«La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino». L’articolo 52 della Costituzione non ha certo la popolarità del molto più noto articolo 11. Non dà il nome a comitati e associazioni. Non viene evocato costantemente da leader politici e aspiranti tali, che citano volentieri il magnifico incipit «l’Italia ripudia la guerra» ma dimenticano quasi sempre di aggiungere le righe successive che lo definiscono («come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli…»). Insomma, sembra proprio che il negletto articolo 52 dia fastidio. Forse perché ricorda che la Carta non parla solo di diritti, ma anche di doveri. O forse perché testimonia che, mentre pensavano e scrivevano la legge fondamentale della neonata Repubblica, i costituenti non erano solo più lucidi e colti della maggioranza della classe dirigente odierna, ma anche decisamente meno ammorbati da tabù linguistici.
Del resto, nel giugno 1946, quando l’Assemblea costituente si riunisce per la prima volta, il ricordo di cosa sig…
«La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino». L’articolo 52 della Costituzione non ha certo la popolarità del molto più noto articolo 11. Non dà il nome a comitati e associazioni. Non viene evocato costantemente da leader politici e aspiranti tali, che citano volentieri il magnifico incipit «l’Italia ripudia la guerra» ma dimenticano quasi sempre di aggiungere le righe successive che lo definiscono («come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli…»). Insomma, sembra proprio che il negletto articolo 52 dia fastidio. Forse perché ricorda che la Carta non parla solo di diritti, ma anche di doveri. O forse perché testimonia che, mentre pensavano e scrivevano la legge fondamentale della neonata Repubblica, i costituenti non erano solo più lucidi e colti della maggioranza della classe dirigente odierna, ma anche decisamente meno ammorbati da tabù linguistici.
Del resto, nel giugno 1946, quando l’Assemblea costituente si riunisce per la prima volta, il ricordo di cosa significhi doversi battere contro una tirannia, e contro un invasore, è ancora fresco. I padri (e le madri) del nuovo Stato sanno fin troppo bene che democrazia e libertà non sono state regalate, ma riconquistate a mano armata. Sanno, come ha detto Ferruccio Parri, il leggendario comandante Maurizio, che l’Italia è rinata solo grazie al sangue dei suoi figli migliori, quelli che hanno deciso di impugnare un fucile e hanno rischiato la vita per riscattare il proprio futuro. E si rendono conto che il nuovo Paese potrebbe non sopravvivere se si affiderà solo alle illusioni e alla speranza di un mondo pacifico. Così, nella primavera 1947, quando la discussione entra nel vivo e qualche deputato radicale afferma che l’Italia del futuro dovrebbe essere neutrale e disarmata, la risposta è un corale no. Mai più gli italiani dovranno usare la forza per inseguire deliri da grande potenza, come ha fatto il fascismo con le sue campagne di aggressione criminali, e come ha fatto prima ancora anche l’Italietta liberale. Ma la Repubblica deve potersi proteggere. Reclutando nuove armate. Stringendo alleanze. Stabilendo una volta di più che essere un cittadino significa doversi preoccupare della difesa della comunità nazionale, e dei propri alleati se serve. In un giorno di maggio di quasi ottant’anni fa, l’articolo 52, che lo proclama solennemente, viene messo ai voti dopo una discussione infuocata. Dicono sì 332 costituenti su 365. Comunisti e democristiani, monarchici e repubblicani, liberali e socialisti. Applaudono tutti, con un entusiasmo unanime da Rivoluzione francese e tanta foga da dimenticarsi di approvare subito dopo l’emendamento che dovrebbe introdurre l’obiezione di coscienza. Una misura di civiltà che dovrà poi attendere troppi decenni per essere riconosciuta, e che avrebbe invece completato il riconoscimento di un principio fondamentale fissato all’alba della vita repubblicana: nell’Italia democratica, la sicurezza collettiva non è affare né di destra né di sinistra, e tantomeno di qualche professionista delle armi in uniforme, ma è responsabilità di tutti.
Per questo, è alquanto bizzarro assistere oggi all’impegno con cui rappresentanti eletti in Parlamento, e aspiranti tali, si proclamano risolutamente contrari a occuparsene. O negano il bisogno di farlo. Come mai nella sua storia recente, la Repubblica italiana è sotto costante minaccia. Nella Penisola, dove gli attacchi ibridi di matrice russa si contano ormai a centinaia secondo il rapporto annuale sulla sicurezza nazionale. E sul fianco est dell’Unione europea, dove le Forze armate italiane fronteggiano il rischio di uno scontro diretto con le truppe di Putin. Eppure, a destra Roberto Vannacci, sulla cui devozione alla Carta certo si potrebbe discutere, vorrebbe tanto disarmare il Paese, perché difendersi non è una priorità. A sinistra, Giuseppe Conte, dice che non intende sottoscrivere un programma in cui si parli di investimenti militari, perché gli italiani vogliono sentir parlare d’altro. E, in mezzo, le giovani leve del Partito Democratico affermano che «parlare di patria significa ripudiare la guerra», e siccome combattere è di destra loro, nel caso, saranno disertori.Non è chiaro disertori di cosa. A parte dello spirito della Costituzione, naturalmente.