L’alibi del partito del pareggio
di Miguel GotorIn Italia esiste un partito nascosto che non si presenta alle elezioni, ma è il più longevo e influente della politica nazionale. Non ha simbolo né tessere, ma un segretario ombra che risponde al nome di Jep Gambardella, il protagonista del film La grande bellezza: quello che non voleva partecipare alle feste, ma avere il potere di farle fallire.
È il partito del pareggio. Quello a cui conviene che nessuno vinca davvero, che nessuno dei due schieramenti raggiunga una soglia di voti sufficiente a trasformare l’esito elettorale in un governo politicamente autosufficiente.
Non serve immaginare una Spectre riunita in qualche salotto romano o milanese. Basta la convergenza di interessi per i quali è più conveniente avere due poli incompiuti, leader sotto tutela e un Parlamento inconcludente ridotto a un votificio.
È come se fosse entrata in azione una mano invisibile a cui non dispiacerebbe che le prossime elezioni non avessero un vincitore politico pieno: né a destra né a sinistra. A de…
In Italia esiste un partito nascosto che non si presenta alle elezioni, ma è il più longevo e influente della politica nazionale. Non ha simbolo né tessere, ma un segretario ombra che risponde al nome di Jep Gambardella, il protagonista del film La grande bellezza: quello che non voleva partecipare alle feste, ma avere il potere di farle fallire.
È il partito del pareggio. Quello a cui conviene che nessuno vinca davvero, che nessuno dei due schieramenti raggiunga una soglia di voti sufficiente a trasformare l’esito elettorale in un governo politicamente autosufficiente.
Non serve immaginare una Spectre riunita in qualche salotto romano o milanese. Basta la convergenza di interessi per i quali è più conveniente avere due poli incompiuti, leader sotto tutela e un Parlamento inconcludente ridotto a un votificio.
È come se fosse entrata in azione una mano invisibile a cui non dispiacerebbe che le prossime elezioni non avessero un vincitore politico pieno: né a destra né a sinistra. A destra c’è il fenomeno Vannacci; a sinistra è sufficiente che Pd e Movimento 5 Stelle si incartino da soli sulle primarie, come peraltro sta già avvenendo.
Il meccanismo è speculare. A destra Roberto Vannacci può sottrarre a Giorgia Meloni proprio quei voti che potrebbero servirle per trasformare una maggioranza relativa in una vittoria elettorale piena. Anche alla luce di questa funzione politica colpisce l’esposizione mediatica di cui gode da mesi il generale: un’attenzione che contribuisce ad amplificarne il peso e, con esso, la concorrenza alla destra di Meloni.
A sinistra, invece, lo strumento sono le primarie, che rischiano di esaltare in modo abnorme il tema della premiership a discapito dei programmi e delle cose da fare. Certo, il Pd ci mette del suo, polarizzando il dibattito intorno a questo tema.
Da sei mesi non c’è intervista in cui non si discetti di primarie — ossia di regole per scegliere un candidato premier, benché la Costituzione affidi al capo dello Stato la nomina del presidente del Consiglio — come se a un italiano “normale” potesse interessare qualcosa.
Nicola Fratoianni, Elly Schlein, Giuseppe Conte e Angelo Bonelli
Tanto più che anche a sinistra potrebbero esserci sorprese: qualcosa potrebbe muoversi intorno a Beppe Grillo, con l’effetto di contenere Giuseppe Conte, mentre cresce l’attenzione su Silvia Salis, figura capace di sottrarre ossigeno a Elly Schlein.
Si vogliono leader forti, ma non troppo, e coalizioni competitive, ma non autosufficienti. Il pareggio, appunto.Ed è precisamente quando la politica pareggia che in Italia si assiste all’eterno ritorno del salvatore: il tecnico, il competente, il garante, l’uomo della necessità e dell’emergenza. Cambiano i nomi e i contesti, ma la sceneggiatura è sempre la stessa: siccome la politica non riesce a decidere, qualcuno deve decidere al posto suo.
Il problema è ciò che accade dopo. Perché la pulsione tecnocratica italiana ha quasi sempre avuto come contraccolpo una pulsione populista, spesso accompagnata da un ulteriore spostamento verso destra. Dopo Monti esplose Grillo. Dopo Draghi irruppe Meloni.
E dopo un eventuale prossimo governo tecnico chi arriverebbe? Il beneficiario potrebbe chiamarsi proprio Vannacci, se saprà aspettare, o avere posizioni ancora più radicali, sospinte da una nuova ondata antisistema.
È il cortocircuito perfetto. Si considera la politica inaffidabile e la si commissaria. Il Paese percepisce il commissariamento e si radicalizza. Davanti alla radicalizzazione si invoca nuovamente una soluzione responsabile, moderata, equilibrata, tecnica. E il giro ricomincia, ogni volta un po’ più lontano dal punto di partenza.
A interromperlo potrebbero essere gli elettori. A sinistra, accorrendo in massa alle primarie e consegnando al vincitore una legittimazione politica tanto forte da rendere più difficile disarcionarlo il giorno dopo. A destra, premiando eventualmente una Meloni capace di vincere senza dipendere dalla concorrenza radicale di Vannacci. Non perché Meloni e Schlein, o Meloni e Conte, siano equivalenti, ma perché equivalente dovrebbe essere il principio: chi vince deve poter governare e chi governa deve risponderne agli elettori.
È questa la giustizia che potrebbero fare le urne: impedire che la scelta popolare sia soltanto il primo tempo di una partita poi decisa altrove. Perché il tema centrale del nostro tempo, più ancora che in passato, è quello dell’autonomia delle classi dirigenti.
E allora resta una domanda, forse la più scomoda perché interroga la qualità dell’attuale classe politica. Se questo meccanismo continua a ripetersi, nonostante i suoi fallimenti e le reazioni che produce, siamo sicuri che sia soltanto un errore o un destino ineluttabile? Oppure il partito del pareggio rischia di trasformarsi in un comodo alibi per non fare politica fino in fondo, assumendosi la responsabilità delle scelte e migliorando la qualità della propria offerta?
Perché viene il dubbio che a qualcuno un’Italia così faccia comodo: politicamente debole, elettoralmente inconcludente, permanentemente bisognosa di tutela e quindi meno autonoma nelle proprie scelte. Trasformata nel cavallo di Troia necessario a continuare a infragilire il progetto europeo, azzoppandone il rilancio: un obiettivo sul quale si registra oggi un’impressionante convergenza di interessi a livello globale. Il partito del pareggio, in fondo, non ha bisogno di vincere le elezioni. Gli basta impedire agli altri di vincerle davvero.