Il consenso che nasce dalla crudeltà dei leader
Concita De Gregoriodi concita de gregorio
Siamo qui a domandarci perché vince la destra, in questo tempo e in questo mondo. Siamo qui a darci sempre le stesse risposte. Perché la destra non propone un mondo migliore, che è difficile, la destra insegue e consolida quello peggiore, che è facile. Perché essere di destra è più facile. Dire io ti salverò è più efficace che dire dobbiamo salvarci da soli. Perché le persone sono povere, stanche sfinite di credere a promesse irrealizzate e sono state oramai messe in condizione (economica, culturale) di non distinguere più cosa è bene per uno e cosa per tutti. Perché seminare paura e ignoranza produce sudditanza e serve al sovrano. Bene, sì, lo sappiamo. Quel che c’è di nuovo è questa specie di euforia della spietatezza. Il consenso suscitato dalla crudeltà dei leader. Certo, dietro ci sono interessi economici. Il controllo delle risorse, il gasolio, certo. Le ricchezze personali dei sovrani, evidentemente. Ma nelle ultime settimane, guardate, mettiamo in fila c…
di concita de gregorio
Siamo qui a domandarci perché vince la destra, in questo tempo e in questo mondo. Siamo qui a darci sempre le stesse risposte. Perché la destra non propone un mondo migliore, che è difficile, la destra insegue e consolida quello peggiore, che è facile. Perché essere di destra è più facile. Dire io ti salverò è più efficace che dire dobbiamo salvarci da soli. Perché le persone sono povere, stanche sfinite di credere a promesse irrealizzate e sono state oramai messe in condizione (economica, culturale) di non distinguere più cosa è bene per uno e cosa per tutti. Perché seminare paura e ignoranza produce sudditanza e serve al sovrano. Bene, sì, lo sappiamo. Quel che c’è di nuovo è questa specie di euforia della spietatezza. Il consenso suscitato dalla crudeltà dei leader. Certo, dietro ci sono interessi economici. Il controllo delle risorse, il gasolio, certo. Le ricchezze personali dei sovrani, evidentemente. Ma nelle ultime settimane, guardate, mettiamo in fila come fosse un disegno quello che è successo. Donald Trump a capo della più grande (in senso geografico) democrazia di Occidente con una mano propone l’esecuzione pubblica di un condannato a morte, uno spettacolo istruttivo: come le decapitazioni di piazza dei secoli scorsi. Con l’altra attacca la Corte penale internazionale, organo di giustizia indipendente, perché è pericoloso, dice. Esasperato dall’attribuzione del premio Nobel per la Pace a Navi Pillay, una giurista che di quella Corte è stata alta rappresentante, imbizzarrisce. La giustizia è solo quella che decide lui, evidentemente. Capotavola è dove lui si siede. Lui e Netanyahu, suo inossidabile alleato. Con una mano fa accordi con Putin, prova ad abbassare il prezzo della benzina in vista delle elezioni di Midterm, con l’altra attacca la vittima di Putin, Zelensky. Di nuovo, mente. Attribuisce l’aumento dei prezzi agli attacchi ucraini alle raffinerie russe e non alla guerra che lui stesso ha scatenato in Iran, e non sa più come risolvere.
Ma guardiamo un momento il quadro più grande prima di arrivare all’Europa: al futuro prossimo della Francia, della Spagna, al nostro. Guardiamo all’America, il continente. Da poco Abelardo de la Espriella, avvocato di esponenti delle mafie locali, è diventato Presidente della Colombia. In campagna elettorale ha promesso un ritorno all’ordine usando il pugno duro. Il suo arrivo al potere è un altro tassello della nuova mappa politica. Gli ultraconservatori minacciano di abbattere le conquiste che hanno accompagnato la transizione democratica e che si sono accresciute nelle ultime decadi. Negli ultimi anni l’America, il continente, si è trasformata in un laboratorio mondiale delle destre, regimi autoritari nella variante democratica: destre democraticamente elette. I nuovi leader reazionari americani, Trump incluso, esibiscono forza, promettono autorità, spingono e sono spinti a grandissima velocità dalle reti sociali. Offrono soluzioni semplici a problemi complessi, un caudillismo rinnovato che sfrutta le frustrazioni provocate da povertà, disuguaglianza, corruzione e violenza. Caudillismo è una definizione che indica il potere personale di un leader carismatico, il Caudillo, che conta su un forte legame con le masse popolari. Nayib Bukele in Salvador, Javier Milei in Argentina, Josè Antonio Kast in Cile, ora Abelardo de la Espriella in Colombia propongono il ritorno a un passato autoritario, gerarchico, che non ha spazio per diversità e diritti i quali sono stati, sostengono, la rovina del solido edificio tradizionale. Vogliono tornare nella casa di una volta. Make America great again. Quando il futuro è incerto — minacciato dalla crisi climatica provocata dall’avidità degli uomini, dall’intelligenza artificiale che potrebbe da un momento all’altro considerare gli esseri umani una zavorra, dal collasso del capitalismo, in definitiva — non resta che rifugiarsi nel passato: di nuovo come prima. Sono tutti governi alleati di Israele e tutti legati agli Stati Uniti di Trump: la famiglia reazionaria dispersa. Prendiamone uno, Bukele, 45 anni, che si definisce “il dittatore più cool del mondo” e piace moltissimo a Trump. Ha realizzato il Cecot, una struttura di massima sicurezza per il confinamento del terrorismo, una delle carceri più feroci del mondo. Trump ne è talmente entusiasta che ha ordinato di trasferire lì 238 prigionieri sotto il controllo del suo governo. Una medaglia al bravo e giovane Bukele. Certo, in America, il continente, c’è anche l’umanesimo messicano di Claudia Scheinbaum: la prosperità deve essere condivisa “per il bene di tutti, prima i poveri”. Prima i poveri perché dei ricchi si occupa già il mercato, se dei poveri non si occupa lo Stato allora chi. Scheinbaum è in minoranza, sulla mappa.
Cambiamo continente, cambiamo alleato. Un tribunale israeliano ha di recente fermato il progetto del governo di costruire fossi attorno alle prigioni dove abbondano prigionieri palestinesi. L’ingegneria medievale del fossato sarebbe stata rafforzata dalla presenza di coccodrilli del Nilo: un esemplare medio è lungo quattro metri e pesa duecento chili. Nel carcere di Ketziot, deserto del Negev, si stava già scavando, il ministero della Protezione dell’Ambiente stava procedendo a modificare la classificazione dei coccodrilli del Nilo per “utilizzo con finalità di sicurezza”. È stato il gruppo “Let the animals live” a ottenere un veto temporaneo denunciando alla giustizia il possibile maltrattamento dei rettili. Siamo nelle mani dei diritti dei coccodrilli.
In Europa, divisa e incerta, le destre pure avanzano. A novembre si vota in Spagna, l’anno prossimo in Francia e in Italia. La scommessa di Pedro Sánchez è un rischio grande. Cresce difatti nei consensi l’amico caro di Meloni, il leader di Vox. Nessuno sa prevedere cosa promettano le piazze: quelle spagnole, quelle francesi. In Italia tace, la piazza. Il campo largo, sterminato, non infiamma. Non si vince al centro, dice Schlein. Può darsi. Nel frattempo varrebbe la pena provare a scartare di lato, fare qualcosa di visibile e forte, riconoscibile e semplice. Un tentativo. John Berger, grande visionario pensatore di questo secolo, ce ne sono sempre meno, diceva che “i grandi movimenti della storia iniziano sempre in quelle parentesi che chiamiamo: nel frattempo”. Mentre succede qualcosa di enorme, tipo un’esecuzione in diretta tv, sottotraccia, intanto, qualcos’altro si muove. Speriamo.