Centrosinistra, serve un’alleanza “per” e non “contro”
di Massimo RecalcatiNicola Fratoianni, Elly Schlein, Giuseppe Conte e Angelo Bonelli
(agf)Il cosiddetto “campo largo” nasce da un’esigenza politica o da un interesse squisitamente elettorale? La ricomposizione necessaria della condizione frammentata dell’opposizione ha un respiro ampio, si nutre della condivisione dei medesimi ideali, delinea una visione comune del futuro del nostro Paese e dell’Europa, oppure il suo obiettivo, come si dice in gergo, è semplicemente quello di “mandare a casa Giorgia Meloni”? In sintesi: basta avere lo stesso avversario per avere lo stesso programma?
La domanda è scabrosa ma inevitabile: il vero denominatore comune del campo largo non sembra riguardare i contenuti del suo programma (che a tutt’oggi non esiste), ma incarnarsi nel suo irriducibile avversario. Nel realismo machiavellico della pratica politica una coalizione può certamente nascere anche dalla necessità di contrastarne un’altra. Sarebbe del tutto ingenuo scandalizzarsene.
Ma se è il pericolo dell’avversario ad animare l’aggregazione unitaria del centrosinistra significa che il…
Il cosiddetto “campo largo” nasce da un’esigenza politica o da un interesse squisitamente elettorale? La ricomposizione necessaria della condizione frammentata dell’opposizione ha un respiro ampio, si nutre della condivisione dei medesimi ideali, delinea una visione comune del futuro del nostro Paese e dell’Europa, oppure il suo obiettivo, come si dice in gergo, è semplicemente quello di “mandare a casa Giorgia Meloni”? In sintesi: basta avere lo stesso avversario per avere lo stesso programma?
La domanda è scabrosa ma inevitabile: il vero denominatore comune del campo largo non sembra riguardare i contenuti del suo programma (che a tutt’oggi non esiste), ma incarnarsi nel suo irriducibile avversario. Nel realismo machiavellico della pratica politica una coalizione può certamente nascere anche dalla necessità di contrastarne un’altra. Sarebbe del tutto ingenuo scandalizzarsene.
Ma se è il pericolo dell’avversario ad animare l’aggregazione unitaria del centrosinistra significa che il baricentro che dovrebbe sostenere questa aggregazione si trova all’esterno di se stessa. Non è possibile; perché in questo modo l’avversario stesso cambia di segno: smette di essere colui contro il quale si propone un’altra idea del Paese per diventare paradossalmente la ragione più intima che dovrebbe giustificare la coesione e l’unità del campo. Con la conseguenza fatale che sarebbe l’avversario stesso a dettare i contenuti della propria identità.
È il grave rischio che non solo ai miei occhi sta correndo il “campo largo”. In gioco non c’è il superamento dei narcisismi delle piccole differenze per raggiungere una sintesi politica più alta perché il motivo più urgente resta quello di impedire alla destra di vincere le prossime elezioni. Con la conseguenza che ancora una volta nella prossima campagna elettorale si riesumeranno i fantasmi ideologici inguaribili che hanno affossato il dibattito politico nel nostro Paese come una sorta di maledizione mai risolta, tra tutti quello del fascismo e dell’anti-fascismo.
Eppure una democrazia matura non dovrebbe vivere di scontri ideologici regressivi ma della possibilità che un programma di governo si opponga nei contenuti a un altro programma. Diversamente la necessità tutta ideologica di arginare l’avversario finisce per oscurare le divergenze insanabili tra le forze che compongono la coalizione del centro-sinistra.
In apertura di Fuga dalla libertà, Erich Fromm distingueva la «libertà da» dalla «libertà di». La prima sarebbe una versione solo puberale della libertà; essa avrebbe come sua esigenza quella di rivendicare un diritto di separazione dai propri legami primari di sudditanza come avviene per l’adolescente. Diversamente la «libertà di» si configura come una concezione eticamente matura della libertà che non è tanto libertà «da» i propri legami primari, ma libertà affermativa di costruire autonomamente la propria identità.
Ebbene a mio giudizio il campo largo continua a confondere la «libertà da» (Giorgia Meloni) con la «libertà di» (costruire una propria visione alternativa dell’avvenire del nostro Paese).
Si prenda l’esempio decisivo della politica estera. Da una parte il Partito democratico ribadisce il sostegno militare all’Ucraina e il suo pieno diritto a difendersi dall’aggressione russa. Dall’altra parte, Movimento 5 Stelle e Avs chiedono di interrompere o modificare radicalmente questa politica in favore di una «svolta negoziale» (sic!). In gioco ovviamente non è solo la questione militare, pur determinante, ma l’idea stessa di Europa e della democrazia occidentale.
In un tempo dove tale democrazia è sotto attacco a livello mondiale, diviene di capitale importanza la necessità della sua difesa. Ora, questa difesa non può essere in discussione in una coalizione poiché dovrebbe essere un suo punto perno irrinunciabile. Anche in questo caso una domanda si impone sulle altre: quale valore attribuiamo alla sovranità di un popolo quando essa viene violata militarmente?
Qui la questione ucraina trascende la pur importante controversia sulla consegna o meno delle armi. Essa obbliga tutte le componenti di una possibile coalizione di centro-sinistra a dichiarare quale rapporto esse stabiliscano tra pace, forza, diritto e libertà. Se siamo tutti d’accordo sul fatto che la pace è un valore di per sé, essa corre il rischio di diventare una parola vuota quando viene confusa con una resa senza condizioni. Anche l’accettazione passiva e inerme della legge del più forte può infatti determinare l’interruzione di una guerra.
Sarebbe potuto accadere all’Europa di fronte alla tremenda macchina militare nazista o in Vietnam di fronte allo strapotere militare degli americani. La questione democratica di fronte all’invasione russa dell’Ucraina non può limitarsi all’alternativa elementare tra armi e negoziato, ma deve saper sostenere con rigore le ragioni di una pace compatibile con il diritto e con la libertà dei popoli.
Una coalizione che aspira a governare e non ha sciolto questo nodo quale futuro avrebbe? Per questa ragione l’attenzione si sposta sulla necessità di identificare un avversario — almeno quello! — in comune. Ma la vita democraticamente matura di una forza politica si misura quando la «libertà di» prevale sulla «libertà da».
Non si tratta di studiare la strategia più efficace per battere Giorgia Meloni, ma di chiedersi nel nome di quale idea di società, di Paese e di Europa si può giustificare un proprio ritorno al governo. Altrimenti il campo potrà certamente essere largo, ma resterà vuoto di sostanza politica.