Se per Meloni il problema della scuola sono i bambini
di Annalisa CuzzocreaCi sono in questo Paese 930mila bambini figli di immigrati. O per dirla come la destra di governo, “stranieri”. Ce ne saranno stati un bel po’, ieri, davanti a un telegiornale, ad ascoltare la presidente del Consiglio Giorgia Meloni parlare di piccoli italiani messi all’angolo in classi dove sono diventati la minoranza. Ad ascoltare cioè una delle massime istituzioni italiane considerarli colpevoli dei mali della nostra scuola pubblica. Che non sarebbero l’investimento inferiore rispetto alla media europea – siamo al 4 per cento del pil – la cronica mancanza di insegnanti di sostegno, l’incapacità di far restare i docenti su una cattedra per un intero ciclo scolastico, la mancanza di incentivi per quelli che più si danno da fare, gli stipendi anche quelli sotto la media Ue, il costo dei libri dalla secondaria in poi per un’istruzione che si vorrebbe pubblica quindi gratuita, le aule fatiscenti, la cronica mancanza di spazi aperti, palestre, bagni frequentabili. No, il problema della s…
Ci sono in questo Paese 930mila bambini figli di immigrati. O per dirla come la destra di governo, “stranieri”. Ce ne saranno stati un bel po’, ieri, davanti a un telegiornale, ad ascoltare la presidente del Consiglio Giorgia Meloni parlare di piccoli italiani messi all’angolo in classi dove sono diventati la minoranza. Ad ascoltare cioè una delle massime istituzioni italiane considerarli colpevoli dei mali della nostra scuola pubblica. Che non sarebbero l’investimento inferiore rispetto alla media europea – siamo al 4 per cento del pil – la cronica mancanza di insegnanti di sostegno, l’incapacità di far restare i docenti su una cattedra per un intero ciclo scolastico, la mancanza di incentivi per quelli che più si danno da fare, gli stipendi anche quelli sotto la media Ue, il costo dei libri dalla secondaria in poi per un’istruzione che si vorrebbe pubblica quindi gratuita, le aule fatiscenti, la cronica mancanza di spazi aperti, palestre, bagni frequentabili. No, il problema della scuola sarebbero i bambini.
Ma non tutti i bambini, intendiamoci. Quelli “non italiani”. Penso che nessuno in queste ore si sia soffermato abbastanza sulla gravità di una tale affermazione. Sull’irresponsabilità di parole che mettono dei bambini di tre, quattro, cinque, dodici anni gli uni contro gli altri. Come se ci fosse chi ha diritto a stare qui e chi invade, quindi pronta la quota massima da istituire per legge. E se si va fuori quota, che succede? A un bambino con i genitori che arrivano dal Bangladesh o dallo Sri Lanka si dice che per lui a scuola non c’è posto? Nei quartieri a più alta densità migratoria, si chiudono le scuole perché non ci sono abbastanza “italiani” di razza purissima?
Cerchiamo di ragionare con i numeri, visto che al governo nessuno sembra voler agire tenendo conto che si sta parlando di persone. Non di gruppi etnici, non di razze, ma di persone nella fase più vulnerabile della loro vita. L’infanzia. Quella che tutti noi adulti dovremmo tentare di proteggere e invece, dipende da che bambino sei. Da dove sono nati i tuoi genitori. Da come parli l’italiano (secondo il ministro dell’istruzione Valditara le quote si applicheranno solo a coloro che non lo parlano, come se non ci pensassero già le scuole nella loro autonomia, a distribuire le difficoltà evitando di concentrarle in una classe sola).
I numeri, dicevamo. Ci sono 930mila studenti “non italiani” nelle nostre scuole. L’11,6 per cento del totale. Non sono però distribuiti equamente, ci sono regioni – soprattutto al Nord – dove la concentrazione è più alta perché più alta è la densità migratoria dei quartieri in cui vivono. Di questi 930mila, oltre il 65 per cento – cioè 607mila – sono nati in Italia. Parlano quindi italiano. Consiglierei ai nostri governanti di fare un giro nella scuola pubblica per sentire come parlano romano, veneto, bolognese, e potrei continuare. Non sono italiani perché non hanno la cittadinanza, e non hanno la cittadinanza perché abbiamo una delle leggi più arretrate d’Europa al riguardo. Una norma che risale agli anni ’90 e che neanche il centrosinistra ha mai trovato il coraggio e la saggezza di cambiare.
Ma non divaghiamo. C’è un decreto legge del 2024 che già prevede che nelle scuole più interessate dalla presenza di bambini che non parlano italiano ci sia un potenziamento dei docenti di italiano L2. Tradotto, i docenti di italiano capaci di insegnare agli stranieri. Spesso le scuole ci riescono, a volte no perché mancano i fondi. Qual è quindi il punto? Servono le quote, o servono i fondi? Ha detto a Giulia Boero su Repubblica Rosanna Labalestra, dirigente dell’istituto Salacone di Roma, che tra gli alunni “non italiani” ci sono “dei veri talenti in inglese che ottengono le certificazioni Cambridge, studenti che vincono premi, altri bravissimi in matematica. Sono esattamente uguali agli studenti italiani”.
Non parla per ideologia, la professoressa Labalestra. Parla perché conosce la realtà in cui vive e opera. Realtà in cui i corsi di italiano per genitori ci sono già e sono molto desiderati da madri che vogliono imparare la lingua che serve ai loro figli, solo che sono affidati alle risorse e alla buona volontà delle scuole. A che serve l’obbligo che vuole istituire il governo? E se il genitore di un bambino che non parla italiano non ha tempo di frequentare i corsi per via del lavoro, che si fa? Si punisce il bambino?
Il divieto di burqa – credo mai visto – o niqab a scuola è altrettanto scollato dalla realtà. Ci sono bambine e ragazze che vanno a scuola con il velo per motivi religiosi o tradizionali. È una cosa che non ci piace. È qualcosa contro cui migliaia di ragazze in Iran si sono battute dando la vita. Ma qual è il modo per aiutare queste bambine e queste ragazze a rifiutare un uso che noi consideriamo oppressione? Un divieto che crea un conflitto familiare, e che può portarle a essere ritirate dalla scuola prima del tempo, se non addirittura tenute in casa fin da bambine? O un incontro con la nostra cultura che ne favorisca l’emancipazione?
Il divieto, la soglia massima, l’obbligo dell’italiano, sono argomenti buoni per le conversazioni al bar e per fare a gara con le dichiarazioni razziste dell’ex generale Vannacci. Ma quando sei alla guida di un Paese, dovresti conoscere di più la realtà su cui legiferi e andarle incontro. Non pretendere di correggerla come se potessimo riportare indietro la storia di un secolo.
Secondo i dati Istat sulla povertà assoluta, l'incidenza della povertà tra le famiglie con stranieri in Italia è del 30,4% (per i nuclei con almeno uno straniero) e sale al 35,2% per le famiglie composte esclusivamente da stranieri, a fronte del 6,2% delle famiglie di soli italiani. Quanto alla dispersione scolastica, si perde il 26,2 per cento degli studenti stranieri a fronte del 6,7 degli italiani. Cosa ci dice questo? Che se i bambini e i ragazzini stranieri hanno più difficoltà nelle performance scolastiche, se fanno più fatica ad andare al liceo rispetto agli italiani, se di solito interrompono prima gli studi, non è per il colore della loro pelle o per la loro religione. Il problema è che sono più poveri, hanno meno strumenti, meno persone intorno in grado di aiutarli, meno possibilità di andare avanti. Lo fa chi ha una marcia in più, certo, ma dobbiamo pretendere questo dai bambini? Che siano speciali? Che siano dei geni? Che siano gli unici ad alzarsi per difendere una professoressa attaccata da un compagno?
O dovrebbero essere loro, a pretendere che noi ottemperiamo a quel che ci chiede la nostra Costituzione? Articolo 3: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana”. Articolo 34: “La scuola è aperta a tutti. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Chissà se dalle parti di Palazzo Chigi qualcuno ha ripassato la lezione su com’è nata e ha prosperato negli ultimi ottant’anni la nostra Repubblica. Chissà se qualcuno frequenta le scuole pubbliche, e vede gli sforzi luminosi di insegnanti e dirigenti che ogni giorno integrano senza obblighi e senza soglie. Solo perché lavorano a contatto con la realtà, e non con l’ideologia.