Chi è oggi in Italia la più famosa delle donne sconosciute? Quella di cui si è parlato di più negli ultimi giorni, una donna che prima non conoscevamo, o se la conoscevamo non ci pensavamo e ora invece è ovunque, ne vediamo il volto ne leggiamo il nome: nei talk del pomeriggio, sulle prime pagine dei giornali, nei commenti sui social. In una piccola bolla, certo, la bolla di chi segue la cronaca, chi legge, chi va talvolta al cinema e in generale prende parte a quel che accade nel mondo perché non ha da fuggire, da salvarsi la vita oppure, succede, non ha altro interesse che se medesimo: l’incremento dei suoi followers, la sua beauty routine. Dunque? Chi è “la più famosa delle sconosciute” stamattina 13 settembre? È la figlia di Lea Garofalo, Denise Cosco, che si è uccisa a 35 anni, l’età che aveva sua madre quando suo padre l’ha assassinata e bruciata: non conoscevamo il suo volto di adulta, l’ha mostrato la zia materna dopo il suicidio, “ora finalmente tutti potranno vedere gli occh…
Chi è oggi in Italia la più famosa delle donne sconosciute? Quella di cui si è parlato di più negli ultimi giorni, una donna che prima non conoscevamo, o se la conoscevamo non ci pensavamo e ora invece è ovunque, ne vediamo il volto ne leggiamo il nome: nei talk del pomeriggio, sulle prime pagine dei giornali, nei commenti sui social. In una piccola bolla, certo, la bolla di chi segue la cronaca, chi legge, chi va talvolta al cinema e in generale prende parte a quel che accade nel mondo perché non ha da fuggire, da salvarsi la vita oppure, succede, non ha altro interesse che se medesimo: l’incremento dei suoi followers, la sua beauty routine. Dunque? Chi è “la più famosa delle sconosciute” stamattina 13 settembre? È la figlia di Lea Garofalo, Denise Cosco, che si è uccisa a 35 anni, l’età che aveva sua madre quando suo padre l’ha assassinata e bruciata: non conoscevamo il suo volto di adulta, l’ha mostrato la zia materna dopo il suicidio, “ora finalmente tutti potranno vedere gli occhi bellissimi che avevi” — ha scritto. Bellissimi veramente. Sì certo forse qualcuno si ricordava di lei, qualcuno aveva forse visto il film tv o quella foto sfocata di lei adolescente l’ultima sera per strada con sua madre ma non sapevamo dove vivesse — ad Ariccia, leggo ora — né se avesse figli — un bambino, sappiamo adesso — né come fosse, quanto pesante e dolorosa fosse, la sua vita da invisibile. Protetta sotto falsa identità come tutela dalla ‘ndrangheta che aveva denunciato. Ma la protezione dello Stato mette in salvo il tuo corpo non la tua vita, ha scritto Roberto Saviano che sa di cosa parla. Anonima, invisibile, sconosciuta e ora di colpo: compresa, nominata e rimpianta. Troppo tardi.
Oppure è la madre di Lorena Isceri — Antonietta Argentiero si chiama, ma il nome è con evidenza un dettaglio: i titoli la definiscono così, “la madre di”, una madre e basta — che all’improvviso compare sullo schermo mentre scorrono i messaggi che le ha inviato per telefono l’assassino di sua figlia: “Se non mi avessi trattato male non sarebbe successo”, è uno di questi. È colpa tua, la le colpe delle madri. Però dai: basta con questa lagna dei femminicidi, basta con il pellegrinaggio di Gino Cecchettin nelle scuole, è diseducativo — dice il generale.
È stato bellissimo il discorso di May el Touchy, regista danese di origini egiziane, durante la cerimonia di consegna del Leone d’oro, a Venezia. Il suo film, vincitore, s’intitola Woman unkonwn, appunto: la donna sconosciuta. La notte in cui è arrivata al Lido, racconta, non le è riuscito dormire: “Pensavo di essere diventata all’improvviso la più famosa delle donne sconosciute”. L’unica donna in concorso, avrete forse seguito la polemica ma dubito che fino a ieri conosceste il suo nome. L’unica donna era sufficiente. Una donna a caso, come le catalogava Valentina Falco, che aveva e ha, le persone che la amavano lo tengono in vita, un contatore pubblico chiamato così, “La donna a caso”, rassegna di dichiarazioni pubbliche: una donna vince il Nobel, una donna a capo della banca mondiale, l’unica donna a Venezia. L’anonimato è parente stretto dell’invisibilità. È il cugino di città che ha studiato. Ti chiamo “una”, oppure ti definisco con la tua funzione, la badante, la cameriera, più di rado la direttrice. Prima cadono il cognome, il titoli di studio, poi il nome. Resta la funzione. La mia segretaria, mia moglie, la mia tipa. In fondo, solo un corpo. “Solo”, ma il corpo è tutto. È nel corpo che avviene la storia, è dal corpo che passa la vita. Se posso farne l’uso che credo, farlo a pezzi bruciarlo gettarlo da un ponte, usarlo per il mio piacere (certo che accetterai il baratto pur di restare in vita) allora tutto è compiuto. L’altro giorno Gino Cecchettin discuteva in pubblico con Gisele Pelicot il cui corpo è stato usato per anni da uomini convocati a farne uso: drogata, nel sonno. Di Gino Cecchettin ha parlato un seguace del generale per dire che basta un po’, con questa retorica del femminicidio, è diseducativo. Sopportare in silenzio, questo bisogna insegnare. Eppure non credo che contro le bestialità del generale e dei suoi seguaci servano le armi della ragione, come antidoto: a chi lo vota e lo voterà non importa niente cosa dice dei gay, della donne, dei migranti. La ragione è già da un pezzo fuori gioco. Conta, mi diceva ieri una signora in piazza, che pensi a noi del popolo perché a noi del popolo non ci pensa nessuno. Le ho domandato dei femminicidi, ha risposto io è tutta la vita che mi rompo la schiena per far studiare i miei figli, sopporto mio marito e lavoro, io vorrei solo avere una vecchiaia decente e di lui mi fido. Lo voteranno, anche le donne. Lo voteranno per rabbia. Perché non vedono alternative. Per la desolazione che nasce dalla povertà.
Ha detto May el Toukhy alla figlia adolescente: spero che tu lasci il telefonino e faccia sentire la tua voce. Usala per parlare contro la disumanizzazione. “Spero che tornino in te il coraggio la passione e il senso di comunità che hanno caratterizzato la nostra giovinezza, quella della mia generazione”. La radice di coraggio è cuore e certo che ha ragione Ece Temelkuran, scrittrice e attivista turca, a dire che la sinistra potrebbe almeno provare a ripartire dalle emozioni. Le emozioni ci muovono ogni giorno. Se la destra fa leva sulla paura e sull’odio tu devi parlare come minimo di felicità, di amore e di libertà, incarnarle, non certo mostrare una statistica. “Spero che tu usi la tua voce, figlia, per stare dalla parte di chi è abbandonato o messo a tacere”. Madri e figlie, ancora e ancora, in questo puzzle di storie diverse ma invece vedete: è lì il bandolo, è nelle origini che ci segnano e ci definiscono. Nell’esempio, nel passaggio di consegne. Nel silenzio e nei segreti. Woman unkown, il film, racconta di una donna accusata di intimità con un soldato tedesco durante l’occupazione nazista. È dal corpo che passa la storia, sempre, più di tutto passa dal corpo delle donne. Sconosciute, invisibili, innominate. È per questo che l’invito di May el Tuchy a sua figlia è così struggente, così bello. Bisogna prendere parola, prendere posizione. Fare politica sempre. Cantando, danzando, facendo teatro, risolvendo un problema matematico, tenendo in ordine e pensando a come lasci le cose perché qualcuno dopo di te passerà da lì, pensando a come le troverà. Bisogna fare politica vivendo.