C’è una frase attribuita a Gianni Rodari che circola da anni. Dice così: «Vorrei che tutti leggessero, non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo». È una frase che Rodari non ha mai pronunciato, eppure la troviamo sui manifesti, nei meme, nelle riviste, da ultimo, come mi ha segnalato un’amica un mese fa, sulla rivista di una compagnia aerea.
Ma soprattutto, e questo mi pare più grave, la troviamo nelle scuole e nelle biblioteche. Mi pare grave perché una frase che invita a leggere nasce dal suo esatto contrario: qualcuno l’ha scritta con la vernice sul muro di un istituto scolastico o all’ingresso di una biblioteca senza prendersi la briga di verificarla, cioè senza aprire il libro in cui sarebbe stata scritta. Questa frase mi sembra la sintesi perfetta della retorica che circola da moltissimo tempo intorno alla lettura in Italia, da quando almeno si è cominciato ad associare il fatto di essere lettori al fatto di essere persone migliori. Ma la lettura stessa, nel …
C’è una frase attribuita a Gianni Rodari che circola da anni. Dice così: «Vorrei che tutti leggessero, non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo». È una frase che Rodari non ha mai pronunciato, eppure la troviamo sui manifesti, nei meme, nelle riviste, da ultimo, come mi ha segnalato un’amica un mese fa, sulla rivista di una compagnia aerea.
Ma soprattutto, e questo mi pare più grave, la troviamo nelle scuole e nelle biblioteche. Mi pare grave perché una frase che invita a leggere nasce dal suo esatto contrario: qualcuno l’ha scritta con la vernice sul muro di un istituto scolastico o all’ingresso di una biblioteca senza prendersi la briga di verificarla, cioè senza aprire il libro in cui sarebbe stata scritta. Questa frase mi sembra la sintesi perfetta della retorica che circola da moltissimo tempo intorno alla lettura in Italia, da quando almeno si è cominciato ad associare il fatto di essere lettori al fatto di essere persone migliori. Ma la lettura stessa, nel corso della storia, è stata anche uno strumento di distinzione, di esclusione, di disciplinamento. È uno dei punti da cui parte anche Simone Giusti nel suo recente La lettura a scuola (Carocci), perché la lettura non è un bene astratto che produce automaticamente determinati effetti, ma una pratica sociale che cambia secondo i contesti storici, culturali, economici e politici. Non sarebbe male tenerlo a mente quando si commentano i dati sulla lettura stessa. Un’incredibile mancanza di «letture», infatti, mi pare abbia caratterizzato alcuni dei commenti ai risultati di PISA 2025 usciti nei giorni scorsi. Che cosa dicono? Nei paesi OCSE, tra il 2015 e il 2025, il punteggio medio in lettura dei quindicenni è diminuito di 28 punti, circa un anno e mezzo di apprendimento. Tra il 2018 e il 2025 è inoltre quasi raddoppiata la percentuale di quelli che l’OCSE definisce hasty readers, lettori che procedono rapidamente ma in modo poco accurato. L’Italia, rispetto alla media OCSE, sta messa un po’ meglio, ma questo non significa che tale tendenza non sia comunque un dato di fatto.
Che fare? Da anni alcune persone, insegnanti di ogni ordine e grado, studiosi e studiose, lavorano per rispondere a questa domanda. Partiamo da un libro del 2015 di Giusi Marchetta, Lettori si cresce (Einaudi) che sottolineava come, alla domanda «Perché leggiamo quello che leggiamo?», l’unica risposta sbagliata fosse «perché dobbiamo»: non si tratta di dare un elenco di libri da leggere per le vacanze, ma esattamente dell’opposto. Lo spiega molto bene una ricerca del 2025 realizzata dal Centro per il libro e la lettura e curata da Federico Batini e Diego Izzo, che parte da una distinzione fondamentale: promuovere la lettura ed educare alla lettura non sono la stessa cosa. Giusti, nel suo libro, riassume molto chiaramente questa differenza: l’educazione alla lettura ha come obiettivo lo sviluppo progressivo di competenze autonome e critiche; la promozione cerca soprattutto di aumentare l’interesse e il desiderio di leggere. La differenza è enorme e smonta un’altra convinzione molto diffusa: che la lettura proceda sostanzialmente per imitazione o per esposizione. Che basti crescere in una casa piena di libri, vedere i genitori leggere, avere a disposizione una buona biblioteca per diventare lettori. Naturalmente tutto questo aiuta. E molto. Ma se bastasse, la riproduzione delle differenze sociali sarebbe quasi perfetta. Per fortuna, però, esistono occasioni per incontrare i libri fuori dalle nostre case: a scuola, attraverso gli amici e anche attraverso i tanto deprecati social.
Nel 2025 il mercato italiano ha perso il 3 per cento delle copie vendute nella “varia”. L’unico settore in crescita è stato quello dei libri per bambini e ragazzi. L’AIE dice che nei primi tre mesi del 2026 questo settore è aumentato dell’8,3 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. È vero: i libri per bambini vengono comprati in gran parte dagli adulti. E allora la domanda interessante è questa: perché continuiamo a investire tanto nei libri destinati ai bambini mentre il mercato complessivo arretra? Certamente ci sono ragioni economiche. Ma c’è forse anche un investimento simbolico: continuiamo a pensare che regalare un libro a un bambino significhi investire sul suo futuro. Poi quei bambini crescono e incontrano la scuola. Qui bisogna rifarsi ai dati dell’Istat che ci dicono che gli 11-14enni sono la fascia d’età in cui la lettura è più diffusa: nel 2024 il 78,9 per cento dichiara di aver letto almeno un libro nell’arco dell’anno. Ma proprio fra gli 11 e i 14 anni il 17,2 per cento dice anche di leggere perché «deve farlo», una percentuale che diminuisce progressivamente nelle fasce d’età successive. A scuola si legge moltissimo, ma spesso quello che si legge a scuola non viene considerato lettura. La lettura appartiene al tempo libero, al piacere, allo svago. Lo studio sembra appartenere a un altro campionato, anzi a un altro sport. Ho chiesto molte volte agli studenti e alle studentesse che incontro quale fosse l’ultimo libro che avevano letto. E mi è capitato più volte che pur avendo davanti a loro il libro che stavamo utilizzando nel corso, un libro che avevano letto, del quale avevamo discusso insieme non veniva neppure preso in considerazione. Giusti apre il suo libro con una battuta di Edoardo Sanguineti che racconta perfettamente quello che accade: il bambino viene sorpreso mentre legge e l’adulto gli ordina di smettere e andare a studiare, come se leggere e studiare fossero due attività «radicalmente eterogenee e incompatibili». E nessuno dica che il bambino immaginato da Sanguineti stava sicuramente leggendo un “buon” libro e non un romance, perché la distinzione fra cattive e buone letture è vecchia come il mondo e anche su questo ci sono tanti bei libri da leggere. Moltissimi sono gli insegnanti che lo sanno e che passano il loro tempo libero a formarsi, a cercare insieme pratiche che rendano la lettura un bene comune, uno spazio di crescita, un modo per immaginare e immaginarsi. Parafrasando ciò che Calvino scriveva delle fiabe, nei libri troviamo il catalogo dei destini possibili e anche di quelli impossibili. Insegnare ai ragazzi e alle ragazze come si accede a questo catalogo infinito è uno dei compiti di noi adulti. Prendiamo questo compito sul serio, studiando.
P.S. La citazione autentica di Rodari si trova nella Grammatica della fantasia (Einaudi, 1973): una buona occasione per aprire un libro e andarla a leggere, se vi interessa sapere cosa dice.