C’è un aspetto curioso di questa narrazione apocalittica dell’intelligenza artificiale. E cioè che chi ha creato il problema e ci ricorda che le sue tecnologie potrebbero mettere fine all’umanità, ora vuole pure risolvere il problema: “Avete fatto male a fidarvi di noi, ma ora fatelo”. È questo il senso dell’appello di sabato del fondatore di Anthropic, Dario Amodei. Un messaggio subito sottoscritto da Sam Altman di OpenAI e Elon Musk di xAI.
Ma la domanda più semplice a cui non stanno rispondendo le Big Tech dell’intelligenza artificiale è: se l’IA è così pericolosa per l’umanità, perché non vi fermate invece di parlare e scrivere lettere accorate da mesi? A guardare i fatti, la risposta è altrettanto semplice: non vogliono. Lo provano i continui rilasci di modelli sempre più potenti. Una decina di giorni fa, per esempio, OpenAI ha messo sul mercato GPT6 Astra, “il modello più capace mai distribuito su larga scala” che “può individuare vulnerabilità di sicurezza finora sconosciute e …
C’è un aspetto curioso di questa narrazione apocalittica dell’intelligenza artificiale. E cioè che chi ha creato il problema e ci ricorda che le sue tecnologie potrebbero mettere fine all’umanità, ora vuole pure risolvere il problema: “Avete fatto male a fidarvi di noi, ma ora fatelo”. È questo il senso dell’appello di sabato del fondatore di Anthropic, Dario Amodei. Un messaggio subito sottoscritto da Sam Altman di OpenAI e Elon Musk di xAI.
Ma la domanda più semplice a cui non stanno rispondendo le Big Tech dell’intelligenza artificiale è: se l’IA è così pericolosa per l’umanità, perché non vi fermate invece di parlare e scrivere lettere accorate da mesi? A guardare i fatti, la risposta è altrettanto semplice: non vogliono. Lo provano i continui rilasci di modelli sempre più potenti. Una decina di giorni fa, per esempio, OpenAI ha messo sul mercato GPT6 Astra, “il modello più capace mai distribuito su larga scala” che “può individuare vulnerabilità di sicurezza finora sconosciute e sviluppare nuovi modi per sfruttarle”, come si legge nei documenti della stessa azienda. Non certamente una mossa che denota l’intenzione di fermarsi.
Allora perché mostrarsi così interessati alle sorti del genere umano e poi non fare nulla? Sono sei le ragioni, molto concrete e poco ideali, che lo spiegano.
1. Le Big Tech non competono per vendere un prodotto, lo fanno per non perdere un primato. Come ci insegna la storia dell’economia digitale, infatti, non c’è mai spazio per troppi concorrenti. Il più bravo o forte si prende tutto. È successo con l’e-commerce, i motori di ricerca, i social, le piattaforme di streaming e così via. Se Google rallenta, quindi, Microsoft può accelerare. Se OpenAI si ferma, Anthropic può continuare. Se le aziende americane si prendono una pausa, quelle cinesi non lo fanno. È il dilemma del prigioniero: tutti potrebbero avere interesse collettivo a rallentare, ma nessuno vuole essere il primo.
2. La corsa all’IA non è più una scommessa da qualche miliardo di dollari. È diventata una gigantesca infrastruttura industriale: data center, chip, energia, cloud, assunzioni, acquisizioni, ricerca. E più investi, più hai bisogno che la scommessa funzioni. Un’azienda che ha costruito enormi capacità di calcolo e ha speso decine di miliardi nello sviluppo dei modelli non può semplicemente dire: “Forse ora è meglio fermarsi”. È quella che si chiama dipendenza dal percorso intrapreso.
3. Gli Usa non vedono l’IA soltanto come un mercato. La considerano giustamente una tecnologia strategica, come lo sono stati in passato il nucleare o lo Spazio. La competizione con la Cina rende molto difficile immaginare uno stop unilaterale. E questo produce una situazione paradossale: le aziende possono chiedere regole più severe, ma contemporaneamente hanno incentivi enormi a continuare a correre.
4. Quando emerge un problema — errori, sicurezza, cyberattacchi, uso improprio — la risposta dell’industria raramente è: fermiamoci. È: costruiamo un modello migliore. Il ragionamento è: il modello attuale è rischioso? Il prossimo sarà più affidabile. Il modello è vulnerabile? Facciamolo più robusto.
5. Se esistesse la certezza che l’IA produrrà soltanto qualche software più efficiente, probabilmente sarebbe più facile stabilire dei limiti. Ma le aziende — e gli investitori — vedono la possibilità che l’IA diventi una tecnologia capace di modificare produttività, ricerca scientifica, medicina, industria e servizi. Tutto, insomma. Oggi non sanno se stanno costruendo una nuova Internet, una nuova elettricità o una nuova rivoluzione industriale. Ma proprio perché non lo sanno, nessuno vuole davvero essere quello che si ferma prima di scoprirlo.
6. Infine, c’è una ragione che negli ultimi mesi sta preoccupando, e non poco, le aziende americane. I modelli cinesi sono un po’ meno performanti ma costano decisamente di meno. Risultato? Si stanno diffondendo rapidamente, anche negli Usa. Questo fa sì che un rallentamento, e quindi minori investimenti nel breve su modelli più potenti, non sarebbe un danno. E consentirebbe alle Big Tech statunitensi di essere più competitive con quelle di Pechino.