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La possibilità di evitare la capocrazia

il vero obiettivo della legge elettorale è stabilire il principio che in Italia comanda chi prende un voto in più
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Bisogna sempre lasciarli parlare, i Fratelli d’Italia. Prima o poi, gettano sempre la maschera. E sono sempre loro a rivelare chi sono, come ragionano, cosa vogliono. Era già successo alla vigilia del referendum sulla riforma della giustizia, quando il Guardasigilli Nordio disse a Elly Schlein che la separazione delle carriere tra giudici e pm “gioverebbe anche al Pd, perché nel momento in cui andasse al governo non subirebbe le invasioni di campo della magistratura”. Oggi la parte del fool scespiriano tocca a Giovanni Donzelli. È lui, il responsabile dell’organizzazione di FdI, a svelare al Parlamento e al Paese il vero obiettivo della nuova legge elettorale, in un misto di ingenuità e tracotanza: “Il centrodestra vuole stabilire il principio che in Italia comanda chi prende un voto in più dagli italiani”. Eccolo, il senso profondo del Melonellum appena varato dalle Camere: il governo come puro “strumento del comando”, e non istituzione che insieme agli altri organi dello Stato conco…

Bisogna sempre lasciarli parlare, i Fratelli d’Italia. Prima o poi, gettano sempre la maschera. E sono sempre loro a rivelare chi sono, come ragionano, cosa vogliono. Era già successo alla vigilia del referendum sulla riforma della giustizia, quando il Guardasigilli Nordio disse a Elly Schlein che la separazione delle carriere tra giudici e pm “gioverebbe anche al Pd, perché nel momento in cui andasse al governo non subirebbe le invasioni di campo della magistratura”. Oggi la parte del fool scespiriano tocca a Giovanni Donzelli. È lui, il responsabile dell’organizzazione di FdI, a svelare al Parlamento e al Paese il vero obiettivo della nuova legge elettorale, in un misto di ingenuità e tracotanza: “Il centrodestra vuole stabilire il principio che in Italia comanda chi prende un voto in più dagli italiani”. Eccolo, il senso profondo del Melonellum appena varato dalle Camere: il governo come puro “strumento del comando”, e non istituzione che insieme agli altri organi dello Stato concorre all’indirizzo politico definito dal Parlamento. Il voto come delega in bianco per la costruzione di una “verticale del potere” sovraordinata a tutti gli altri, non come espressione di una sovranità popolare e plurale. In parole più semplici: la trasformazione definitiva della democrazia rappresentativa in una capocrazia elettiva.

Tutto torna, nella parabola della destra italiana. Come sulla giustizia, anche sulle regole elettorali si corona il sogno di Berlusconi. Il Cavaliere nel 2005 il nome del premier lo voleva sulla scheda. Vent’anni dopo Meloni lo rende obbligatorio all’atto della presentazione del programma. La sostanza è la stessa: d’ora in poi, quando andremo alle urne, lo faremo non per scegliere un partito o una coalizione, ma per nominare un capo. E qui c’è la prima impostura di questo atto di forza: fallito il tentativo di imporre già dall’autunno 2022 “la madre di tutte le riforme”, cioè l’elezione diretta del presidente del Consiglio, Meloni fa rientrare dalla finestra quel che non è riuscita a far passare dalla porta. E lo fa con una legge ordinaria, che cambia la “forma di governo” senza passare dalla via maestra della revisione costituzionale: una svolta presidenzialista, raggiunta con uno stratagemma normativo. Se lo denunci, i Fratelli d’Italia insorgono. Ma di nuovo, se li lasci parlare, confermano tutto. All’insegna della vecchia legge di Bogart: non contraddire mai un politico, prima o poi lo farà da solo. Infatti, è di nuovo Donzelli a dire che “oggi nasce la Terza Repubblica”. Ed è il plenipotenziario di Palazzo Chigi, Fazzolari, a ribadire che il Melonellum introduce “il premierato di fatto”. Questa è la verità: con tanti saluti al diritto.

Fa ridere, ma anche piangere, che costoro festeggino l’ennesima “porcata” accostandola a Costantino Mortati, il più importante giurista italiano del Ventesimo Secolo, e la intestino agli azzeccagarbugli del Ventunesimo, da Tatarella a Bossi. Si rivolta nella tomba, il padre costituente che già nel 1946 era ossessionato dalla necessità di dare forza ai governi, ma di darne ancora di più ai contrappesi, ipotizzando persino il ricorso sistematico ai referendum. E come lui si rivolta nella tomba un altro padre costituente, Piero Calamandrei, che in uno storico discorso del marzo 1947 disse “quando il Parlamento decide sulla Costituzione e sulle regole del gioco i banchi del governo devono restare vuoti”. È la seconda impostura, di metodo: il Melonellum passa a colpi di fiducia, a pochi mesi dalla fine della legislatura, in palese violazione dei principi della Commissione di Venezia. Un testo tarato sui sondaggi del momento e tagliato a misura dei bisogni di una maggioranza impegnata ad avvelenare i pozzi e a costruire trappole, utili solo a non far vincere l’opposizione, com’era già accaduto nel 2006 col Porcellum e nel 2016 con l’Italicum. E anche qui, a proposito di coerenza, si potrebbe ricordare l’ennesima Meloni d’annata e da combattimento: nel 2017, mentre stava passando il Rosatellum, bollava come “scandaloso” un voto di fiducia su una legge elettorale, si appellava a Mattarella e irrideva gli avversari che “non si fidano del voto dei loro, e poi vogliono il voto degli italiani”. Nove anni dopo la “sua” riforma elettorale, con buona pace di Calamandrei, passa con i banchi del governo stracolmi, mentre gli altri sono occupati solo da anime perse, militarizzate e sorvegliate dalle “vedette” di via della Scrofa. Scene che umiliano le Camere, e fanno degenerare la prassi del “votificio” già in corso da anni.

Poi ci sono le altre imposture, di merito. Il superpremio che trasforma una minoranza periclitante nell’urna in una maggioranza schiacciante in Parlamento, moltiplicando pochi voti in troppi seggi. I 105 parlamentari assegnati da chi prende il premio, di cui gli elettori ignoreranno persino la faccia. Le preferenze farlocche che, col meccanismo dei capilista bloccati, danno al cittadino l’illusione di poter votare il suo candidato, mentre gli sottraggono ancora una volta il diritto di scegliere, saldamente custodito dalle segreterie di partito. Le donne discriminate dalla prima donna premier, che abolita l’alternanza di genere ridurrà a un quarto la presenza femminile in Parlamento. Le firme-capestro per i partiti che si presentano per la prima volta. La “colonna infame” delle illegittimità è lunga, come dimostreranno i ricorsi che già da lunedì prossimo presenteranno i giuristi del gruppo “Democrazia e Costituzione”, Zaccaria e Grosso. Se ne occuperà la Consulta, ove mai riuscisse a farlo prima delle elezioni. La fulminea promulgazione della legge da parte di Mattarella - letta in sincrono con le garanzie temporali fornite dal presidente della Corte Amoroso - potrebbe contribuire allo scopo. Ma a questo punto — ferme restando le prerogative del Capo dello Stato, unico titolare del via libera allo scioglimento delle Camere — la miccia del voto anticipato è innescata: che sia aprile o maggio, poco importa.

Ora, al cospetto delle nefandezze della destra, brillano le manchevolezze della sinistra. All’opposizione non basta colorare l’emiciclo con i sacrosanti cartelli contro la legge truffa del 1953. Pari alla iattanza del Campo Hobbit sovranista, c’è solo l’inconcludenza del Campo Largo progressista. Pd, Cinque Stelle e Avs hanno perso un’occasione formidabile, la disfatta del governo al referendum del 22-23 marzo, per offrire agli italiani un’alternativa credibile e spendibile, qui ed ora. Avrebbero dovuto salire su quell’onda civica, per presentare prima dell’estate al Paese un programma essenziale, non le 271 pagine dell’Unione di Prodi ma due paginette, sei punti chiari e forti su fisco, sanità, scuola, salari, sicurezza e immigrazione, politica estera e Ucraina. E poi avrebbero dovuto indicare una road-map per la scelta del candidato premier, da fare in autunno. Cioè adesso. Una riunione plenaria, per concordare tutti insieme la persona più giusta. Oppure le primarie, aperte o di coalizione, online o ai gazebo, con ballottaggio o senza. Tutte le opzioni erano possibili. Bastava deciderle e annunciarle. Invece siamo qui, nel limbo, con alle spalle sei mesi sprecati tra pranzi carbonari e “campagne d’ascolto”, patrimoniali “a là carte” e ricette energetiche. E con Schlein e Conte in lotta continua su una leadership che, avanti così, non diventerà mai premiership.

Nel migliore dei mondi possibili, stabilita la “cosa”, il nodo del “chi” lo scioglierebbero insieme tutti gli alleati. Ma ormai questa strada maestra è sbarrata, dall’ambizione dei singoli e dalla divisione degli elettorati. L’unica via d’uscita sono le primarie. Ma se chi le organizza e chi vi concorre continua a viverle e a presentarle così, come un’ordalia fratricida che farà morti e feriti, la profezia si auto-avvererà, e le primarie saranno davvero un suicidio politico collettivo. Eppure, ci fu una stagione felice in cui furono una bella festa di popolo. Certo, era un’altra era geologica, si trattava di legittimare un Professore, il “papa straniero” arrivato dalla società civile. Ma sarebbe così difficile recuperare un po’ di quello spirito e di quel senso di responsabilità? Finora abbiamo sentito evocare solo tragedie. “Se alle primarie vince Schlein i 5S non la voteranno mai alle politiche”. Oppure: “Se alle primarie vince Conte il Pd si sfascia in mille pezzi”. Basta con questo gioco al massacro, signore e signori del centrosinistra. Non è questo il modo. E soprattutto non è questo il tempo. La prossima sfida elettorale segna il cambio d’epoca. L’unica ragione che può consentire alla capocrazia meloniana di perpetuare se stessa, conquistando anche il Quirinale tra due anni, siete solo voi.

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