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Il perenne stato d’emergenza

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Deviazioni dell’11 ottobre 2026
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Lo Stato di Israele è in stato di emergenza da quando è nato, il 14 maggio 1948. Da allora si considera in guerra permanente, latente o effettiva, contro i nemici prossimi (arabi) o distanti (iraniani). Costituzione materiale dello Stato ebraico, che ne fa un caso unico. L’emergenza è esistenziale dall’8 ottobre 2023, quando Netanyahu, con il sostegno di quasi tutti i connazionali, scelse di trattare il massacro di Hamas attorno a Gaza quale minaccia alla vita stessa dello Stato ebraico. Precisamente quanto Sinwar si prefiggeva, dopo essere sopravvissuto armato fino ai denti grazie ai finanziamenti garantitigli da Bibi, che molto se ne vantava. Eccesso di “astuzia”, fesseria o crimine?

Storia dirà se la scelta di reagire con un rilancio potenzialmente infinito — se non con la liquidazione degli “animali” palestinesi, sempre che una pace sia possibile con gli altri ben più potenti nemici — fu per gli israeliani cosa buona e giusta. O invece la discesa senza soste lungo un piano inclin…

Lo Stato di Israele è in stato di emergenza da quando è nato, il 14 maggio 1948. Da allora si considera in guerra permanente, latente o effettiva, contro i nemici prossimi (arabi) o distanti (iraniani). Costituzione materiale dello Stato ebraico, che ne fa un caso unico. L’emergenza è esistenziale dall’8 ottobre 2023, quando Netanyahu, con il sostegno di quasi tutti i connazionali, scelse di trattare il massacro di Hamas attorno a Gaza quale minaccia alla vita stessa dello Stato ebraico. Precisamente quanto Sinwar si prefiggeva, dopo essere sopravvissuto armato fino ai denti grazie ai finanziamenti garantitigli da Bibi, che molto se ne vantava. Eccesso di “astuzia”, fesseria o crimine?

Storia dirà se la scelta di reagire con un rilancio potenzialmente infinito — se non con la liquidazione degli “animali” palestinesi, sempre che una pace sia possibile con gli altri ben più potenti nemici — fu per gli israeliani cosa buona e giusta. O invece la discesa senza soste lungo un piano inclinato. A oggi constatiamo che il grado di odio nei confronti di Israele — spesso esteso agli ebrei in diaspora — non ha paragoni nella storia contemporanea. Se non forse nella germanofobia diffusa dopo la seconda guerra mondiale, moltiplicata dalla lenta presa di coscienza dell’enormità dei crimini hitleriani, su tutti l’Olocausto. Sinistro paradosso: lo Stato che doveva proteggere gli ebrei per proteggere sé stesso mette ovunque in questione sicurezza e benessere degli ebrei.

Non l’unico paradosso. Che cosa di più contraddittorio di uno Stato — dal latino stare=essere fermi in un luogo — dai confini volutamente indeterminati, in guerra permanente (cinetica nel gergo militare) su tutti i fronti? La strutturale instabilità della maggiore potenza mediorientale — unica nucleare — è inscritta nella sua cifra geopolitica: “villa nella giungla”. Miracolo di relativa democrazia e libertà in un contesto di regimi più o meno oligarchici privi di base identitaria.

Oggi all’orizzonte non si intravvede alcuna prospettiva di pace. Semmai la minaccia di una guerra con la Turchia. Quella sì decisamente esistenziale. Mai una potenza vera si era stabilita a ridosso dello Stato ebraico, come oggi i turchi in Siria, domani forse a Gaza. A Gerusalemme come ad Ankara lo scontro che potrebbe riscrivere la mappa del Medio Oriente e del Mediterraneo orientale è considerato solo questione di tempo. Con epicentro fra Siria, Cipro ed Egeo. Israele vi si prepara stringendo accordi militari con Grecia e Cipro, alle cui spalle si staglia la Francia. La Turchia vi oppone un vago allineamento con Pakistan e Arabia Saudita, che quanto a statualità non sono certo meglio serviti di Israele, ma possono portare la Bomba in dote a Erdoğan. Con l’America nel caos, la prospettiva di Israele non potrebbe apparire più critica.

A prima vista, l’escalazione infinita del conflitto perseguita dal premier israeliano sembra inspiegabile, se non pura follia. Peggio: la netta maggioranza degli israeliani, molti critici di Bibi compresi, rifiuta l’idea di fermare la guerra a Gaza, oltre che impedirla in Giudea e Samaria (Cisgiordania). Per tacere dell’Iran e degli altri fronti, dal Libano allo Yemen degli Houthi, dalla Siria all’Iraq. Nessuna analisi è però completa se non ci si mette nei panni dei contendenti, amici o nemici. Provando a vestirsi dei colori di Israele ci si rende conto della logica sottostante all’irrazionalità della sua non-strategia: Israele combatte fuori di sé (in tutti i sensi) per non morire dissanguato dai conflitti interni. La guerra esterna antidoto contro la guerra civile. Al bordo della quale lo Stato ebraico si trovava quando Sinwar scatenò l’inferno. Israele è troppo polarizzato fra troppe tribù — sionisti e antisionisti (haredim, arabi), laici, religiosi e fanatici. Su tutti, i coloni.

La minaccia immediata viene infatti dai coloni armati. Lo scontro fra Israele e gli estremisti che lo tengono in scacco per impadronirsi delle terre palestinesi e cacciarne gli abitanti può svelarsi fatale per lo Stato ebraico. La prima emergenza per qualsiasi governo esca il 27 ottobre dalle urne sarà questa. Nessuno Stato può permettersi di soggiacere al ricatto di una minoranza violenta. Israele meno di tutti.

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