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La contro-rivoluzione della destra

(afp)

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Si può far finta di non vedere: provare a circoscrivere l’ultimo shock elettorale alla specificità della Sassonia, alle inquietudini della Germania, al cedimento della Cdu e alla debolezza del cancelliere Merz. Un terremoto locale, un segnale d’allarme limitato. Ma se alziamo lo sguardo sulla mappa intera dell’Europa, noi capiamo che il trionfo elettorale dell’Afd va letto insieme all’arrembaggio di Farage in Gran Bretagna, alla corsa verso l’Eliseo di Marine Le Pen in Francia, alla crescita in Spagna di Vox, alla sfida dell’estrema destra svedese, alla scalata nei sondaggi del generale Vannacci, che più mima le pose del fascismo — ottant’anni dopo, e proprio in Italia — più guadagna consensi. È la storia d’Europa che si ribella a sé stessa, esce dal secolo perché non accetta la sua lezione e rifiuta il suo lascito, e inaugura una nuova fase che chiamiamo post-democratica per mancanza di aggettivi, ma soprattutto perché nessuna parola può ancora definire in modo compiuto l’incognita c…

Si può far finta di non vedere: provare a circoscrivere l’ultimo shock elettorale alla specificità della Sassonia, alle inquietudini della Germania, al cedimento della Cdu e alla debolezza del cancelliere Merz. Un terremoto locale, un segnale d’allarme limitato. Ma se alziamo lo sguardo sulla mappa intera dell’Europa, noi capiamo che il trionfo elettorale dell’Afd va letto insieme all’arrembaggio di Farage in Gran Bretagna, alla corsa verso l’Eliseo di Marine Le Pen in Francia, alla crescita in Spagna di Vox, alla sfida dell’estrema destra svedese, alla scalata nei sondaggi del generale Vannacci, che più mima le pose del fascismo — ottant’anni dopo, e proprio in Italia — più guadagna consensi. È la storia d’Europa che si ribella a sé stessa, esce dal secolo perché non accetta la sua lezione e rifiuta il suo lascito, e inaugura una nuova fase che chiamiamo post-democratica per mancanza di aggettivi, ma soprattutto perché nessuna parola può ancora definire in modo compiuto l’incognita che ci attende.

Quel che è evidente è l’erosione continua, progressiva e vorace della democrazia. Risolti nella sfida alle dittature gli incubi ideologici che avevano avvelenato l’Europa, noi credevamo semplicemente che la cultura liberal-democratica e costituzionale fosse diventata la forma geopolitica del continente, quasi la sua definitiva natura, replicata e ribadita nella costruzione faticosa ma laboriosa dell’Unione: che nasce dal rifiuto delle divisioni tra i Paesi europei e dal rispetto “dei principi della democrazia, dei diritti dell’uomo, delle libertà fondamentali e dello stato di diritto”. La democrazia dunque non era soltanto un metodo per scegliere chi doveva governarci, ma un’espressione della civiltà europea e occidentale, un esito di questa storia, addirittura uno stile di vita collettivo che tendeva alla libertà nell’equilibrio tra diritti e doveri, tra società e istituzioni.

Per convinzione o per convenzione questa cultura liberal-democratica era finalmente diventata l’orizzonte comune nel quale le diverse correnti ideali e i partiti che le impersonavano si riconoscevano, confrontandosi e scontrandosi per la conquista del consenso e del potere. Poiché la Costituzione traduceva in principi e norme la vicenda italiana dal momento in cui la storia si rimetteva in movimento nella libertà ritrovata, il rifiuto della dittatura è diventato ispirazione e parte della Carta, nei suoi principi e nei suoi precetti. La norma e la storia, dunque, la cultura e la politica confermavano la scelta democratica come base e fondamento della libertà del cittadino e del Paese. In questo senso, dopo l’oppressione del fascismo, il ‘45 con il legame tra Resistenza, Costituzione e Repubblica è stato una rivoluzione senza la presa del Palazzo d’Inverno. Ma allora, quella che vediamo oggi all’opera ha un nome preciso: è una contro-rivoluzione.

Un punto è fondamentale per misurare la svolta: la democrazia da cornice di riferimento è diventata parte in causa. Non è più il campo della contesa, è uno dei contendenti. È scivolata nell’agone invece di garantirne le regole, e in questo passaggio si è relativizzata, passando da universale a particolare. Come tale, è diventata uno degli strumenti della battaglia: accusata, denunciata, vilipesa. Anzi, così come la democrazia era diventata sinonimo di libertà nella piena cittadinanza, oggi che l’onda del disincanto e della frustrazione repubblicana sommerge ogni cosa la critica alla democrazia è la scorciatoia per il rifiuto totale, l’exit decisivo e finale: la fuoruscita dal sistema.

È quasi naturale che il fascismo diventi il veicolo prescelto per entrare nell’altrove rispetto all’universo democratico: in un mondo al contrario, in un insieme di valori capovolto, nel rifiuto della civiltà italiana dei nostri padri e delle nostre madri, nella negazione della storia. Purché e comunque fuori dal sistema, dall’obbligazione democratica con il suo linguaggio, le sue procedure, le sue regole. Il fascismo era pronto, appena lì fuori. Inservibile nella coscienza nazionale e non solo istituzionale per ottant’anni, era stato intanto lucidato, riverniciato, riassemblato in una rilettura antiquaria di comodo dalla grande banalizzazione degli ultimi trent’anni, dalla minimalizzazione storica, dalla svalutazione della Resistenza. Nessuno, credo, vuole riproporre oggi il fascismo sfidando il ridicolo e la sproporzione: ma molti (a partire dal principale partito di governo) vogliono cancellare l’antifascismo, come se la nostra democrazia fosse senza aggettivi quindi fuori dalla vicenda nazionale, neutra, cieca, sorda rispetto al giudizio della storia, in un fascio di irresponsabilità condivise.

Questa scelta politica proietta ambiguità sul calendario civile italiano, ma soprattutto fa cadere l’interdetto storico, politico, morale che per decenni ha impedito al post-fascismo di essere soggetto attivo nella vita istituzionale del Paese. Oggi quell’interdetto si è dissolto in un’ambiguità irrisolta: chi vota l’estrema destra non vuole il ritorno del fascismo, ma è disposto a usarlo come arma elettorale per segnalare il suo rifiuto radicale del meccanismo democratico, pronunciato dal capolinea del sistema. E il nodo non sciolto avvolge anche la Premier che credeva di essersene liberata nel silenzio, mentre gli “alalà” di Vannacci la obbligano a scegliere, e a chiarire finalmente come giudica il fascismo di ieri per distanziarsi — se ci riesce — dal post-fascismo di oggi.

Ecco perché l’onda nera che si alza in Europa è un problema anche per la destra di governo, che deve infine risolvere la sua natura. Se riuscirà a farlo, perderà certo una parte della sua alterità costitutiva, ma si farà finalmente carico insieme con le altre forze politiche della difesa della democrazia, che rischia di apparire non come l’approdo della storia europea, ma semplicemente come una sua stagione. Nata in condizioni sociali estreme, protetta dalla memoria della guerra, sostenuta dal benessere ritrovato e dall’alleanza tra capitalismo, lavoro e welfare: ma immediatamente esposta e nuda quando queste condizioni si indeboliscono.

È proprio in questo punto della storia che nasce la contro-rivoluzione in atto: che non vuole restaurare il fascismo ma cancellare l’ordine politico e morale costruito sulle sue rovine, revocando il dopoguerra e separando l’Europa dalla sua memoria. Da che parte starà l’Italia?

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