Devono essere ben disastrosi, e far presagire un rovescio elettorale, i sondaggi riservati che Giorgia Meloni ha sicuramente davanti agli occhi, se l’hanno spinta a un provvedimento così indecorosamente demagogico come l’abolizione della “odiosa” tassa di possesso dell’automobile, che soltanto l’anno scorso, quando era stata proposta da un esponente dell’opposizione, lei stessa aveva definito nemmeno degna di Cetto La Qualunque. Con tanti saluti alla coerenza, vanto costante della presidente del Consiglio, che si suppone avrà anche dovuto travolgere le resistenze di chi, al governo, deve custodire l’integrità dei conti pubblici.
Si tratta di un colpo di scena improvvisato, non derivato da una logica economica, da una necessità strutturale, da una discussione politica che lo giustifichi razionalmente. Motivato palesemente da una debolezza politica che sfiora il panico, da un calcolo evidentemente sempre più preciso della gravità dell’attacco concentrico che al futuro politico della des…
Devono essere ben disastrosi, e far presagire un rovescio elettorale, i sondaggi riservati che Giorgia Meloni ha sicuramente davanti agli occhi, se l’hanno spinta a un provvedimento così indecorosamente demagogico come l’abolizione della “odiosa” tassa di possesso dell’automobile, che soltanto l’anno scorso, quando era stata proposta da un esponente dell’opposizione, lei stessa aveva definito nemmeno degna di Cetto La Qualunque. Con tanti saluti alla coerenza, vanto costante della presidente del Consiglio, che si suppone avrà anche dovuto travolgere le resistenze di chi, al governo, deve custodire l’integrità dei conti pubblici.
Si tratta di un colpo di scena improvvisato, non derivato da una logica economica, da una necessità strutturale, da una discussione politica che lo giustifichi razionalmente. Motivato palesemente da una debolezza politica che sfiora il panico, da un calcolo evidentemente sempre più preciso della gravità dell’attacco concentrico che al futuro politico della destra stanno portando il crollo della Lega, la stasi di Forza Italia, l’incalzare di Vannacci (ma, almeno finora, non certo l’azione delle opposizioni). Un colpo di scena però reso possibile anche da un assetto complessivo della politica italiana — in realtà, non solo del nostro Paese: è di pochi giorni fa la promessa di Trump di regalare 5.000 dollari a ogni elettore, se le elezioni di midterm gli saranno propizie.
Fra le cause del provvedimento non c’è solo la spregiudicatezza quasi patetica di un ceto di governo che teme la sconfitta. Emerge chiara una debolezza non solo soggettiva ma anche e soprattutto oggettiva: la fragilità strutturale di una politica centrata sulla cosiddetta “democrazia dell’affidamento”, sul rapporto plebiscitario fra capo e popolo, sullo scambio fra ricerca di sicurezza e di benefici, da una parte, e ricerca della permanenza al potere, dall’altra. Un rapporto diretto, immediato, che si fonda tanto sulla efficacia di una personalità, della sua narrazione, della sua forza emotiva, della sua immagine, quanto sulla volontà popolare di sgravarsi dal peso della politica, dell’interesse partecipativo alla cosa pubblica, e di delegare questa incombenza a un capo. La disintermediazione, insomma: la politica senza partiti, senza i loro quadri interpretativi culturali, senza dialogo sociale — sostituito dal rapporto verticale fra il capo, con i suoi media, e il popolo — .
Una politica adeguata a una società informe, polverizzata, che si lascia governare dai professionisti del marketing perché è priva di baricentro, vuota di energie politiche consolidate — cioè del pensiero e dell’azione di corpi intermedi organizzati — ; una politica che è intrinsecamente instabile, in bilico fra amore e odio, fra trasporto e disaffezione, esposta tanto alle oscillazioni d’umore dei cittadini quanto agli arbitri e alle esigenze contingenti del capo. La volatilità dei risultati elettorali, in Italia e in molti altri Paesi occidentali, nasce insomma dall’evento più importante degli ultimi decenni, dalla individualizzazione atomistica della società. Che la rende tanto facilmente governabile e conquistabile con promesse ben calibrate quanto, se l’agire politico del governo è insoddisfacente, riottosa e sfuggente.
D’altra parte, le risposte dell’esecutivo alle crisi e alle difficoltà — specialmente quando queste sono in realtà nodi venuti al pettine dopo lunghi tentativi governativi di soffocarli con massiccio impiego di retorica e di propaganda — sfociano in una politica irresponsabile, indifferente ai problemi reali e strutturali del Paese, rivolta soltanto alla conservazione del potere, a un frenetico tamponamento delle falle. Una politica, quindi, che all’emergenza — al rischio di sconfitta elettorale — risponde con provvedimenti di breve respiro, di facile consenso, con veri spot pubblicitari.
Certo, non è detto che il mercato politico sia ancora disposto a ricevere questo tipo di messaggi, che vogliono essere rassicuranti ma che possono anche risultare irrilevanti, o controproducenti come implicite tardive ammissioni di inefficienza dell’esecutivo. O possono perfino, agli occhi di chi abbia uno spirito civico un po’ più rilevato, apparire mortificanti come mancette elargite a un popolo che è palesemente ritenuto prossimo alla plebe, della quale si cerca il favore con elargizioni occasionali di “panem et circenses”.
Se qualcuno ricorda il comandante Achille Lauro e alcuni tratti folkloristicamente populistici della sua attività come sindaco di Napoli, può paragonare il passato clientelismo con cui veniva gestita la povertà postbellica con la presente sfacciata spudoratezza con la quale il potere tenta di risalire la china di un consenso calante, in una società certamente meno misera ma forse più ansiosa e insicura di quella di settant’anni fa. E può utilmente misurare il progresso intercorso, che c’è stato, ma anche le affinità. In ogni caso, che questo provvedimento riesca o fallisca nel suo intento, resta tristemente vero che la democrazia ne viene implicitamente interpretata come un regime di clientelismo di massa, e le elezioni ne vengono mutate in un’asta pubblica delle emozioni e delle tassazioni.