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I giovani in trappola

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In tutta Europa cresce la popolazione anziana
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Stiamo costruendo società nelle quali ai giovani rischiamo di lasciare contemporaneamente meno persone con cui condividere il peso del welfare e più debito da sostenere. Sono due dinamiche diverse, la demografia e la finanza pubblica, che stanno però procedendo nella stessa direzione. E il loro punto di incontro è una crescente asimmetria tra generazioni.

Partiamo dalla demografia. Nel 2025 in Italia sono nati appena 355 mila bambini, il 3,9% in meno rispetto all’anno precedente. Il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14, nuovo minimo storico. Nello stesso anno i decessi sono stati 652 mila: quasi 300 mila in più delle nascite. La popolazione complessiva è rimasta sostanzialmente stabile soltanto grazie al saldo migratorio positivo. Non è semplicemente un Paese che diventa più piccolo. È un Paese che cambia struttura.

Meno giovani oggi significa meno lavoratori domani, mentre l’aumento della longevità — una delle grandi conquiste delle nostre società — determina una crescita d…

Stiamo costruendo società nelle quali ai giovani rischiamo di lasciare contemporaneamente meno persone con cui condividere il peso del welfare e più debito da sostenere. Sono due dinamiche diverse, la demografia e la finanza pubblica, che stanno però procedendo nella stessa direzione. E il loro punto di incontro è una crescente asimmetria tra generazioni.

Partiamo dalla demografia. Nel 2025 in Italia sono nati appena 355 mila bambini, il 3,9% in meno rispetto all’anno precedente. Il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14, nuovo minimo storico. Nello stesso anno i decessi sono stati 652 mila: quasi 300 mila in più delle nascite. La popolazione complessiva è rimasta sostanzialmente stabile soltanto grazie al saldo migratorio positivo. Non è semplicemente un Paese che diventa più piccolo. È un Paese che cambia struttura.

Meno giovani oggi significa meno lavoratori domani, mentre l’aumento della longevità — una delle grandi conquiste delle nostre società — determina una crescita della popolazione anziana. Il fenomeno riguarda tutta l’Europa. Questo non significa che un pensionato sia semplicemente un costo né che ogni persona in età lavorativa contribuisca nello stesso modo al finanziamento del welfare. Significa però che pensioni, sanità e assistenza dovranno essere sostenute da una base relativamente più ristretta di popolazione attiva. E qui entra in gioco il secondo fattore: il debito.

Secondo il Fondo monetario internazionale, nel 2025 il debito pubblico globale ha raggiunto quasi il 94% del Pil ed è destinato, alle politiche attuali, ad arrivare al 100% nel 2029: un livello che nell’epoca moderna era stato raggiunto soltanto all’indomani della Seconda guerra mondiale. Sarebbe però sbagliato concludere che il debito sia sempre e comunque un male C’è un debito che sottrae futuro e un debito che può costruirlo. Se serve a rinviare riforme, finanziare spesa corrente improduttiva o proteggere rendite esistenti, trasferisce semplicemente risorse nel tempo: qualcuno beneficia oggi e qualcun altro pagherà domani. Se invece finanzia istruzione, ricerca, infrastrutture, innovazione, salute o transizione energetica, può accrescere la produttività e il benessere delle generazioni che saranno chiamate anche a ripagarlo.

C’è poi una terza asimmetria, meno evidente ma altrettanto importante: quella politica. In una democrazia ciascun voto vale allo stesso modo. Ma in società che invecchiano cambia la composizione dell’elettorato. Gli interessi delle generazioni presenti hanno inevitabilmente una rappresentanza molto più forte di quelli delle generazioni future, che per definizione non votano, e progressivamente più forte anche di quella dei giovani. Il problema non consiste nel contrapporre giovani e anziani. Sarebbe una lettura semplicistica. Il punto è chiedersi se le nostre istituzioni siano sufficientemente attrezzate per prendere decisioni i cui benefici si vedranno fra venti o trent’anni, quando una parte considerevole degli elettori di oggi non sarà più chiamata a sopportarne le conseguenze. La politica democratica ha per sua natura un orizzonte relativamente breve. Le grandi trasformazioni economiche e sociali ne hanno uno molto più lungo. Ridurre questa distanza dovrebbe diventare una delle priorità delle nostre democrazie.

È anche una delle ragioni per cui, aprendo oggi il nuovo anno accademico della Bocconi, ho voluto richiamare l’attenzione su questo tema. Le università sono per definizione istituzioni proiettate verso il futuro: formano persone che entreranno nel mondo del lavoro tra qualche anno, producono conoscenza i cui effetti spesso si manifestano nel tempo.

Prima di approvare una nuova spesa o rinunciare a una riforma dovremmo domandarci non soltanto chi ne beneficia oggi, ma chi ne sosterrà il costo domani. Una società può indebitarsi. Può invecchiare. Può anche decidere di destinare una quota maggiore delle proprie risorse a chi è già anziano. Sono tutte scelte legittime. Ciò che non dovrebbe fare è compierle senza rendere esplicito chi ne pagherà il conto.

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