Da duemila anni ci chiediamo che cos’è la verità, interrogandoci sull’eterna domanda di Ponzio Pilato nel Vangelo: ma oggi è arrivato il momento di cambiare il quesito per chiederci piuttosto quante sono le verità che una democrazia può sopportare. È precisamente questo il nodo al centro dell’ultimo conflitto tra Donald Trump e i media americani, dopo che il presidente americano ha deciso di vietare l’ingresso alla Casa Bianca ai reporter di Cnn, Ms Now e Politico, accusati di aver scritto “storie deliberatamente negative” sull’amministrazione Usa, mettendo a rischio la sicurezza del Paese. Dopo la confusione totale tra politica e comunicazione, che caratterizza la nostra epoca, c’era soltanto più un passo da compiere per ridisegnare il perimetro dentro il quale si muove il potere: espellere dal cuore del sistema le notizie sgradite, le analisi critiche, le domande scomode escludendo i giornalisti, i microfoni e le telecamere dai luoghi in cui la politica prende forma ogni giorno, si …
Da duemila anni ci chiediamo che cos’è la verità, interrogandoci sull’eterna domanda di Ponzio Pilato nel Vangelo: ma oggi è arrivato il momento di cambiare il quesito per chiederci piuttosto quante sono le verità che una democrazia può sopportare. È precisamente questo il nodo al centro dell’ultimo conflitto tra Donald Trump e i media americani, dopo che il presidente americano ha deciso di vietare l’ingresso alla Casa Bianca ai reporter di Cnn, Ms Now e Politico, accusati di aver scritto “storie deliberatamente negative” sull’amministrazione Usa, mettendo a rischio la sicurezza del Paese. Dopo la confusione totale tra politica e comunicazione, che caratterizza la nostra epoca, c’era soltanto più un passo da compiere per ridisegnare il perimetro dentro il quale si muove il potere: espellere dal cuore del sistema le notizie sgradite, le analisi critiche, le domande scomode escludendo i giornalisti, i microfoni e le telecamere dai luoghi in cui la politica prende forma ogni giorno, si muovono i protagonisti, e nascono le notizie. Nella speranza di intimidire il giornalismo, costringendolo a una dose supplementare e impropria di prudenza per evitare rischi, e soprattutto nella convinzione onnipotente che cancellando il giornalismo si può cancellare la realtà.
Non siamo di fronte alla replica ricorrente della tensione conflittuale tra governo e media, che va in scena in America con ogni amministrazione: né a uno scatto d’ira istintivo del leader della Casa Bianca o a un atto di bullismo politico tra i tanti cui abbiamo assistito in questi anni. Il legittimo potere ha naturalmente tutto il diritto di criticare il lavoro giornalistico, di confutare le accuse che gli vengono rivolte e di rispondere alla critiche segnalando gli errori compiuti, stigmatizzandoli e chiedendo le correzioni dovute. Ma qui e oggi siamo di fronte a qualcosa di diverso perché il presidente sottrae la realtà ai suoi critici per evitarne il giudizio, riduce lo spazio di cronaca dei reporter, decide la qualità e la portata della copertura dei fatti nel loro lavoro, impedisce la compresenza nello stesso luogo e nello stesso momento dei leader del governo e dei testimoni delle loro azioni, i cronisti.
Proprio questi elementi naturali della democrazia dell’informazione — la trasparenza della vicenda politica, il controllo del suo divenire, la libertà di movimento dei media con l’accesso alle fonti, la possibilità di conoscere, giudicare e se è il caso criticare — danno corpo a quel diritto fondamentale della libertà di parola che è tutelato dal Primo Emendamento della Costituzione americana così come dall’articolo 21 del nostro testo costituzionale e dall’articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Ora un giudice deciderà se Trump ha violato la Costituzione, e intanto ha già disposto d’urgenza che sia garantito l’accesso alla Casa Bianca ai tre media, perché la procedura seguita dal presidente appare impropria. Ma il rapporto tra la piena potestà del governo di esprimere la sua sovranità legittima e il libero diritto dei media di vigilare e valutare questo esercizio non si risolve nei tribunali, in quanto la sua qualità è la cifra del nostro tempo: e in ogni caso le leggi non vegliano sulla verità delle opinioni ma sulla sicurezza e sull’integrità di ciascuno e dello Stato.
Il punto è capire la perfetta coerenza tra quest’ultima forzatura trumpiana delle regole e l’intero disegno di ristrutturazione della democrazia attorno a un potere sovraordinato che non conosce vincoli, equilibri e limiti. Il New York Times denuncia “il tentativo di ostacolare la libera circolazione delle informazioni nella società col totale disprezzo per la legge”, e sottolinea che Trump “ha limitato la libertà di stampa in modi che nessun presidente dell’era moderna ha adottato”. E tuttavia nel bando della Casa Bianca ai media sgraditi c’è qualcosa in più, che apre una nuova fase inedita, in cui il presidente rivendica il diritto di scegliere chi può controllarlo: e si assegna questo potere extra-costituzionale trasformando il proprio giudizio sui reporter, sul loro lavoro e sui media in un criterio governativo di accesso dei giornalisti alle stanze del potere. È come se il governo dicesse ai cittadini che l’interpretazione della realtà non è libera, perché è pericolosa: non avete il diritto di cercare da voi stessi la verità, e chi non accetta la lettura ufficiale degli avvenimenti è un trasgressore, e verrà punito.
Nello stesso tempo, mentre denuncia l’informazione “negativa” da bandire, il presidente annuncia l’informazione positiva che lui stesso distribuirà dalla nuova “Trump TV” aperta su YouTube 24 ore su 24, in modo che il popolo possa abbeverarsi direttamente alla fonte. È il verbo che si fa corpo, immagine, televisione e social, con il potere che sostituisce il giornalismo con la sua immanenza, raccontando sé stesso e saturando di sé l’opinione pubblica, con l’elettore definitivamente trasformato in spettatore della politica rovesciata in show. Basta guardare, invece di cercare di sapere, riconoscere piuttosto che conoscere, acconsentire anziché capire. A questo punto, il giornalismo è servito, e il cittadino anche: con la verità di Stato elargita erga omnes, che bisogno c’è ancora di fare domande?