Ragazze da coprire (o scoprire)
di Vanessa RoghiMi colpisce molto la coincidenza fra il decreto legge sul “velo” a scuola approvato dal Consiglio dei ministri e le parole di Antonio Tajani sulla “donna da sposare”: meglio quella con la gonna lunga, perché più seria e affidabile. Malgrado sembrino in contrasto, infatti, i due interventi sono speculari. Da una parte si impone di scoprire il volto, dall’altra la gonna lunga diventa prova di serietà.
In entrambi i casi si sente il bisogno di decidere come devono vestirsi le ragazze e attribuire ai loro abiti un significato che prescinde assolutamente da quello che pensano loro stesse o dai motivi per cui si vestono in un certo modo. Un atteggiamento che troviamo nelle famiglie, nei commenti rivolti loro per strada e evidentemente anche a scuola. E riguarda molto da vicino la nostra idea di che cosa sia la democrazia e di come la scuola debba insegnarla.
Qualche anno fa ero in un liceo classico di Napoli. Faceva molto caldo e tutte le ragazze indossavano pantaloni lunghi e maglietta. N…
Mi colpisce molto la coincidenza fra il decreto legge sul “velo” a scuola approvato dal Consiglio dei ministri e le parole di Antonio Tajani sulla “donna da sposare”: meglio quella con la gonna lunga, perché più seria e affidabile. Malgrado sembrino in contrasto, infatti, i due interventi sono speculari. Da una parte si impone di scoprire il volto, dall’altra la gonna lunga diventa prova di serietà.
In entrambi i casi si sente il bisogno di decidere come devono vestirsi le ragazze e attribuire ai loro abiti un significato che prescinde assolutamente da quello che pensano loro stesse o dai motivi per cui si vestono in un certo modo. Un atteggiamento che troviamo nelle famiglie, nei commenti rivolti loro per strada e evidentemente anche a scuola. E riguarda molto da vicino la nostra idea di che cosa sia la democrazia e di come la scuola debba insegnarla.
Qualche anno fa ero in un liceo classico di Napoli. Faceva molto caldo e tutte le ragazze indossavano pantaloni lunghi e maglietta. Nessuna gonna, nessuno short, nessuna canottiera. Mi dissero che lo imponeva il regolamento. Chiesi di leggerlo, ma loro non lo avevano mai visto. Il dress code si tramandava di bocca in bocca come una consuetudine. Ora una regola scritta può essere letta, discussa e rivista, soprattutto da chi deve rispettarla. Il resto si chiama arbitrio.
Ho continuato a studiare la questione attraverso Mario Lodi, un maestro che prendeva sul serio la Costituzione. Nella sua classe i bambini proponevano, discutevano e votavano le regole della comunità. Il 18 ottobre 1958 discussero come prendere la parola: una proposta fu approvata con tredici voti favorevoli e sette contrari. Paola scrisse su un grande foglio «l’articolo primo della nostra Costituzione». Non si trattava di insegnare astrattamente il rispetto delle regole. I bambini decidevano insieme le loro regole.
Chiedete ai vostri figli e alle vostre figlie se la loro scuola stabilisce che cosa possono indossare e se hanno mai letto quelle disposizioni. Poi guardate quante, anche se formulate in modo neutro, riguardano gonne, pantaloncini, canottiere, scollature e spalle: capi e parti del corpo associati soprattutto alle ragazze. Sono regole che prescrivono, in nome del “decoro” o della laicità dello Stato quanto una ragazza possa o non possa scoprirsi.
Una studentessa americana mi ha raccontato che nella sua scuola vige la fingertip rule: gonne e pantaloncini devono arrivare almeno alla punta delle dita, tenendo le braccia distese lungo i fianchi. La misura cambia così secondo la lunghezza delle braccia di ciascuna. Per le canottiere c’è la three-finger rule: spalline larghe almeno tre dita. Regole simili figurano nei regolamenti di diverse scuole statunitensi. Il corpo delle ragazze diventa l’unità di misura del “decoro”, e a controllarlo sono gli adulti.
Nel 2022 il Government Accountability Office degli Stati Uniti ha esaminato un campione rappresentativo dei regolamenti dei distretti scolastici pubblici. Quasi tutti prevedevano norme sull’abbigliamento. Circa il 60 per cento conteneva criteri che richiedevano di misurare abiti o parti del corpo; le restrizioni riguardavano più spesso capi indossati dalle ragazze, come gonne, canottiere e leggings.
Le scuole che applicavano regolamenti rigidi presentavano tassi più alti di provvedimenti disciplinari che allontanavano gli studenti dalle lezioni e abbandono scolastico. Sarebbe utile avere una ricerca analoga anche in Italia. Soprattutto dopo l’entrata in vigore di questo provvedimento, qualora dovesse entrare in vigore, ovviamente. Perché prevede esattamente la stessa cosa: in caso di volto coperto le ragazze sarebbero allontanate da scuola e non, come prevede la legge dal 1975, riconosciute da un insegnante e lasciate in classe.
Ma oltre a queste inevitabili conseguenze, quello che rimane è proprio una domanda educativa. Un padre può imporre a una ragazza di coprirsi per ragioni religiose, una scuola può vietarle la minigonna in nome del decoro, un ministro può imporle di scoprire il volto per ragioni non chiare. A decidere comunque sono sempre altri. Chiediamo alle ragazze che portano il velo integrale, l’hijab o nessun velo come vogliono vestirsi quando vanno a scuola. Facciamole discutere delle regole con i compagni, gli insegnanti e le famiglie. Credo che ne vedremmo delle belle.