Nelle ultime quarantott’ore anche la riforma elettorale ha rischiato seriamente di finire nell’affollato cimitero delle grandi riforme istituzionali dell’era Meloni. Mai un governo è durato tanto e mai una maggioranza è stata così forte in parlamento, eppure mai una legislatura s’è chiusa con una simile sequenza di fallimenti. Tutto perduto per strada. L’autonomia differenziata della Lega. La separazione delle carriere dei giudici di Forza Italia. Il premierato di FdI. E infine, adesso, questo faticosissimo sistema elettorale che il centrodestra s’era cucito su misura e invece rischia a ogni tornante di collassare per la divaricazione ormai conclamata fra i partiti della maggioranza.
Ieri al Senato il centrodestra ha recuperato in extremis quel minimo di unità che gli ha consentito di fermare il blitz delle opposizioni per l’introduzione di autentiche e libere preferenze, e quindi di non saltare per aria insieme a tutta la riforma. Ma il prezzo, una volta di più, è stato altissimo. L…
Nelle ultime quarantott’ore anche la riforma elettorale ha rischiato seriamente di finire nell’affollato cimitero delle grandi riforme istituzionali dell’era Meloni. Mai un governo è durato tanto e mai una maggioranza è stata così forte in parlamento, eppure mai una legislatura s’è chiusa con una simile sequenza di fallimenti. Tutto perduto per strada. L’autonomia differenziata della Lega. La separazione delle carriere dei giudici di Forza Italia. Il premierato di FdI. E infine, adesso, questo faticosissimo sistema elettorale che il centrodestra s’era cucito su misura e invece rischia a ogni tornante di collassare per la divaricazione ormai conclamata fra i partiti della maggioranza.
Ieri al Senato il centrodestra ha recuperato in extremis quel minimo di unità che gli ha consentito di fermare il blitz delle opposizioni per l’introduzione di autentiche e libere preferenze, e quindi di non saltare per aria insieme a tutta la riforma. Ma il prezzo, una volta di più, è stato altissimo. L’ennesimo sacrificio di una solenne promessa fatta da Giorgia Meloni. Anzi, di uno dei suoi cavalli di battaglia storici. La memoria, ma soprattutto la rete, conserva il ricordo di decine di veementi interventi parlamentari e televisivi nei quali la leader di FdI definiva le preferenze l’unico sistema veramente democratico per dare ai cittadini il potere di scegliere da chi farsi rappresentare.
Dopo esser stata la donna più potente d’Italia per quattro anni abbondanti, Meloni ora tradisce anche quest’altro pilastro delle sue convinzioni politiche. Il meccanismo di preferenze introdotto ieri al Senato dalla maggioranza, dopo aver bocciato la proposta del centrosinistra, è del tutto ingannevole per gli elettori, che se ne accorgeranno facilmente soprattutto nelle circoscrizioni più piccole.
Ma la cosa che interessa di più, in questo momento, è il motivo di questa ennesima delusione. Perché la vicenda della riforma elettorale racconta molto di come il centrodestra stia arrivando alla fine della “sua” legislatura.
Dire che si muovano in ordine sparso è un eufemismo. Non è semplice confusione. Somiglia più a mors tua vita mea. Con i sondaggi in calo per tutti, e la pressione dell’estrema destra vannacciana che morde ormai ogni partito della coalizione, nessun artificio tecnico può garantire tutti. Sicché Forza Italia mette il veto sulle preferenze, la Lega non può più tornare ai collegi del sistema attuale né concepire il ballottaggio, mentre dentro Fratelli d’Italia si fa strada l’idea che il premio di maggioranza non sia poi una gran trovata, visto che nelle sue condizioni attuali il centrodestra potrebbe non arrivarci mai. Questo è quello che succede quando un meccanismo elettorale non è pensato per dare ai cittadini un sistema migliore — più democratico, più trasparente, con un vero potere di scelta restituito agli elettori — ma solo per regalare un premio a una parte rispetto all’altra. Col rischio — è la situazione nella quale ci troviamo oggi — che nelle more dell’approvazione della legge le parti si ribaltino, i sondaggi si facciano negativi, e quello che era pensato come un vantaggio si trasformi in un handicap.
È per questo motivo che, anche dopo il voto di ieri a palazzo Madama, nessuno può giurare che la riforma elettorale andrà effettivamente in porto. Anzi. Rimane l’incubo di quel voto segreto finale a Montecitorio, quando si sarà esaurito il bonus garantito dall’apposizione della questione di fiducia. Con l’aggravante che l’incertezza sulla fedeltà nel voto segreto non riguarda più solo i peones, ma gli stessi deputati della premier.
In queste settimane Giorgia Meloni ha dovuto mandare giù molti bocconi amari, per tenere insieme la coalizione. E quando nelle ultime ore sembrava aver dato il via libera all’emendamento del centrosinistra sulle preferenze “vere”, la mossa sembrava nascere dall’esasperazione nei confronti di alleati che fanno sempre prevalere il proprio istinto di sopravvivenza sulla linearità e trasparenza delle scelte politiche e istituzionali.
Poi la premier ha dovuto rinunciare: per adesso può permettersi di minacciare, non di affondare il colpo. Ma la situazione politica potrebbe deteriorarsi ulteriormente, né si intravedono grandi evoluzioni positive per il governo nei prossimi mesi, tra una crisi internazionale sempre più grave e il pessimismo crescente degli italiani sulle proprie condizioni materiali.
Allora potrebbe riaffacciarsi l’idea avventurosa del colpo di teatro: l’autoaffondamento alla Camera, nel segreto dell’urna, di una riforma elettorale che a quel punto non avrebbe più né madri né padri, né partiti interessati a difenderla.
La legislatura della grande stabilità si chiuderebbe così anticipatamente, con un bel botto parlamentare del quale la premier potrebbe fingersi vittima, tornando a vestire i panni preferiti dell’underdog in una campagna elettorale a quel punto — saremmo alla fine dell’anno — ravvicinatissima. Naturalmente è uno scenario estremo, pieno di rischi. Qualcuno però, anche a palazzo Chigi, potrebbe trovarlo preferibile all’agonia di un lento trascinamento verso le elezioni, tra polemiche interne e incursioni vannacciane, avendo per di più regalato al centrosinistra il sogno di un corposo premio di maggioranza.