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Regeni, il giusto processo

Alessandra Ballerini Paola Effendi,Giovanni Regeni e Irene Regeni al termine della lettura della sentenza del processo per la morte di Giulio Regeni

 

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La Corte di Assise di Roma condanna gli uomini degli apparati di sicurezza egiziani per il sequestro del ricercatore friulano
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Converrà ricordarlo a lungo questo pomeriggio del 28 settembre. Perché la sentenza della Corte di Assise di Roma che condanna gli uomini degli apparati di sicurezza egiziani per il sequestro di Giulio Regeni, assolvendoli contestualmente per insufficienza o assenza della prova dall’accusa di omicidio, è una boccata di aria limpida. È la dimostrazione che una democrazia fondata sullo Stato di diritto può perseguire e piegare la violenza di un regime che per definizione si pretende impunito senza per questo snaturarsi. Senza finire con il somigliargli e dunque senza negare se stessa. Un regime sequestra, tortura e uccide un innocente senza processo in nome della sua paranoia. Una democrazia processa, condanna e in parte assolve i carnefici di un innocente in nome del principio di uguaglianza di fronte alla legge, della certezza del diritto e del rispetto dell’habeas corpus dell’imputato. Cittadino o straniero che sia.

Converrà ricordarlo a lungo questo pomeriggio del 28 settembre. Perché la sentenza della Corte di Assise di Roma che condanna gli uomini degli apparati di sicurezza egiziani per il sequestro di Giulio Regeni, assolvendoli contestualmente per insufficienza o assenza della prova dall’accusa di omicidio, è una boccata di aria limpida. È la dimostrazione che una democrazia fondata sullo Stato di diritto può perseguire e piegare la violenza di un regime che per definizione si pretende impunito senza per questo snaturarsi. Senza finire con il somigliargli e dunque senza negare se stessa. Un regime sequestra, tortura e uccide un innocente senza processo in nome della sua paranoia. Una democrazia processa, condanna e in parte assolve i carnefici di un innocente in nome del principio di uguaglianza di fronte alla legge, della certezza del diritto e del rispetto dell’habeas corpus dell’imputato. Cittadino o straniero che sia.

Hanno dunque ragione la famiglia Regeni e l’avvocato di parte civile Alessandra Ballerini a sostenere di leggere in questo verdetto la conferma di aver “giustamente riposto fiducia nella giustizia italiana”. E hanno ragione il procuratore Francesco Lo Voi e il suo aggiunto Sergio Colaiocco a leggere nella decisione della Corte la conferma della solidità di un impianto accusatorio costruito con rigore, resilienza e intelligenza nell’arco di dieci anni, sormontando prima l’ostinata manipolazione di prove e testimonianze da parte del regime egiziano e poi il suo ostinato e arrogante ostruzionismo processuale che avrebbe dovuto spegnere il giudizio prima ancora che avesse inizio.

Hanno ragione perché la Corte di assise di Roma consegna la morte di Giulio a una verità cristallina. Che furono uomini degli apparati del generale Al-Sisi a sequestrarlo e a torturarlo per giorni perché confessasse ciò di cui non era e non poteva essere responsabile. E che fu nelle mani di quel regime, in una delle sue fetide galere, che Giulio venne giustiziato per mano di uomini degli apparati che il processo, in questo caso, non è riuscito a identificare oltre ogni ragionevole dubbio.

Con l’approdo a questa verità la magistratura del nostro Paese ha assolto al suo dovere costituzionale, esercitando con responsabilità e misura la sua funzione. E insieme a lei, accanto a lei, una famiglia e un’avvocata hanno dimostrato a un Paese intero come si possa combattere con dignità e integrità per ottenere quella verità. Che Davide può sconfiggere Golia. A maggior ragione se la sua battaglia diventa causa collettiva necessaria a tracciare un confine invalicabile tra il diritto e la barbarie. Tra la libertà e l’oppressione. E tuttavia il cammino non può finire qui. A meno di non accettare il calcolo cinico e spesso vile con cui, in questi dieci anni, una parte significativa della classe politica del Paese si è nascosta dietro l’accertamento delle responsabilità penali della morte di Giulio per rinviare a data da destinarsi l’assunzione delle proprie di responsabilità. Quelle politiche, appunto.

Per dieci anni, la famiglia Regeni ha chiesto “verità e giustizia per Giulio”. Ora che la verità è stata accertata, perché la giustizia si compia è necessario che chi ne ha il compito — il governo del nostro Paese — metta mano a ogni strumento politico e diplomatico legittimo perché la pronuncia di una corte libera e sovrana non resti lettera morta. Non dovrebbe essere difficile per una presidente del consiglio e un governo sovranisti impegnarsi pubblicamente, in Parlamento, a pretendere dal generale Al-Sisi la consegna dei responsabili della morte di un cittadino italiano innocente. E non dovrebbe essere difficile per un governo che ha sospeso Schengen con la Spagna irridendone il primo ministro, battere un pugno sul tavolo di un regime che con tutta evidenza ha confuso e confonde la nostra “amicizia” e il grumo di importanti e delicati interessi geopolitici che ci legano con una cambiale di impunità, rappresentandogli quale sarebbe il prezzo da pagare nel rifiutarsi di riconoscere le proprie responsabilità. In fondo, basterebbe un po’ di coraggio e un’idea della sovranità non solo come clava identitaria ma come bandiera dei principi inscritti nei primi 54 articoli della nostra Costituzione. Quelli che quotidianamente calpestano regimi come quello egiziano. Quelli in cui credeva Giulio e in cui in questi dieci anni ha dimostrato di credere una parte importante del nostro Paese. Quella che alla famiglia Regeni ha fatto da “scorta”.

Nel Paese in cui — spesso a sproposito — si invoca “il giusto processo” e le sue garanzie c’è oggi una straordinaria occasione. Salutarne uno che si è appena concluso rendendogli piena giustizia. Dimostrando che la sacrosanta autonomia che la politica rivendica rispetto alla giustizia non significa riserva di impunità (propria o altrui), ma, al contrario, garanzia che lì dove la legge penale non può e non deve arrivare è la politica che deve sentire l’urgenza di sedersi a capo tavola. A dieci anni dalla morte di Giulio, è un’ultima chiamata. Mancarla, rinviarla, travestirla — come purtroppo lasciano intendere le parole pronunciate ieri sera dal ministro degli Esteri Tajani — sarebbe sì l’ultimo oltraggio non solo a quel ragazzo morto tra indicibili sofferenze al Cairo, ma a quelle migliaia di ragazze e ragazzi come lui che continuano a credere nella forza dei diritti e nella loro capacità di cambiare il mondo. Esattamente come Giulio, non meritavano ieri e a maggior ragione non meritano più ulteriori genuflessioni e foto opportunity nei palazzi di un regime responsabile — oggi possiamo dirlo sostenuti dalla forza di una sentenza — di un delitto di Stato.

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