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Gabriella e il diritto alla casa senza perdere chi ti ama

In piazza per Spintime 
La speculazione, gli affitti al nero, i problemi dei fuorisede: è l’esclusione abitativa
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“Mi chiamo Gabriella. Ho 27 anni, una laurea, un lavoro. Faccio la barista in un pub, di giorno studio per il dottorato. Qualche giorno fa è morta mia nonna. Mia madre non c’è stata mai, sono cresciuta con lei. Ho parlato al suo funerale, le ho detto grazie di tutto. Poi ho preso le chiavi e sono andata al paese: a casa sua, che ora è casa mia. Il mazzo ha un portachiavi con la forma del Vesuvio, che nonna era andata a Napoli in viaggio di nozze. Trenta chilometri di viaggio, l’ha raccontato tutta la vita. Ho sentito una specie di vergogna, entrando. Un misto di pudore e rabbia. Niente mi aveva mai avvicinato prima alla possibilità di avere una casa come la morte della persona che ho più amato al mondo. Non il lavoro, non i sacrifici, lo studio, niente. Ho pensato: è così per tutta la mia generazione. La speranza di avere un posto dove vivere, il nostro posto, non dipende da noi ma dalla morte di qualcuno che amiamo. Se abbiamo fortuna, certo: se avevano una casa da lasciarci. Io avre…

“Mi chiamo Gabriella. Ho 27 anni, una laurea, un lavoro. Faccio la barista in un pub, di giorno studio per il dottorato. Qualche giorno fa è morta mia nonna. Mia madre non c’è stata mai, sono cresciuta con lei. Ho parlato al suo funerale, le ho detto grazie di tutto. Poi ho preso le chiavi e sono andata al paese: a casa sua, che ora è casa mia. Il mazzo ha un portachiavi con la forma del Vesuvio, che nonna era andata a Napoli in viaggio di nozze. Trenta chilometri di viaggio, l’ha raccontato tutta la vita. Ho sentito una specie di vergogna, entrando. Un misto di pudore e rabbia. Niente mi aveva mai avvicinato prima alla possibilità di avere una casa come la morte della persona che ho più amato al mondo. Non il lavoro, non i sacrifici, lo studio, niente. Ho pensato: è così per tutta la mia generazione. La speranza di avere un posto dove vivere, il nostro posto, non dipende da noi ma dalla morte di qualcuno che amiamo. Se abbiamo fortuna, certo: se avevano una casa da lasciarci. Io avrei preferito un altro finale per questa storia. Avrei preferito avere una nonna viva e una casa dove invitarla a cena”.

Ho ricevuto questa lettera. Ho cercato Gabriella, sono andata a trovarla. Ho sulla scrivania da molti mesi una cartellina dove raccolgo materiali sul tema che chiamano “esclusione abitativa”. La speculazione sugli affitti, il dilagare dei b&b, le stanze al nero. Gli sgomberi delle case occupate, le manifestazioni. Ma anche la cosiddetta emergenza sicurezza, il diritto allo studio che è diventato di nuovo un fatto di classe, di censo. La fine dei paesi, l’Italia interna che si svuota ma ora, guarda, tornano i nipoti. Per necessità, le storie familiari fanno il giro. Tocca tutti gli ambiti della vita il fatto che non ci sia più casa: come se non ci fosse più spazio per chi arriva, dunque la fine del futuro. Così quando ho letto Gabriella ho detto vado ad ascoltarla. Questo è un riassunto breve, brevissimo, del nostro tempo insieme.

Hai ragione. Sarebbe stato meglio avere una nonna viva e una casa tua dove invitarla. “Sì, e penso pure che sono fortunata: mia nonna una casa al paese ce l’aveva. Mi guardo intorno e vedo solo gente che sta peggio. Guerre, macerie. Non è facile avere vent’anni poi trenta in un mondo che non cresce, affonda. Non fiorisce, brucia. Siamo tutti coperti di cenere. Quindi che fortuna, no?, avere vivi i nonni, aspettare che muoiano — non augurarselo, ci mancherebbe, ma sapere che quando moriranno avrai un posto dove vivere. La maggior parte delle persone non ha niente da ereditare. È meglio, non avere niente? Forse, non so”.

Non lo so nemmeno io. Molte persone giovani tornano nel paese di origine della famiglia. C’è una casa vuota, a volte in campagna, e tutto costa meno. La vita è più semplice. Meglio? In un certo senso meglio: si ripopolano i borghi, rivive la terra. I nonni erano nati e cresciuti lì, ci sono morti a volte senza vedere mai un altro orizzonte, hanno mandato i figli a studiare, i figli sono partiti per le città, hanno avuto e cresciuto i loro figli altrove. Nei paesi hanno aperto le rsa: i vecchi danno la loro pensione alla struttura, il personale di solito è di origine straniera, fanno da supplenti alla famiglia che vive altrove.

“Viveva altrove. Fino a qualche anno fa era possibile, anche mia nonna mi ha pagato una stanza in città perché studiassi. Oggi non potrebbe più. Hai visto quanto costa una stanza? Hai visto i ragazzi accampati nelle tende per protesta? A studiare ci va chi ha i soldi per pagare: un affitto, la spesa. Nonna mi diceva sempre ‘sapere è poter’: studia, che se ti ingannano saprai come rispondere. Così però studiare diventa il privilegio di chi nasce già privilegiato”.

L’ascensore sociale: l’emancipazione che passa dalla conoscenza. La scuola. E adesso? Da dove passa la possibilità di riscatto? “Dai soldi. Hai visto? Nelle città le case sono diventate b&b. Smembrate in stanze, dormitori per chi arriva qualche giorno, paga e se ne va. Rendono di più, così: è ovvio. Chi ci abitava se ne è andato. Magari per garantire una rendita a un figlio, appunto. Sai quanti sono i ragazzi che fanno questo per vivere? In e out, gestione degli ospiti? Bene, almeno è un lavoro. Poi, in bassa stagione, le case restano vuote e le città deserte. Mi chiedo: si potrebbe fare qualcosa per limitare la speculazione?”.

Certo che si potrebbe, in molti paesi lo fanno. Regole, limiti, tasse. Ma toccare la proprietà privata è sempre molto impopolare. Non vorrai mica inimicarti l’elettorato dei padroni di casa. Anche se, hai visto? Il sindaco di New York lo ha fatto. Una politica di sinistra in un mondo che spinge a destra. D’altra parte se non crei un’alternativa alla logica del profitto la gente si accomoda dove c’è posto, o non si accomoda affatto. Non vota più. Guarda cosa succede con le case occupate. Sembra che sia un problema di sicurezza, non di speculazione.

“Infatti è incredibile. Ho visto a Roma, per Spintimelab. Meno male che la gente va in piazza a protestare. Che poi mi domando: sicurezza di chi? Quella di chi ha qualcosa o quella di chi non ha niente? Sì, va bene: bisogna garantire entrambe. Ma chi non ha niente deve essere aiutato di più. Le leggi quando sono sbagliate bisogna cambiarle. Ogni regola ingiusta l’ha cambiata qualcuno che si è seduto in autobus dove non poteva. Ora invece è diventata una guerra fra poveri. I penultimi contro gli ultimi a vantaggio dei primi. Mi fa impressione quando vedo gli immigrati storici che votano a destra perché sono contro gli immigrati nuovi. Che disastro, la memoria”. È bella la casa di tua nonna? “È piccola, buia, ma è una casa. Per andare al lavoro dovrò prendere il treno due ore prima, che poi ora coi treni figurati. Ma va bene. Io una casa in città non me la posso permettere”. Si chiama esclusione abitativa. “Ho letto. Ho visto che in Italia otto persone su dieci sotto i 30 anni vivono ancora nella casa dei genitori. Otto su dieci. Impressionante. Del resto affittare costa la metà dello stipendio, a volte di più, e il reddito è precario. Nessuno ti affitta se non dai garanzie. Ho letto anche che mancano tre milioni di stanze per studenti fuorisede. Se non hai qualcuno che ti paghi non puoi studiare. Sei fuori budget, fuori sede, fuori corso. Sei fuori”. Quindi. Cosa si dovrebbe fare secondo te? “Ribellarsi. Il problema non è chi si ribella, come dicono. Il problema è chi non si ribella”.

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