardarsi bene dal pensare che l’unica via di scampo consista nell’imitare la destra. Se non addirittura di “far meglio di loro” (si sente circolare anche questa) sul piano delle politiche di esclusione e discriminazione. È fatale che questa tentazione si manifesti: in primo luogo perché all’idea paranoide dei reazionari che trattano la questione delle migrazioni come essenzialmente problema di ordine pubblico, i democratici hanno troppo spesso contrapposto una concezione solo filantropica e umanitarista.

Sì, i grandi flussi migratori che attraversano il pianeta richiamano anche questo, ma ancor prima e ancor più costituiscono una primaria problematica di natura geopolitica, economica e sociale e un fattore fondativo delle dinamiche dello sviluppo e del sottosviluppo a livello globale. E, invece, abbiamo affrontato tali temi giganteschi dosando, di volta in volta, la quantità di permissivismo o di…

Dopo l’infausta “lezione tedesca”, la sinistra e chiunque si voglia progressista devono guardarsi bene dal pensare che l’unica via di scampo consista nell’imitare la destra. Se non addirittura di “far meglio di loro” (si sente circolare anche questa) sul piano delle politiche di esclusione e discriminazione. È fatale che questa tentazione si manifesti: in primo luogo perché all’idea paranoide dei reazionari che trattano la questione delle migrazioni come essenzialmente problema di ordine pubblico, i democratici hanno troppo spesso contrapposto una concezione solo filantropica e umanitarista.

Sì, i grandi flussi migratori che attraversano il pianeta richiamano anche questo, ma ancor prima e ancor più costituiscono una primaria problematica di natura geopolitica, economica e sociale e un fattore fondativo delle dinamiche dello sviluppo e del sottosviluppo a livello globale. E, invece, abbiamo affrontato tali temi giganteschi dosando, di volta in volta, la quantità di permissivismo o di rigorismo che le differenti circostanze politico-istituzionali suggerivano.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Si pensi all’Italia: il tonitruante governo di Giorgia Meloni, quello che «andremo a cercare gli scafisti lungo tutto il globo terracqueo» (Cutro, 9 marzo 2023), ha adottato misure destinate a regolarizzare oltre mezzo milione di stranieri.

La sinistra o ha menato scandalo o ha cercato di occultare quei provvedimenti — peraltro realizzati solo in minima parte — perché preoccupata, tanto quanto la destra, dei loro effetti elettorali. Ma dai primissimi anni Novanta, da quando i flussi migratori sono diventati fenomeno rilevante, nulla o quasi è stato fatto perché il tema diventasse parte organica di tutte le politiche e di tutte le strategie di welfare: da quella abitativa a quella scolastica, da quella salariale a quella fiscale.

È stato questo a far sì che, della complessa questione migratoria emergesse quasi solo la dimensione legata alla sicurezza pubblica. Non che essa possa essere sottovalutata, ci mancherebbe, ma il suo sovradimensionamento discende direttamente dalla carenza di razionali politiche sociali. Il che finisce con l’enfatizzare oltremodo una tematica indubbiamente importante ma controllabile.

Cosicché, oggi, la questione viene ancora trattata, a sinistra, prevalentemente come problematica umanitaria, e la principale controversia sembra ruotare intorno alla quantità di immigrati da accogliere o da respingere. Non si tratta, certo, di un aspetto secondario, ma è indubbio che esso abbia un rapporto strettissimo con le politiche sociali del governo centrale e delle amministrazioni locali.

Non è un caso che, da almeno trent’anni, il fabbisogno di manodopera straniera richiesto dal sistema delle imprese ecceda, specie nelle regioni settentrionali, la disponibilità reale di forza lavoro. Ma chi, in Italia e in Europa, ha avuto la saggezza e la lungimiranza di impostare in questi termini la questione dell’integrazione? Mentre prevaleva largamente un approccio tutto regressivo, che ha ridotto quella questione a problema di marginalità sociale o, peggio, di criminalità.

Abbiamo avuto la dimostrazione, a dir poco inoppugnabile, che una strategia omeopatica tesa a “copiare la destra” ha sortito l’effetto di rafforzare le basi culturali dell’intolleranza, di rendere indistinguibile il sistema di valori dell’una parte politica rispetto a quello dell’altra, di far apparire troppo spesso la sinistra una versione goffa e velleitaria del pensiero xenofobo.

Perché un simile ragionamento, oggi, assume un carattere di urgenza addirittura drammatica? Perché è come se quello che viene dalla Sassonia-Anhalt fosse una sorta di ultimo appello. La brechtiana Germania pallida madre ci consegna un messaggio terribile: ovvero che la memoria può essere dissipata in un arco di tempo relativamente breve (meno di un secolo) e che, all’opposto, essa possa funzionare come fattore inesauribile di rivalsa e di revanscismo. Che può portare in un Land (certo, dai connotati molto peculiari) il 44% degli elettori a votare per un partito ignobile prima ancora che neonazista, che promette classi separate per alunni con disabilità.

Non vorrei che la mia fosse letta come una posizione estrema-estremista, ma penso che siamo arrivati a una svolta cruciale e che il tempo stia per scadere. Ma proprio per questa ragione ritengo che si debba investire sui tempi lunghi. Alle prossime elezioni il centrosinistra italiano deve presentarsi senza infingimenti, consapevole che — come oggi sembra dirci solo Leone XIV — la questione dei flussi migratori rappresenta il fondamento stesso di qualunque futuro dell’umanità. Fondamento, non appendice di un programma generalista. Non obiettivo da infilare di soppiatto in un elenco infinito di rivendicazioni, non appendice solidaristica in un coacervo di propositi i più disparati.

Sia chiaro: qui non si vuole perdere le elezioni per salvare l’anima. Assolutamente no. Ma abbiamo avuto già fin troppe conferme del fatto che una fisionomia ambigua e una identità periclitante, lungi dal conquistare i voti che si dicono “moderati” e blandire le forze che si vorrebbero “centriste”, portano inevitabilmente a perdere qualunque capacità di attrazione nei confronti dei gruppi sociali che si trovino in una fase di acuto smarrimento.

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