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Scuola, prima viene il bambino

(ansa)

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Alessandra Ginzburg sosteneva con lungimiranza che la disomogeneità nei luoghi educativi è la migliore condizione per costruire fiducia e apertura verso ogni differenza. E crea i presupposti per una crescita intellettuale e umana di tutte e tutti
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Giorgia Meloni ha annunciato a gran voce che vuole stabilire per legge un tetto alle presenze di figli di immigrati nelle nostre classi «perché i bambini italiani non siano mai più minoranza». Sempre più il tratto comune delle destre in Europa si caratterizza per l’attacco alla scuola pubblica come spazio di incontro e scambio tra differenze, come luogo in cui la disomogeneità può divenire fattore di crescita e nutrimento per uno sviluppo della curiosità reciproca, dell’ascolto e, dunque, della democrazia.

In quest’anno scolastico celebreremo i 50 anni dall’apertura delle nostre scuole ai portatori delle più diverse disabilità, resa possibile dalla legge 517 del 1977. Mi sembra importante ricordare la figura di Alessandra Ginzburg, morta l’11 agosto, che nel 1970 trasformò a Roma una scuola dell’infanzia comunale nella prima scuola del centro Italia in cui fu sperimentata una piena integrazione.

«Prima viene il bambino con il suo mondo e le sue idee sul mondo e solo dopo è possibile …

Giorgia Meloni ha annunciato a gran voce che vuole stabilire per legge un tetto alle presenze di figli di immigrati nelle nostre classi «perché i bambini italiani non siano mai più minoranza». Sempre più il tratto comune delle destre in Europa si caratterizza per l’attacco alla scuola pubblica come spazio di incontro e scambio tra differenze, come luogo in cui la disomogeneità può divenire fattore di crescita e nutrimento per uno sviluppo della curiosità reciproca, dell’ascolto e, dunque, della democrazia.

In quest’anno scolastico celebreremo i 50 anni dall’apertura delle nostre scuole ai portatori delle più diverse disabilità, resa possibile dalla legge 517 del 1977. Mi sembra importante ricordare la figura di Alessandra Ginzburg, morta l’11 agosto, che nel 1970 trasformò a Roma una scuola dell’infanzia comunale nella prima scuola del centro Italia in cui fu sperimentata una piena integrazione.

«Prima viene il bambino con il suo mondo e le sue idee sul mondo e solo dopo è possibile e opportuno offrire proposte educative e didattiche capaci di arricchire e nutrire quel mondo. Proposte che risultano tanto più efficaci quanto più sono capaci di stabilire un confronto tra modi di guardare il mondo diversi».

L’attenzione e il rispetto verso la dignità e ricchezza del mondo infantile ha sempre caratterizzato il pensiero di Alessandra Ginzburg. Psicoanalista e saggista, è stata una grande educatrice. A lei dobbiamo pratiche e teorie che sono alla base di una delle più importanti riforme educative del Paese. Se le scuole dal 1977 hanno aperto le porte a bambine e bambini disabili, fino allora chiusi in casa o segregati in scuole speciali, lo si deve alle coraggiose sperimentazioni di educatrici come lei.

La più giovane figlia di Natalia e Leone Ginzburg aveva la rara qualità di incarnare una rigorosa postura etica in modo concreto e operativo. Così immaginò e diede vita a Roma, insieme a Massimo Ammaniti, a una delle prime scuole pubbliche che sperimentò l’integrazione.

Alla fine degli anni ’60 si cominciarono a mettere in discussione le scuole speciali come luoghi di segregazione e nel 1970, a Trastevere, nella scuola dell’infanzia comunale di piazza della Scala, iniziò un’avventura educativa audace, quando una ventina di bambine e bambini “deficitari” furono accolti in un rapporto di uno a uno con alunni cosiddetti “normali”.

L’apertura fu preparata da colloqui con le famiglie, insieme a una offerta di tempo pieno gratuito. I cambiamenti progettati da Ginzburg, che di quella scuola fu coordinatrice, furono radicali: nessuna classe con la porta chiusa, rotazione tra i gruppi, e il corridoio che si trasformava in luogo di ritrovo e di incroci inaspettati. Il tutto con strumenti per la pittura e il modellare, stoffe e costumi, costruzioni per stimolare l’immaginazione e il coordinamento occhio-mano. Spazi e pareti divennero luoghi di memoria personale e collettiva, dove ciascuno poteva riconoscere le proprie tracce.

Per trasformare una scuola dell’infanzia in luogo di integrazione ci fu bisogno della sensibilità di una futura psicoanalista, che seppe assumersi responsabilità formative, organizzative, politiche. Le sperimentazioni portarono a scoperte in grado di migliorare le scuole di tutti, come era già accaduto con Maria Montessori, Ovide Decroly e Janus Korjak, arrivati all’educazione dalla pratica medica. Spesso la pedagogia, per assumere una postura democratica e aperta a tutti, ha bisogno di sguardi da altri mondi.

Ho avuto la fortuna di conoscere Alessandra nel 1977, nel Movimento di cooperazione educativa. Stavo per diventare maestro elementare e la prima scossa che ricevetti fu l’evidenza che dovevamo metterci in gioco e mutare il nostro punto di vista. Un educatore capace di ascolto arricchisce la comunità dei bambini di un dono prezioso: la passione della conoscenza intesa come interrogazione sul mondo e sui suoi misteri. Di qui la funzione di garante della comunità propria dell’adulto.

Ginzburg credeva nell’esistenza di una «cultura infantile» con proprie specifiche caratteristiche. Ricordo il trasporto nei suoi interventi quando richiamava all’attenzione l’importanza dell’inconscio. Molte cose sono cambiate dagli anni Settanta. L’attenzione agli spazi come luoghi di memoria è cresciuta e sono numerose le maestre e maestri che hanno l’abitudine di trascrivere i pensieri di bambine e bambini quando disegnano, giocano o discutono tra loro.

Troppo raramente, però, questo straordinario repertorio è assunto da noi insegnanti come riferimento dal quale partire nel progettare la nostra pratica educativa. Assumere il dialogo e la pedagogia dell’ascolto come fondamento dell’innovazione didattica comporta il rivedere le nostre pratiche con radicalità, perché alcune domande infantili sono inquietanti e insidiose. Ma forse è accogliendo queste inquietudini che possiamo coltivare lo stupore attento, necessario per la relazione educativa.

Ginzburg scrisse un libricino intitolato Premessa ad una pedagogia dell’ascolto nella scuola dell’infanzia. Rileggerlo ora è interessante perché sostiene quanto l’intreccio fra pensiero ed emozione costituisca una costante inestricabile.

Il percorso che ha portato la scuola ad assumere un quarto di insegnanti di sostegno per dare dignità e reali possibilità di crescita alle diversità che la abitano è certamente manchevole e contraddittorio. Ma tanti docenti lavorano a un’idea di inclusione che si fonda sull’attenzione e la cura del contesto, capace di ribaltare i luoghi comuni a partire dal più importante: la disabilità non è confinata all’interno del soggetto, ma prende forma nella rete di relazioni che lo collega agli altri e agli spazi che abita e in cui vive.

Il prossimo anno sarà trascorso mezzo secolo da quella riforma rivoluzionaria, che attende ancora di essere pienamente compiuta. Alessandra Ginzburg, al cui pensiero abbiamo ancora tanto da chiedere, sosteneva con lungimiranza che la disomogeneità nei luoghi educativi, oggi arricchita anche dalle molteplici provenienze di chi li abita, è la migliore condizione per costruire fiducia e apertura verso ogni differenza, perché, se affrontata con cura, competenza e attenzione, crea i presupposti per una crescita intellettuale e umana di tutte e tutti.

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