✕

Tempo di chiarimenti nel campo largo

Ascolta l'audio

Il Punto del 19 settembre
2 minuti di lettura

Per certi aspetti si può capire l’irritazione di Conte, Bonelli e degli altri del campo largo che sono rimasti allibiti per il gesto di Elly Schlein. Andare a proporre — sia pure con le cautele del caso — un dialogo con Giorgia Meloni e il governo sulla questione dell’energia, è parso loro quasi un oltraggio. Vero è che non s’intravede un orizzonte chiaro di tale confronto, fondato su una proposta in cinque punti dell’opposizione, né s’immagina oggi quali provvedimenti condivisi potrebbero discenderne: a maggior ragione se si allarga il discorso ai cambiamenti climatici e a come prevenirli.

Eppure la segretaria del Pd è uscita dalla sua zona protetta e ha fatto una mossa senza tener conto della ritrosia dei partner, arroccati sulla linea del “no” intransigente a qualsiasi iniziativa che suoni come mano tesa all’avversaria Meloni. Si tratta, come è evidente, di un passo politico. Dopo mesi in cui è stata criticata per aver concesso a Conte una specie di “leadership” virtuale dell’allea…

Per certi aspetti si può capire l’irritazione di Conte, Bonelli e degli altri del campo largo che sono rimasti allibiti per il gesto di Elly Schlein. Andare a proporre — sia pure con le cautele del caso — un dialogo con Giorgia Meloni e il governo sulla questione dell’energia, è parso loro quasi un oltraggio. Vero è che non s’intravede un orizzonte chiaro di tale confronto, fondato su una proposta in cinque punti dell’opposizione, né s’immagina oggi quali provvedimenti condivisi potrebbero discenderne: a maggior ragione se si allarga il discorso ai cambiamenti climatici e a come prevenirli.

Eppure la segretaria del Pd è uscita dalla sua zona protetta e ha fatto una mossa senza tener conto della ritrosia dei partner, arroccati sulla linea del “no” intransigente a qualsiasi iniziativa che suoni come mano tesa all’avversaria Meloni. Si tratta, come è evidente, di un passo politico. Dopo mesi in cui è stata criticata per aver concesso a Conte una specie di “leadership” virtuale dell’alleanza progressista, Elly Schlein ha studiato un gesto in grado di sottrarla almeno per un momento al fronte del radicalismo. Lei che non apre mai polemiche con il rivale interno dei 5S; lei che è “unitaria” con testardaggine, al punto di apparire talvolta sottomessa all’uomo che la sfida con le primarie; ebbene lei si è comportata come una candidata alla presidenza del Consiglio. Vale a dire come qualcuno che non tema di discutere a viso aperto con la parte avversa, la stessa contro cui prepara la campagna elettorale.

Inutile attendersi grandi risultati da questo dialogo tra maggioranza e opposizione. Troppo rovente il contesto, troppo vicine ormai le elezioni (saranno con ogni probabilità nella tarda primavera, quindi fra otto-nove mesi). Tuttavia sul piano politico Elly Schlein si è sottratta per una volta all’abbraccio soffocante di Conte, dal quale ha preso le distanze: una novità non di poco conto per chi è aggrappata a una filosofia testardamente unitaria. Del resto, il tema energia è di quelli che dovrebbero essere al centro delle preoccupazioni di qualsiasi classe dirigente, senza distinguere chi siede alla sinistra o alla destra nell’emiciclo parlamentare. E il centrosinistra ha tutto l’interesse a proiettare di sé un’immagine meno settaria, appunto più dialogante.

In altre parole, anche questa vicenda è parte del conflitto in atto nei confini del campo largo. E può darsi che Schlein abbia compreso che la linea radicale, oltre un certo limite, va a tutto vantaggio del suo competitore. Diversi episodi ne hanno fornito la prova, l’ultimo l’altro giorno con l’offensiva contro le armi a Kiev. Per raccogliere il massimo dei consensi — a sinistra ma anche a destra, tra i leghisti e Vannacci — Conte usa toni sempre più aspri contro l’Ucraina e arriva a blandire gli stati d’animo “pacifisti” dentro il Pd. Qualcosa che la segretaria alla lunga non può gradire. Va bene essere unitari, ma sarebbe il minimo pretendere che anche i partner ricambino lo stesso atteggiamento.

Agli occhi di un osservatore esterno, questa vicenda, pur circoscritta e dagli incerti sviluppi, dimostra due cose. In primo luogo, come si è detto, è forse il segnale che Schlein intende assumere qualche iniziativa in quanto leader del partito più forte della coalizione progressista; e come tale, non è necessario che ogni volta chieda il “nulla osta” a Conte o ad Avs. Ma servirà qualche conferma. Il secondo aspetto riguarda l’immagine presidenziale di chi si candida a Palazzo Chigi. Stavolta la segretaria del Pd sembra aver messo a segno un punto. Mentre Conte avrà guadagnato qualche consenso, sì, ma sull’Ucraina e la politica estera non si sta muovendo come si conviene a un ex presidente del Consiglio.

Leggi i commenti