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Così l’evasione fiscale penalizza i giovani

Milano, 22 settembre 

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Chi non paga le tasse non sottrae soltanto risorse allo Stato e agli altri contribuenti. Non crea solo disparità. Ma corrode il sistema produttivo, penalizzando chi si comporta correttamente. E contribuisce a tenere giù gli stipendi di chi lavora
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Poveri per finta e poveri davvero. Un esercito i primi, annidati almeno in parte tra quei 9 milioni di italiani che secondo il rapporto di Itinerari Previdenziali presentano la dichiarazione dei redditi ma non versano nemmeno un euro di Irpef. Non tutti evasori totali, ovviamente: tra di loro tanti incapienti e redditi tanto bassi da essere azzerati dalle detrazioni. Ma il dato, assieme a quello che mostra come il 19% dei contribuenti paghi da solo i due terzi di tutta l’Irpef, colpisce chiunque si guardi intorno e osservi il parco macchine, le case, i ristoranti pieni, i consumi.

Ma un esercito sono anche i secondi, quei 19 milioni di lavoratori dipendenti per i quali le tasse sul salario sono trattenute alla fonte e gli spazi per sottrarsi al fisco sono pressoché nulli. Per loro, in un Paese dove l’evasione resta endemica e dove condoni, sanatorie, flat tax assortite e regimi speciali sono la regola più che l’eccezione, il cuneo fiscale sul lavoro resta tra i più alti al mondo: il 4…

Poveri per finta e poveri davvero. Un esercito i primi, annidati almeno in parte tra quei 9 milioni di italiani che secondo il rapporto di Itinerari Previdenziali presentano la dichiarazione dei redditi ma non versano nemmeno un euro di Irpef. Non tutti evasori totali, ovviamente: tra di loro tanti incapienti e redditi tanto bassi da essere azzerati dalle detrazioni. Ma il dato, assieme a quello che mostra come il 19% dei contribuenti paghi da solo i due terzi di tutta l’Irpef, colpisce chiunque si guardi intorno e osservi il parco macchine, le case, i ristoranti pieni, i consumi.

Ma un esercito sono anche i secondi, quei 19 milioni di lavoratori dipendenti per i quali le tasse sul salario sono trattenute alla fonte e gli spazi per sottrarsi al fisco sono pressoché nulli. Per loro, in un Paese dove l’evasione resta endemica e dove condoni, sanatorie, flat tax assortite e regimi speciali sono la regola più che l’eccezione, il cuneo fiscale sul lavoro resta tra i più alti al mondo: il 45,8% del costo del lavoro per un dipendente single con salario medio, ossia il quinto maggior valore tra tutti i Paesi Ocse. E sempre loro, i lavoratori dipendenti, assistono impotenti a come quegli stessi stipendi perdano, anno dopo anno, terreno rispetto a quelli degli altri grandi Paesi europei.

Indignarsi per questi dati rischia però di essere una sorta di riflesso condizionato. Del resto, l’indignazione è quella che si accende — e subito si spegne — quando ciclicamente tornano le statistiche delle dichiarazioni dei redditi e con loro il vero mondo al contrario. Quello, diventato ormai genere letterario nazionale, dove i gioiellieri dichiarano meno dei loro commessi, i ristoratori meno dei loro camerieri, e altre categorie di autonomi lavorano, in apparenza, addirittura in perdita.

E giù, allora, la sequela di precisazioni e messe a punto, i distinguo tra liberi professionisti e lavoratori dipendenti, tra redditi e fatturati, i costi d’impresa, le ferie non pagate e così via. Parole che però non trovano mai conferma in ciò che dovrebbe accadere se quelle statistiche deformi rappresentassero davvero la realtà: un esodo dei datori di lavoro verso il paradiso dei loro dipendenti, sulla carta ben più ricchi di loro; almeno per il fisco.

Ma indignarsi, appunto, non basta. Nel Giorno della Marmotta versione fiscale, tutto si ripete alla lettera e tutto finisce per anestetizzarsi nella ripetizione di dati che dovrebbero invece scuotere molti e di promesse che si ripresentano ogni anno.

Che cosa significano, altrimenti, le parole pronunciate dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che assicura ancora una volta come la priorità della prossima legge di Bilancio sarà la «prosecuzione del percorso di riduzione delle imposte sul reddito per il ceto medio»? Per la cronaca, mentre se ne discute, la pressione fiscale complessiva è salita dal 42,2% del Pil nel 2024 al 42,9% nel 2025, secondo i conti nazionali appena rivisti dall’Istat. È un indicatore generale, certo, e non misura il prelievo sul solo ceto medio. Ma spiega comunque quanto sia difficile ridurre davvero il peso complessivo di tasse e contributi.

Oltre all’indignazione, e dopo l’indignazione, serve dunque anche la consapevolezza che l’evasione fiscale non sottrae soltanto risorse allo Stato e agli altri contribuenti. Non crea soltanto una disparità tra chi finanzia con le proprie imposte ospedali, scuole e servizi pubblici e chi al contrario li utilizza essendosi sottratto in tutto o in parte al loro costo.

L’evasione corrode anche il sistema produttivo, penalizzando chi si comporta correttamente, e può contribuire a tenere giù gli stipendi di chi lavora e a prospettare salari d’ingresso spesso inaccettabili ai nostri giovani. Lo mostra ad esempio, analizzando il comportamento fiscale delle aziende, un lavoro di Irene Di Marzio, Sauro Mocetti ed Enrico Rubolino, pubblicato tra i Temi di discussione della Banca d’Italia. Gli autori analizzano milioni di bilanci e utilizzano le imprese che si situano appena sotto le soglie dei regimi fiscali agevolati come indicatore di possibile evasione.

Il risultato è impressionante: un aumento di un punto percentuale della quota di imprese che presumibilmente evadono riduce in media dell’1,9% il fatturato delle imprese concorrenti regolari e del 2,5% la loro produttività. Una parte dello svantaggio viene trasferita anche sui lavoratori: diminuiscono il numero degli occupati e il salario medio. In altre parole, l’impresa che evade non si limita a non pagare una parte delle tasse: conquista un vantaggio competitivo sull’impresa che le paga, e quest’ultima reagisce comprimendo anche il costo del lavoro.

È qui che evasione fiscale e grande questione dei salari italiani finiscono per incrociarsi, sia per chi un posto di lavoro lo ha già sia per chi lo cerca. La fuga dei laureati dall’Italia, ricordava pochi mesi fa il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, dipende anche dal fatto che il rendimento economico dell’istruzione è molto più basso da noi. Un giovane laureato che lavora in Germania guadagna, a parità di potere d’acquisto, l’80% in più che in Italia; in Francia il 30%.

Se la nostra lunga e consolidata storia di evasione fiscale italiana è alimentata dal disinteresse per il bene comune e dalla sfiducia nella capacità dei poteri pubblici di utilizzare in modo corretto le tasse raccolte, diventa sempre più evidente come questa rottura del patto fiduciario colpisca anche — e forse soprattutto — i giovani.

Un governo che si dice attento alle radici e al futuro dovrebbe scegliere di occuparsi di questi temi invece di flirtare con i peggiori istinti antifiscali. Un’opposizione che voglia cambiare davvero il percorso in declino dell’Italia dovrebbe mettere una vera lotta all’evasione in cima al suo programma.

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